Intervista a Giuseppe Magistrale, psicologo e psicoterapeuta; si occupa di disturbi alimentari presso il CPDCA a Bari.

D’Amico
: quali differenze trovi che ci siano tra terapia dal vivo e terapia online?

Magistrale
: il tema delle differenze è interessante quanto complesso. Forse la cosa migliore, per portare avanti una terapia psicologica online, è proprio riflettere sull’impatto che ha la Differenza sul lavoro di quella specifica diade. E’ bene che il terapeuta abbia ben chiaro cos’è per lui o lei una seduta online: ci sono clinici che si trovano più o meno a proprio agio, clinici che sperimentano una maggiore fatica nel condurre terapie online e altri per cui può addirittura essere equivalente alla terapia dal vivo. Io mi trovo più in quest’ultimo gruppo. Come paziente infatti, ho condotto per ragioni logistiche la mia terapia personale in parte via Skype. Certo, il “contatto” non è lo stesso, e stendermi sul divano della mia analista e sentirla dietro di me era un’esperienza più avvolgente dal punto di vista sensoriale. Potevo sentire la sua presenza in un modo, ma nel tempo mi sono abituato a sentirci presenti, anche se diversamente. Questo discorso vale per ogni coppia terapeutica: come è vero che ogni terapeuta può sperimentare la terapia online in modo diverso, è altrettanto vero che le differenze più interessanti vanno cercate nell’incrocio tra l’esperienza di quel terapeuta e quel paziente. Entrambi vivono questa modalità in modi unico e il lavoro su questo “intreccio” è la terapia stessa. E’ proprio lì che, come nel lavoro dal vivo, le differenze diventano lo strumento principale per condurre la terapia. Mentre dal vivo le terapie in genere si svolgono nella stessa stanza, ogni paziente è in un luogo diverso e sperimenta sé stesso diversamente. Faccio qualche esempio: per Francesca, che vive da anni con un disturbo alimentare, vedersi in un riquadro sullo schermo può essere un’esperienza che la turba. Sembra distratta, assorta, distante mentre il terapeuta parla.

Un terapeuta sensibile alle distrazioni, può pensarla, per esempio, annoiata. Il modo in cui il terapeuta percepisce Francesca può infastidirlo: si sente noioso, questo risveglia in lui la sensazione che le persone perdano attenzione quando parla. Poi però si mette a fare il terapeuta: riflette sulla sua esperienza e si chiede se sia “roba sua” che sta interferendo con la seduta. Questo gli permette di tornare su di lei e chiederle cosa succede senza pensare che sia necessariamente annoiata. La rende partecipe della “distanza” che avverte, Francesca gli dice che sta vivendo il suo corpo nello specchio, come al solito, e questo aumenta i suoi pensieri su come il terapeuta può guardarla e giudicarla. Il terapeuta si “rilassa”: in realtà Francesca era così concentrata sullo sguardo del terapeuta da esserne angosciata. Entrambi si mettono a esplorare da dove venga la paura del giudizio e l’esperienza di essere “misurata” dallo sguardo altrui.

Pensiamo, invece, a un terapeuta che è affaticato dalla modalità online e fa uno sguardo corrucciato, magari per via di un grande mal di testa. Il/la paziente sente il terapeuta minaccioso, per qualche motivo. Se i due lavorano insieme per riparare questa rottura, la terapia sarà trasformativa (per entrambi): da dove nasce questo fraintendimento? Che cosa suscita quello sguardo nella mente del paziente, in che esperienza passata lo porta?  E’ quella che Lewis Aron chiama “reflective self-awareness”. Il continuo processo di tenere a mente sé e l’altro come oggetti e soggetti della relazione. Come mi vede il paziente, come sento io lui? Sto sentendo lei? C’è qualcosa che sta interferendo con la mia capacità di riconoscere la sua esperienza?

Le regole della terapia sono le stesse, ma il campo da gioco cambia. Inoltre, c’è una dimensione ulteriore, da non sottovalutare. Noi entriamo nelle case dei pazienti e loro entrano a casa nostra. Questo può essere vissuto in tanti modi diversi: una maggiore intimità tanto quanto la conferma di appartenere a mondi differenti.

Tutto questo per dire, in breve, che il cambiamento di modalità non rappresenta una differenza univoca. Donna Orange, in un webinar recente della IARPP, ha parlato del fatto che quando fa le terapie online mette il computer in grembo, come per coccolare i pazienti. Mi ha fatto pensare: chissà come la prendono loro! Alcuni potranno provare piacere a essere tenuti in grembo, altri si sentiranno infantilizzati, altri magari minacciati perché guardati dall’alto in basso. Questo lei lo sa sicuramente bene, dato che è lei con Stolorow e Atwood che ha contribuito alla teoria dei sistemi intersoggettivi su cui si fondano le riflessioni che sto facendo.

D’Amico: pensi che nel setting online ci possano essere delle variazioni per quanto riguarda l’uso di tecniche corporee o più genericamente esperienziali?

Magistrale
: Una premessa: la mia formazione non prevede l’uso di tecniche esperienziali e, anzi, nella psicoanalisi relazionale quando uno usa la parola “tecnica” storcono un po’ il naso, probabilmente perché tradizionalmente in conflitto con la parola “tecnica” usata dagli analisti ortodossi, dove la terapia era costretta in regole e modalità un po’ più rigide. La psicoanalisi relazionale tuttavia mi ha insegnato il valore della ribellione alla tradizione, quindi non mi vergogno se uso la parola tecnica e ho ampliato il mio repertorio con l’uso di tecniche esperienziali. La terapia online, nella mia esperienza, non rappresenta un ostacolo all’uso di tecniche esperienziali. Di certo in presenza si può avere una sensazione di maggiore immediatezza, monitorando costantemente cosa provano i pazienti quando e cosa accade nella relazione. Anche qui, è bene valutare, più che la “tecnica” di per sé, come il mezzo digitale influisce sulla relazione tra paziente e terapeuta. Mettiamo che il terapeuta proponga al paziente di provare una tecnica immaginativa: mentre alcuni pazienti possono sentirsi più al sicuro dentro casa nel provare qualcosa che li attiva di più, altri possono invece sentirsi più minacciati: entrambe sono occasioni di esplorazione nel mondo psichico del paziente.

In molti pensano che online si usi meno il corpo e che questo possa rappresentare un ostacolo all’uso di tecniche esperienziali. In realtà il corpo è ovviamente presente, ma in modo diverso, è sempre “situato”, di sicuro in modo diverso rispetto alla con-presenza in terapia, ma c’è, è lì, magari con qualche millisecondo di ritardo tra botta e risposta. Pensarla diversamente significa commettere l’errore di Cartesio, così come è cartesiano pensare che una psicoterapia senza tecniche esperienziali sia meno esperienziale di una che le usa o che una psicoterapia che non usa tecniche corporee sia meno corporee di una che le usa.

Ci sono sempre due corpi che sperimentano, fanno esperienza, un paziente (con il suo corpo) che può vedere le sue paure “relazionali” confermate o disconfermate dalla relazione terapeutica. Un’interpretazione, una domanda esplorativa, una tecnica corporea: sono tutti corsi d’azione che il terapeuta può intraprendere che avranno di certo un effetto corporeo. Come sostiene l’enattivismo, siamo corpi pensanti. Una parola non è meno incarnata di un gesto, al massimo può essere più o meno intellettualizzata e, quindi,più o meno imbevuta di corporeità. Un terapeuta può decidere di ampliare il repertorio dell’esperienza parlata con “tecniche” che possono essere molto d’aiuto nel sostenere il cambiamento, la cui base però è una buona esperienza della relazione terapeutica. Non penso che per la terapia online sia diverso.

D’Amico: Sempre considerando la particolarità del setting online, come organizzi il set-setting? (Per esempio riguardo ad eventuali ritardi del paziente o alla sua scelta del luogo fisico da cui parlare)


Magistrale
: Più o meno come mi organizzo in seduta dal vivo. Dico ai pazienti di chiamarmi. Se fanno ritardo, aspetto. Se ne fanno troppo, li chiamo. Chiedo ai pazienti di trovare un luogo tranquillo dove possono avere più privacy possibile.L’aspetto importante credo che sia quello che Joe Lichtenberg chiama “un ambiente facilitante”: una cornice di amichevolezza, costanza, affidabilità e un ambiente sicuro. Se le regole del setting sono flessibilmente prevedibili, si può dare significato alle deviazioni (soprattutto se non avvengono “una tantum” e sono costanti). Non è tanto importante quali siano gli elementi prevedibili ma che ci siano: la durata, chi chiama chi, cosa può aspettarsi il paziente se salta la seduta o fa ritardo o se ha bisogno di spostare, il luogo in cui avviene la seduta. Se ho come regola che il paziente mi chiami e fa ogni volta 10 minuti di ritardo, magari è un aspetto che vale la pena esplorare. E’ importante che non ci siano cambiamenti drastici e che il paziente sappia cosa aspettarsi. Un altro aspetto “rassicurante” della regola, è che sicurezza e prevedibilità favoriscono l’esplorazione, un po’ come gli attaccamenti sicuri. A questo proposito voglio citare l’aneddoto di amico che sta conducendo una terapia telefonica da quanto è scoppiata la pandemia: paziente e terapeuta con il cellulare all’orecchio, nel bel mezzo di una seduta, si incontrano mentre camminano. Da quel momento decidono di proseguire l’analisi passeggiando. Del resto, lo facevano anche Freud e Mahler.