Il tema dell’identità personale, lungi dall’essere un problema filosofico, rappresenta invece il nucleo teorico che la psicologia clinica deve porre alla base del suo procedere scientifico, poiché la maggior parte della psicopatologia è collegata a qualche alterazione dell’identità personale.

Davide Liccione, 2019, p. 55

Psicologo, Psicoterapeuta

La citazione riportata evidenzia un tema che non può essere tralasciato quando si parla di “essere umano”: come già accennato in un altro articolo, la psicologia (e non solo) ha il dovere di chiedersi chi è quel singolo individuo che manifesta quegli specifici modi della sofferenza.

Il modo in cui, nel corso della storia, i diversi approcci teorici hanno definito il concetto di “identità”, ha inevitabilmente influenzato la pratica clinica.

La nascita del problema dell’identità personale come lo intendiamo qui si può far risalire all’epoca moderna[1], quando, per spiegare eventi come la rivoluzione scientifica, la scoperta dell’America o addirittura la nascita della filosofia del cogito, essa diventa un punto di riferimento necessario (Liccione, 2019). Mentre nell’epoca premoderna ciò che determinava l’identità delle persone era sancito dalle norme sociali e gruppali, nell’epoca moderna si assiste alla nascita di un forte bisogno di auto-differenziarsi e dunque di auto-determinarsi in maniera individuale e singorlare.

Di conseguenza, l’identità personale viene fatta coincidere con il Sé: cogito ergo sum. Alcuni affermano a questo proposito che sia con Cartesio che nasce la soggettività. Tutto quello che pensiamo ci appartiene come rappresentazione[2] e questo fatto non è passibile di dubbio poiché l’unica evidenza che rimane (ragionamento secondo il metodo cartesiano) è la res cogitans. L’essere umano diventa, dunque, un produttore di significati generati grazie a categorie dell’intelletto che incasellano l’esperienza e lo pongono al centro del processo conoscitivo.

Da questa conclusione si evincono una serie di questioni teoriche importantissime sulle quali si fonda l’intera tradizione cognitivista e, in particolare, quella post-razionalista.

Il Sé (l’identità personale) coincide con il cogito e diventa quindi l’insieme delle credenze che guidano le azioni e le emozioni. Per il cognitivismo strutturalista (Mancini e Semerari per esempio) ciò che sostiene queste convinzioni sono delle specifiche strutture personologiche e cognitive che filtrano l’esperienza, indirizzano la creazione di rappresentazioni e costruiscono la realtà. In seguito, l’approccio post-razionalista fondato da Vittorio Guidano, introducendo la questione dell’emotività e dell’individualità, sottolinea come i significati non stiano nel mondo, ma emergano dall’essere umano nel momento in cui egli fa esperienza di qualcosa. Il punto, con Guidano, diventa riconoscere che l’esperienza è individuale, non più cogliere la coerenza fra rappresentazione e mondo! Posto questo enorme passo avanti, è evidente come qui l’esperienza che l’uomo fa della vita sia ancora muta e acquisisca significato solo a partire da un suo atto conoscitivo: rifacendosi a James, Vittorio Guidano ritiene che sia l’Io a percepire l’esperienza, la quale poi viene significata in un secondo momento dal Me. L’identità personale sarebbe dunque il , ossia questa continua dinamica Io-Me[3]: occorre sottolineare a questo punto che la dialettica Io/Me produca significato e non identità! (Liccione, 2019).

Dunque, ne consegue che la psicopatologia emergerebbe dall’impossibilità di integrare degli eventi di vita discrepanti rispetto all’identità del sistema o della struttura[4].

L’idea di uomo che si evince fin qui è quella di un produttore di significati che sembra quasi non cambiare mai nel corso della sua esistenza, proprio come una macchina che fa sempre il suo dovere. Ma non è forse vero che, mentre viviamo, ci percepiamo sempre diversi da quelli che eravamo magari qualche anno fa?[5] Eppure, in un certo qual modo, sappiamo e sentiamo di essere anche sempre gli stessi, perché per esempio ci riconosciamo in quello che facciamo.

Ma allora com’è possibile tenere insieme questi due aspetti così apparentemente contraddittori? Che cosa ci consente di identificarci con noi stessi? Cosa ci garantisce di sentirci sempre gli stessi nonostante i cambiamenti? Il cognitivismo sembra aver risposto a queste domande trattando l’identità personale prevalentemente dal punto di vista della medesimezza (ciò che permane di me nel tempo) e rivolgendosi all’essere umano in termini cosali[6]; il primo post-razionalismo e, in maniera più evoluta il secondo post-razionalismo (Arciero & Bondolfi, 2012), pur avendolo delineato in maniera teorica, hanno forse tenuto troppo sullo sfondo il concetto fondamentale che da risposta ai quesiti sopra menzionati, ossia quello di ipseità. Ricoeur (1990) e gran parte della tradizione fenomenologica sviluppano il tema dell’ipseità, ossia la costanza di me (Ricoeur, 1990), ponendolo in relazione non solo con la medesimezza ma anche con l’identità narrativa, svolta teorica fondamentale che permette al filosofo di ampliare le riflessioni sull’identità personale.

A questo punto, ci viene in aiuto Paul Ricoeur che scrive:

 

“La vera natura dell’identità narrativa, a mio avviso, si rivela soltanto nella dialettica dell’ipseità e della medesimezza. In tal senso, quest’ultima rappresenta il contributo principale della teoria narrativa alla costituzione del sé. […]L’identità, compressa narrativamente, può esser chiamata, per convenzione di linguaggio, identità del personaggio.” [Ricoeur 2016, ed. it. p.231-232]

 

La fenomenologia ermeneutica di Paul Ricoeur, facendo un passo avanti rispetto alle concezioni teoriche precedenti, comprende che il nodo cruciale è proprio il rapporto fra esperienza e riconfigurazione narrativa dell’esperienza stessa (Liccione, 2019). L’identità narrativa è ciò che ci permette di ricomporre le due modalità identitarie di cui sopra: solo a livello dell’identità narrativa posso cogliere un personaggio ed identificarlo come sempre lo stesso, nonostante la variabilità dell’esistenza. Il racconto che si produce attraverso la riconfigurazione narrativa (Mimesis II) dell’esperienza è il “proprio” racconto e ci fa riconoscere sempre come i protagonisti[7] della storia.

La svolta fenomenologica sta anche nel comprendere che l’esperienza che ogni singolo individuo fa non sia muta, ma sia già significativa al di là della riflessione che si può fare su di essa; i significati emergono dalla nostra relazione con il mondo: sono qualcosa che in parte ci precede e a cui noi possiamo accedere, in accordo con questa o quella tonalità emotiva (Liccione, 2019).

Il racconto non è la copia esatta dell’esperienza vissuta e dell’azione poiché è mediato dal linguaggio che ci permette di inserirlo in una trama narrativa e di creare una storia (la nostra storia!). Dunque, la dialettica fra Identità (Idem, Medesimezza) e Identità (Ipse, Ipseità) produce Identità. È in questo modo che emerge quella identità che noi siamo.

L’identità narrativa è un concetto che delinea una tendenza propria dell’uomo, che precede qualsiasi riflessione teorica in merito: l’essere umano non può fare a meno di raccontarsi e raccontare delle storie, è ciò che lo rende tale. Il raccontarsi, attraverso il linguaggio, assume connotati fortemente identitari, anzi, possiamo dire che è ciò che ci permette di definirci.

Un bellissimo e potente esempio di questa esigenza fortemente umana, oltre all’evidenza della vita di tutti i giorni, lo troviamo nel contesto “ludico” dei Giochi di Ruolo. Nati negli anni ’70 questi giochi consistono nel creare storie, nell’interpretare dei personaggi e nel compiere con loro imprese in mondi fantastici. Il narratore tesse una trama, crea una storia ed un contesto per i personaggi; è come se lui rappresentasse la volontà della storia di prendere uno solo dei possibili itinerari tra tutti i potenziali percorsi. Tuttavia, all’interno di questa tela (potremmo forse dire di questa esistenza?) ci sono dei personaggi che di volta in volta riscrivono la propria storia di fronte alle esperienze che fanno e non possono fare a meno di raccontare ai loro compagni quello che fanno, come agiscono e come si sentono rispetto ad un determinato evento (una possibilità) che l’esistenza (il narratore) ha posto sul loro percorso. Insomma, non possono fare a meno di riappropriarsi sempre, in ogni circostanza, della propria identità e di agire alla luce di questo loro racconto.

A conclusione di questa breve riflessione sulla questione sull’identità, con Paul Ricoeur possiamo affermare che:

 

“Il tempo diviene tempo umano nella misura in cui è articolato in modo narrativo; per contro il racconto è significativo nella misura in cui disegna i tratti dell’esperienza temporale. […] Che la tesi presenti un carattere circolare è innegabile. […] Il circolo tra narratività e temporalità non è un circolo vizioso, bensì un circolo corretto.” [Ricoeur 1986, p.15]

 

 

BIBLIOGRAFIA

  • Arciero, G., Bondolfi, G., (2012). Sé, identita e stili di personalità. Bollati Boringhieri, Torino.
  • Arciero G., (2006). Sulle tracce di Sé. Bollati Boringhieri, Torino.
  • Chiurazzi G., (2002). Il postmoderno. Paravia, Bruno Mondadori, Milano.
  • Guidano V., (1992). Il Sé nel suo divenire. Bollati Boringhieri, Torino.
  • Liccione D., (2019). Psicoterapia Cognitiva Neuropsicologica. Nuova edizione ampliata, rivista e aggiornata. Bollati Boringhieri, Torino.
  • Ricoeur P., (1986). Tempo e racconto. Vol. I, Jaca Book, Milano.
  • Ricoeur P., (1990). Soi-même comme un autre. Seuil, Paris. Tr. it Sé come un altro, Jaca Book, Milano, 2016.

 

Note:

[1] Per una più approfondita comprensione dell’aggettivo modernus si veda Chiurazzi (2002). Invece, per approfondire il concetto di identità nell’epoca premoderna di veda Liccione (2019).

[2] Chiaramente, qui è forte il riferimento alla filosofia cartesiana e kantiana.

[3] Per altro, da un punto di vista filosofico qui si genererebbe un’aporia poiché se l’unico modo di conoscere l’esperienza è quello di oggettivarla rispetto ad un qualcosa che è meta-esperienziale, come posso conoscere questo qualcosa? È la regressione all’infinito (critica, tra l’altro, che viene mossa anche nei confronti della teoria della conoscenza kantiana) di cui di parla Arciero (2006).

[4] Per approfondimenti si veda Guidano (1992).

[5] Questa sensazione è qualcosa che ci sentiamo addosso nella vita quotidiana e non ci serve certo una teoria per sentirlo!

[6] Rispetto a questo concetto (“Che cosa” vs “Chi”) si approfondisca in Liccione (2019) e Arciero e Bondolfi (2012) la parte in cui si mostrano i fondamenti filosofici di tale pensiero.

[7] La psicopatologia è proprio quando non ci si riconosce più! La questione, dunque, è come io inserisco gli eventi in trama narrativa.