L’oggetto compiuto è translucido, è penetrato da tutti i lati, da un’infinità attuale di sguardi che si incontrano nella sua profondità e non vi lasciano nulla di celato

Maurice Merleau-Ponty

Filosofo

Lo sguardo proteso verso l’altro, verso Te che mi sei innanzi. Ora, tra me e te, si apre un abisso (Ab-Grund) opaco eppur così chiaro, terrifico e meraviglioso; una melodia inadutita che libera, tra le note che si rincorrono e si scavalcano tra loro, l’attesa per il nuovo e lo spaesamento che questa attesa genera.

L’altro, il Tu, è un paesaggio mai esplorato del tutto, variegato per forme e contenuti, per aspetti vicini e lontani, afferrabili e inafferrabili. In questo paesaggio il movimento, se sprovvisti di mappe, segue la via dell’intuito e dell’osservazione: crinali, pendii, pianure e guadi che permettono passaggi talvolta più agevoli, altre più complessi. Ci si orienta per orizzonti, per linee di senso; qualche sentiero appena accennato ci indirizza, vie desertiche su cui non è rimasta impronta ci conducono alla deriva. La fenomenologia non a caso, come suggerisce Federico Leoni, “è un esercizio e non un sapere […]. È un saper fare, un addestrarsi a tenere una certa posizione di fronte agli oggetti che si studiano” (Leoni, 2013, p. 177), ed è questo che aiuta a sospendere l’atteggiamento naturale secondo il quale un individuo comprende l’alterità assecondando una modalità del tutto istintiva ed ingenua, per far posto, nella coscienza, allo stupore circa l’inconoscibilità dell’altro.

Assumere su di sé il carico della consapevolezza della posizione da tenere rispetto a ciò che si ha di fronte, nella psicopatologia descrittiva, significa orientarsi attuando uno sforzo empatico circa le esperienze vissute (Erlebnis) approssimandoci alla persona che si ha innanzi e significa, anche, osservare ciò che della persona si manifesta. Questi, empatia ed osservazione, sono i due strumenti clinici nelle mani dello psicopatologo, capaci di produrre una tensione volta alle esperienze (Erfahrung) del paziente.

Ci sono delle basi neuro-anatomiche che permettono la possibilità di sentirci con-umani e sono riconducibili ai neuroni specchio, il prerequisito fondamentale per una prima reazione e comprensione empatica relativa al come se. Da ciò risulta ancor più chiaro perchè l’empatia è un dispositivo in prima persona utilizzato per entrare in contatto con l’altro tramite immediatezza ed immedesimazione, riconoscendo però all’altro la sua autonomia. Lo psicahiatra Lorenzo Calvi, recentemente scomparso, definisce questa implicita conoscenza data dall’essere animato dell’altro, questa simulazione incarnata ed analogica, senza mediazione alcuna, prassi mimetica.

Si apre così l’orizzonte all’esperienza dell’altro, del Tu, di quella intersoggettività che assume sempre più nitidamente le forme di un incontro.

Non tutto quello che abita la coscienza del paziente è però comprensibile per immediatezza. Pertanto risulta quanto mai adeguato porre domande precise, puntuali e comprensibili, attraverso cui è possibile provare ad arrivare a sperimentare qualcosa di simile a quello che vive il paziente e a comprendere le esperienze soggettive dell’altra persona. Sospendendo temporaneamente l’approdo immediato al Tu, si evita il cortocircuito tra se stessi e l’altro, pericolo in cui è facile incappare se si ragiona per analogia. Ciò che ci salva da tale errore è riconoscere nell’altro aspetti di irriducibile incomprensibilità: da una parte l’altro risulta incomprensibile nella sua totalità e dall’altra questa incomprensibilità deve spingere verso una prassi consapevole dell’inafferrabilità dell’altro.

Risulta opportuno sciogliere dei dubbi, o meglio, degli equivoci sul termine empatia: la parola è un neologismo, che sostituisce il termine enteropatia foggiato da Husserl che ha radice greca e richiama al soffrire-dentro. Il termine empatia fu coniato da Edith Stein, allieva di Husserl, proprio in occasione della sua tesi di dottorato. La stessa Stein definisce precisamente l’empatia con il termine tedesco Einfühlung (sentire ‘patico’ – Fühlung), ossia lo sforzo che compie un individuo nel percepire l’esperienza soggettiva di un’altra persona. Un “sentirsi nei panni di un altro” (Sims, 2009, p. 5). Tentando di sganciarci da questa definizione però, si può intendere l’empatia nei termini di un riconoscere l’altro come una nostra autentica possibilità, dischiude la condizione che ci permette il riconoscimento dell’altro come soggetto.

Se il dispositivo empatico è usato in modo adeguato, questo permette di farci accorgere della presenza dell’altro non cadendo nel cortocircuito della diagnosi e riuscendo altresì, ad afferrare l’esperienza vissuta particolare. Un atto conoscitivo e penetrante, quindi, rivolto alla percezione soggettiva dell’altro e della sua esperienza interiore.

Se volessimo definire una legenda, come su di una mappa, capace di orientare il viandante nei diversi territori esplorabili, si potrebbero appuntare alcuni “simboli”:

  • l’inafferrabilità dell’altro da sé;
  • l‘inconoscibilità di se stessi, che dovrebbe immediatamente far cadere la pretesa di poter davvero conoscere l’altro,
  • l’etica dell’incontro a cui ogni essere umano è volto;
  • il continuo domandare e domandarsi.

 

Seguendo questa legenda si riduce drasticamente il rischio di giungere a delle conclusioni affrettate circa la verità del Tu, si abbatte il rischio di far fede ad una teoria metapsicologica che dona la serena consolazione di mettersi al riparo dall’inconoscibile e si fugge via da ogni muro che separa Me e Te sul piano antropologico.

Il salto che la fenomenologia permette, è quello di classificare ed osservare fenomeni abnormi rammentando sempre che quello che si compie resta comunque un tentativo di osservare e comprendere i fenomeni della coscienza, i vissuti soggettivi, approssimandosi il più possibile alla realtà dell’altro ed al suo esperire-il-mondo, senza la presunzione di poter esaurire la distesa multiforme e sconfinata dell’incontro da due persone.

Già da queste poche righe sorge una domanda che richiama ad un apparente paradosso. Come poter parlare della incomprensibilità, della inafferrabilità, dell’etica dell’incontro tra un Io ed un Tu ignoti l’uno all’altro e l’uno per l’altro nella prassi terapeutica? Come poter accettare di lavorare su sentieri ombrosi e scivolosi, non segnati su nessuna carta? Tramite cosa ci si orienta? La risposta non è semplice, ne precisamente standardizzabile. La risposta, o se meglio si vuol dire, la via da seguire, è particolare come lo è ogni incontro: l’altro non sarà mai svelabile nella sua totalità in quanto totalmente altro da sé stessi, ma proprio per il fatto che la soggettività si radica in una intersoggettività originaria, anche se totalmente altro, il paziente ed il terapeuta potranno entrare in contatto, perché la malattia mentale non sempre distrugge le radici, i fondamenti dell’intersoggettività.

La psicopatologia fenomenologica diviene un indispensabile insegnamento metodologico per compiere un’indagine, per incamminarsi su di un sentiero, che pone al centro gli aspetti formali dell’esperienza interiore, il significato che acquistano e come si articolano con il mondo dell’individuo e con la sua storia di vita.  Cargnello, fenomenologo della prima generazione italiana  della psicopatologia orientata fenomenologicamente,  suggerisce a tal proposito, quella che risulta l’irriducibile ambiguità che si apre dinnanzi alla prassi clinica dello psichiatra e della psicologo: vale a dire “dover sempre oscillare tra avere-di-fronte-qualcosa ed essere-con-qualcuno. Non si tratta di un’alternativa” (Callieri, 2004).

Il sintomo assume la sua più propria valenza inserito in un dialogo, all’interno del quale è possibile decifrarne il senso ed il significato. Questa attitudine al dialogo del fenomenologo, richiede uno sforzo, una partecipazione totale della soggettività dello psicopatologo con la soggettività del paziente che si apre dinanzi a lui  (Borgna, 1999, p. 12) e richiede l’immedesimazione empatica dello psicopatologo, dimensione che si costituisce a partire dal fare epoché,  messa in parentesi del proprio modo di vedere il mondo, aprendosi ad altro per permettere, per un istante una visione nuova e vertiginosa .

Il monito allora è di non correre verso la diagnosi rischiando di “tagliar fuori tutta la ricchezza e la complessità dell’umano esperire coglibile” (Rossi Monti, 2001, p. 12), ma provare a tollerando l’incomprensibilità[1] nell’accezione jaspersiana del termine e fare di questa incomprensibilità una ricchezza e non un qualcosa dal quale allontanarsi. Incomprensibilità come primo sapere dell’incontro, rampa di lancio  verso un moto di approssimazione.

A partire da Jaspers quindi, si è posto al centro dell’indagine psicopatologica il soggetto e le sue esperienze, i suoi vissuti soggettivi, l’esistenza con le sue molteplicità di modi possibili di essere-nel-mondo. Una prospettiva dialogica che proietta inevitabilmente alla ri-scoperta dell’altro quale soggetto capace di dare senso al mondo verso cui è aperto originariamente.

Chiudo con una poesia, forse per qualcuno sconosiuta, che riesce mirabilmente ad accarezzare tutte le corde che si sono messe in tensione nel precedente discorso accordandole.

 

[1]Il limite invalicabile del comprendere inter-umano si trova per Jaspers nell’esperienza schizofrenica, dove ogni sforzo empatico si arresta dinanzi al muro che si costituisce dall’incomprensibilità dei suoi vissuti. In: Rossi Monti M., (2001). Percorsi di psicopatologia. Fondamenti in evoluzione. Milano. Ibid.

Uno sconosciuto è mio amico,

uno che io non conosco,

uno sconosciuto lontano lontano.

Per lui il mio cuore è pieno di nostalgia.

Perché egli non è presso me.

Perché egli forse non esiste affatto?

Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza?

Che colmi tutta la Terra della tua assenza?

Pär Fabian Lagerkvist

Poeta

Bibliografia

  • Borgna E., (1999). Noi siamo un colloquio. Milano
  • Callieri B., (2004). Georges Lantéri-Laura: la cultura fenomenologica e l’approccio clinico. In; Comprendre Padova. p. 36 a 44
  • Cargnello D., (1980). Ambiguità della psichiatria. Napoli: Guida Edizioni
  • Leoni F., (2013). La fenomenologia come esercizio. Postfazione in Calvi L., (2013) La coscienza paziente. Roma
  • Merleau-Ponty M., (1945). Phénoménologie de la perception. Tr. It. (2012). Fenomenologia della percezione. Milano. p. 115.
  • Rossi Monti M., (2001). Percorsi di psicopatologia. Fondamenti in evoluzione. Milano