“Un uomo che vuole la verità diventa scienziato; un uomo che vuol lasciare libero gioco alla sua soggettività diventa magari scrittore; ma che cosa deve fare un uomo che vuole qualcosa di intermedio tra i due?” La risposta potrebbe essere lo psicologo.

Maria Armezzani

Psicologa - Psicoterapeuta - Docente all'Università degli studi di Padova

Questa intervista alla professoressa Maria Armezzani, che finalmente dopo due anni dall’inizio dell’attività del nostro blog abbiamo incontrato a Figline Valdarno, sembra quasi una lettera inviata a tutti gli psicologi che vogliano riprendere in mano le redini del destino della propria disciplina. Le sue parole risvegliano la nostra coscienza riflessiva, assopita da tempo nel torpore generato dalla tecnocrazia e dalle necessità pratiche (e perché no anche di pubblicazione) che dominano il nostro mondo. Di seguito riporto un riassunto personale di ciò che il lettore-spettatore potrà trovare in questa intervista sul libro, purtroppo non più in commercio, “Esperienza e significato nelle scienze psicologiche“.

La professoressa inizia dalle origini. La psicologia è nata da un radicale gesto di automutilazione, un peccato originale contro se stessa: l’eliminazione del significato e dell’esperienza dal proprio campo d’indagine. In questo senso, Watson, fondatore del comportamentismo, quando la psicologia iniziava a muovere i primi passi sul nuovo terreno dello studio scientifico del mentale, si spinse fino a parlare della necessità di “sbarazzarsi della coscienza”. A richiedere questo sacrificio era il naturalismo, che ancora oggi è il paradigma dominante nel nostro campo. Se infatti all’epoca della nascita della psicologia per scienza si intendeva l’analisi quantitativa di un certo oggetto, da rendere misurabile e manipolabile in un contesto sperimentale, ecco che per rendere scientifico lo studio della mente divenne necessario eliminare il significato e la soggettività proprio dalle riflessioni degli psicologi.

Il problema è che da allora, nel corso del Novecento, la scienza e l’epistemologia (la teoria della conoscenza) si sono evolute. I modelli di scientificità hanno subito delle importanti trasformazioni, modificando il concetto di “oggettività” fino a tenere in considerazione l’osservatore e il processo di osservazione nelle proprie teorie. Ciò è avvenuto persino per la fisica, la scienza hard per eccellenza, che dopo Einstein ed Heisenberg ha smesso di credere nell’esistenza di una realtà indipendente dall’osservazione.  Ciò che non si capisce allora è perché proprio la psicologia sia rimasta ancorata alla vecchia ipotesi di fine Ottocento di una scienza oggettiva in senso pre-soggettivo. Proprio lei che avrebbe invece avuto la possibilità di essere la prima a prendere consapevolezza dei limiti di un modello di scientificità che tenda ad escludere o neutralizzare l’osservatore (si pensi alla psicoanalisi ortodossa di Freud). Sembra quasi che noi psicologi ci scopriamo a soffrire di un mostruoso complesso d inferiorità nei confronti di tutti gli altri scienziati, che ci spinge a sostenere un ormai superato statuto di oggettività indiscutibile del nostro sapere. Con le parole della Armezzani potremmo forse ammettere di  soffrire di una sorta di “geometrismo morboso“, che ci spinge a cercare quantità, misure e dati anche dove non ce ne sono, cioè nel campo dell’esperienza, della soggettività e della coscienza. Certo è utile, anzi indispensabile, avere degli strumenti che ci permettano di confrontarci tra di noi e di comunicare con il mondo esterno, accademico e civile. Da qui a supporre però di poter oggettivizzare (cioè rendere oggetto) ciò che per definizione è originariamente soggettivo ci passa lo spazio di un terribile peccato di superbia, che quasi come una sorta di “conversione nell’opposto” serve a coprire le nostre mancanze e le nostre insicurezze.

Ecco perché proprio oggi diventa importante per ogni psicologo conoscere la lezione di Husserl che, come un messia, all’inizio del Novecento ha assunto su di sé il compito di salvare la psicologia dal proprio peccato originale, mettendo in crisi (con La Crisi, appunto) quella forma di oggettivazione impossibile che ancora oggi le è propria. Egli ha denunciato a in quel testo fondamentale, come ci ricorda la professoressa Armezzani, che tutte le scienze, ma in particolare la psicologia, hanno per lungo tempo dimenticato il dato ineliminabile dell’originario accoppiamento tra soggetto e oggetto, per dirla con le sue parole, hanno trascurato quella “correlazione fondamentale” che lega ogni uomo al mondo in cui egli vive. Non si può fingere di potersi mettere al riparo da ogni possibilità di critica rifugiandosi in uno “sguardo da nessun luogo”. Questo è ciò che la psicologia avrebbe dovuto scoprire per prima, considerato il suo paradossale contesto di applicazione (che in particolare è quello della psicoterapia), nel quale piuttosto che esserci un soggetto ed un oggetto, coesistono due soggetti che si guardano l’un l’altro modificandosi in uno scambio reciproco.

Husserl pensava alla psicologia come il campo decisivo per una svolta radicale nel pensiero scientifico: rifondare la conoscenza su una forma di oggettività nuova, che abbandonasse l’idea dell’esistenza di una realtà al di là del soggetto. Se non ci accorgiamo noi psicologi che non esistono fatti bruti ma significati da cogliere, se non ci rendiamo conto noi che bisogna occuparsi prima di tutto dell’esperienza soggettiva, vuol dire che non abbiamo imparato nulla da noi stessi e dalla nostra storia. Dovremmo ripartire dall’esperienza e dalle sue strutture invarianti. Questo significa fare veramente epoché. Solo quando faremo questo, accogliendo finalmente la fenomenologia dentro il nostro campo di indagine, potremo dedicarci alla scoperta di una “scienza dell’esperienza” e di una “logica della vita“, un tipo di scienza, cioè, che ci permetta di muoverci nel campo dei fenomeni umani con un modello di riferimento scientifico (una teoria) senza però rinunciare alla soggettività e all’intersoggettività che caratterizzano il mondo-della-vita. E’ come se Husserl e la fenomenologia chiedessero a noi psicologi di imparare a muoverci su quella frattura profonda, necessaria ed ineliminabile, che divide l’esperienza dai concetti e la prassi dalla teoria. E’ solo integrando questi due aspetti dell’umana esistenza che possiamo forse iniziare a costruire una psicologia fenomenologica che faccia della struttura invariate dell’esperienza e delle relazioni tra i fenomeni umani il centro del nostro sforzo e della nostra ricerca.

In questa nuova psicologia fenomenologica, come afferma l’Armezzani nell’intervista, il ruolo della filosofia diventa quello indispensabile di sentinella, che permetta di rimanere vigili rispetto al rischio di cadere da un lato in un introspezionismo privo di metodo teorie di riferimento, e dall’altro in una scienza oggettivante che dimentichi il vero focus della ricerca psicologica. Questa via di mezzo, che si snoda al confine tra la prassi dell’esperienza e la teoria di un modello, è stata aperta da alcuni, tra cui Francisco J. Varela, Vittorio Gallese, e Michelle Bitbol, che hanno fruttuosamente impregnato di fenomenologia diversi campi del sapere scientifico, dalle neuroscienze alla meccanica quantistica. A noi psicologi l’arduo compito di riportare la fenomenologia a casa sua, nello studio del mentale, nelle sue dimensioni normali e patologiche. Ci auguriamo che questo piccolo blog possa diventare una cassa di risonanza per chiunque voglia spendersi lungo questa strada.

 

Grazie di cuore alla professoressa Armezzani per questa intervista, che speriamo possa servire all’editore per pensare ad una ristampa di un libro fondamentale ma purtroppo introvabile.

 

Buona visione a tutti