Siamo come dei marinai che debbono ricostruire la loro nave in mare aperto…

Essi possono usare il legname della vecchia struttura per modificare lo scheletro e il fasciame dell’imbarcazione,

ma non possono riportarla in bacino per ricostruirla da capo.

Durante il loro lavoro essi si sostengono sulla vecchia struttura

e lottano contro violenti fortunali e onde tempestose.

 

Lungo il corso dei secoli, innumerevoli volte e in molti campi, ci si è interrogati sul rapporto che hanno le variabili individuali e quelle ambientali nel definire una personalità, un comportamento, un pensiero; il problema ha assunto diversi volti a seconda di coloro che ne dibattevano: è la natura o la cultura a dare una forma all’identità? Chi detiene il potere nelle scelte, l’organismo o l’ambiente? Siamo quel che siamo in virtù di fattori innati o acquisiti?

In ambito psicoterapico, le risposte a questo problema sono state essenzialmente tre, mitigatesi nel corso dell’evoluzione teorica delle diverse scuole di pensiero.

La prima risposta è quella comportamentista, pienamente focalizzata sul ruolo che ha l’ambiente nel forgiare l’individuo. Tale è l’importanza dell’ambiente nella visione comportamentista che Watson così si esprime nel 1930 in “Behaviourism”, testo sacro della scuola comportamentista: “Datemi una dozzina di bambini di sana e robusta costituzione e un ambiente organizzato secondo miei specifici principi, vi garantisco che sarò in grado di farne un medico, un avvocato, un artista, un imprenditore, un delinquente”. Come emerge dalle parole di Watson, nel rapporto tra ambiente e organismo, l’ago della bilancia è completamente spostato sulle variabili ambientali.

Il secondo approccio, a cui possiamo ricondurre la corrente pulsionale e quella gestaltica, nello sforzo di comprendere e spiegare il comportamento umano pone l’accento sull’organismo in sé, sulle caratteristiche e le pulsioni dell’individuo, inquadrando il problema in funzione del mantenimento dell’equilibrio. In questa cornice, l’individuo lotta per mantenere l’omeostasi, correggendo le deviazioni che potrebbero sbilanciare il proprio stato originario: Galimberti sottolinea come in questa visione l’individuo tenda a “conservare le proprie caratteristiche morfologiche e fisiologiche contro gli squilibri che possono essere determinati da variazioni interne ed esterne, che qualora non venissero compensati, porterebbero alla disintegrazione dell’organismo stesso… l’omeostasi ha nell’abitudine la sua linea tendenziale di espressione”. Tra i fattori individuali e quelli ambientali, il peso maggiore è attribuito all’individuo.

L’ultima posizione, che è quella cui si rifanno la corrente fenomenologico-esistenziale e il Modello Strutturale Integrato, è quella interazionista. Tale posizione pone l’accento sull’importanza dell’interazione tra l’organismo e il proprio ambiente. Da questo punto di vista l’identità nasce e si costruisce nella storia delle esperienze relazionali, e dunque il singolo non può emergere se non dal substrato costituito dal rapporto col proprio ambiente, da cui è influenzato ad un livello molto profondo. Allo stesso tempo, tuttavia, egli ha la capacità di trascendere i condizionamenti del passato e superarli, di costruire un nuovo modo di dare senso a sé e al mondo, differenziandosi dal contesto di appartenenza: nel proprio modo peculiare di organizzare l’esperienza, egli può emergere in novità, e come parte di un sistema ambientale, modificare il sistema stesso. In quest’ottica, organismo e ambiente sono consustanziali, si costituisce un delicato equilibrio tra la propria identità e gli stimoli ambientali che indurrebbero al cambiamento; in questa interazione dinamica, né l’individuo né l’ambiente “vincono” una volta per tutte: nella misura in cui il proprio modo di organizzare l’esperienza trova conferma nell’ambiente, l’individuo mantiene il proprio equilibrio e non si modifica; laddove l’ambiente offre stimoli che lo disconfermano, l’organismo si ritrova a doversi mettersi in crisi e a cambiare per crescere e divenire più complesso.

 

 

Che cos’è un identità

Quando si parla di essere umani, definire l’identità è un’opera ardua: all’interno dell’Enciclopedia di Psicologia, il costrutto viene definito come “Il senso del proprio essere continuo attraverso il tempo, e distinto, come identità, da tutte le altre”. Viene, inoltre, operata la distinzione tra l’identità conscia, intesa come “la riflessione che il soggetto fa sulla propria continuità temporale e sulla sua differenza dagli altri”, e l’identità inconscia, che “non ospita la distinzione psichica tra sé e l’oggetto esterno”. Nell’ambito dell’MSI, il costrutto di identità è declinato in maniera per certi versi simile: si ipotizza con questo concetto che esistano cose che possano essere identificate e differenziate dalle altre. Diventa opportuno chiedersi quali siano le parti che concorrono a strutturarsi in una totalità che chiamiamo organismo, e secondo quale specifica formula, che organizza le suddette parti, ogni organismo diviene un’identità diversa da tutte le altre.

Il Modello Strutturale Integrato teorizza che alcuni dei “mattoni” di cui è costituita un’identità, e che in sinergia costruiscono l’idea che ciascuno ha di sé e del mondo, non si collochino solo al livello delle teorie cognitivo-razionali, dei giudizi, della memoria; il senso che io ho di me è scritto anche nel mio mondo emotivo, nella rabbia che provo quando vengo contrastato, nella paura che sento se crollano le mie convinzioni, in ciò che mi rende triste e in quel che mi fa gioire. Ancora, è scritto nei miei sogni, nelle immagini che sovvengono alla mente a sigillare il senso di un momento. In ultimo, al livello più profondo, la mia identità è scritta nel mio corpo: nei muscoli, pronti ad abbandonarsi in un abbraccio o rigidi fino al gelo; negli occhi, intenti a scorgere il mondo con fiduciosa curiosità o spalancati come quelli di un’aquila che punta la propria preda; nell’epidermide, calda e desiderosa di contatto, o fredda e insensibile al tocco.

In queste poche battute sono state messe a fuoco solo alcune delle parti che secondo il Modello Strutturale Integrato compongono il sé di un individuo, e che prendono il nome di Linguaggi di Esistenza: il linguaggio corporeo, quello emotivo, il fantastico e il razionale. Ai fini di questo articolo ci siamo soffermati sul loro funzionamento spontaneo e riflesso, e sugli infiniti modi in cui ciascuno di noi utilizza le proprie teorie, i vissuti, le fantasie e le sensazioni corporee per organizzare l’esperienza e indirizzare il comportamento. Approfondiremo, in seconda battuta, come l’introdurre stimoli al cambiamento dei modi di simbolizzare l’esperienza induca un organismo e il sistema di cui fa parte ad una serie di meccanismi, tesi a ridurre quei cambiamenti e a riportare il funzionamento all’equilibrio omeostatico che già conosce, e se questi meccanismi siano da connotare negativamente o meno in virtù della teoria in cui li inquadriamo.

 

 

Storia del cialtrone che è diventato saggio… e che vuole tornare a fare il cialtrone

La sede provinciale casertana della SIPI è stata quest’anno impegnata in un progetto di prevenzione-intervento sul fenomeno del bullismo all’interno delle classi di terza media di un istituto della provincia. L’obiettivo dell’intervento era portare alla consapevolezza degli alunni la struttura emotivo-cognitiva che sottende l’aggancio tra la vittima e il bullo, per modificare il comportamento spontaneo tramite la riflessione: la vittima e il bullo, nella nostra formulazione teorica, sono accomunati dalla stessa struttura, ovvero vivono la rabbia come un segno di forza, mentre per loro la paura è segno di debolezza, e proprio per questo non può essere sentita né utilizzata per allontanarsi dalle situazioni pericolose. L’obiettivo dell’intervento era approfondire la risposta emotiva dei ragazzi di fronte al fenomeno del bullismo, e iniziare a parlare della paura come una forza: la forza di riconoscersi fragili e da qui partire per chiedere aiuto. Dal nostro punto di vista, questo diminuisce la probabilità di restare invisciati nella spirale di violenza, perché la potenziale vittima acquisisce il coraggio di ascoltare le proprie paure e denunciare. Inoltre, l’intervento aiuta gli astanti a prendersi cura di chi è spaventato e sostenerlo quando questi non riesce da solo a denunciare le vessazioni.

La strategia scelta è stata il dialogo con i ragazzi circa le loro esperienze riguardo il fenomeno del bullismo, per far emergere alla consapevolezza le teorie che hanno circa la forza, la debolezza, la rabbia e la paura. Ripercorrendo quelle stesse esperienze, abbiamo modificato il funzionamento spontaneo cercando di costruirne uno più complesso. Nel fare ciò, abbiamo deciso di mettere a confronto gli elementi della classe che proponevano idee discordanti e di aiutarli a discutere, fornendo loro nel dialogo nuovi spunti di riflessione e aprendo ad orizzonti diversi.

 

Nel sistema classe si costituiscono spesso dei sottogruppi, accomunati da caratteristiche, interessi, capacità, e si definiscono nel corso degli anni gli equilibri di quei sottogruppi. La sottoscritta ha lavorato con una classe molto energica e vitale, conosciuta come una delle peggiori dell’istituto, in cui sono emersi sin da subito tre sottogruppi: da una parte gli alunni modello, maturi e coscienziosi, al polo opposto i giullari scapestrati, e in ultimo i “flessibili”, che a seconda del momento erano in grado di virare verso il gruppo più serioso oppure di lasciarsi andare alla chiassosa goliardia. Nel discutere sul bullismo e dei suoi significati, ho assistito spesso ad esponenti del gruppo “filosofico” che squalificavano e sminuivano le pur intelligenti intuizioni degli scapestrati, i quali reagivano facendo ancor più caos e depotenziando così il loro contributo: tutti coerenti col copione relazionale costruito negli anni, mantenevano l’equilibrio che consente loro di muoversi in un territorio di significazione dell’esperienza conosciuto. Modificare le teorie vigenti implica dare forza alle narrazioni minoritarie, e questo è ciò che è stato fatto in questa classe: sono stati aiutati a dialogare due ragazzi che, per comodità, chiameremo il “filosofo” e il “cialtrone”; il confronto tra i due è cominciato col primo che mette rapidamente in scacco il secondo, che di conseguenza si innervosisce; si scatena una bagarre in cui il filosofo resta del suo inappuntabile parere, il cialtrone fa schiamazzi, e così la sua ciurma. Viene qui introdotto l’elemento di cambiamento: il facilitatore aiuta il “cialtrone” a mettere ordine nel proprio caos vitale senza farsi squalificare e ad intraprendere una nuova strada: sentendosi sostenuto nello sforzo di esprimere un’idea, piuttosto che fare una gran confusione, il cialtrone è riuscito pian piano a prendere le redini della propria energia e ad incanalarla, conducendo con le proprie capacità il “filosofo” a vedere quanto la sua prospettiva fosse limitata e aiutandolo a costruire una visione più complessa. Per qualche decina di minuti si sono sconvolti i copioni, è stato scalfito l’equilibrio rigido del sistema e delle sue componenti.

Utilizziamo i costrutti di organismo e ambiente, di equilibrio omeostatico, di sistema e di parti per leggere l’evento: l’esperto facilitatore funge in questo caso da ambiente che introduce degli stimoli che spingono l’organismo a modificarsi, a rinunciare all’omeostasi per costruire un equilibrio più flessibile. La spinta al cambiamento viene esercitata su più livelli: in primo luogo, il cialtrone e il filosofo si ritrovano come individui a vestire panni cui non sono abituati, e si barcamenano nel coniugare il bisogno di mantenere l’identità cui sono abituati con l’esperienza che li sta disconfermando circa quel che conoscono di sé; simultaneamente, si sta esercitando una pressione al cambiamento ad un secondo livello, quello dell’intero sistema classe che vede le proprie parti e i propri sottogruppi cambiare, mettendo a rischio il sistema stesso.

Durante l’incontro successivo a questa piccola rivoluzione, nel corso di un secondo confronto il “cialtrone redento” è provocato attivamente da una compagna ed esplode, sfoderando il peggiore dei turpiloqui e aggredendo verbalmente la ragazza. L’intera classe viene coinvolta in questa rissa verbale da mercato. Tutto il lavoro di consapevolezza e riflessione sui limiti del funzionamento spontaneo di ciascuno, la modifica dei sottogruppi e del loro antagonismo, l’intera costruzione di un nuovo sistema più funzionale sembra essere andata in cenere. Lentamente viene ristabilito l’ordine e si placano le acque, ma come dare un senso a questo acting out? Anche in questo caso, utilizziamo i costrutti cui ci siamo rifatti prima: l’organismo ha reagito al cambiamento introdotto dall’ambiente cercando di ridurre le deviazioni per riportarsi all’equilibrio conosciuto; ci troviamo di fronte al meccanismo basilare dell’omeostasi, laddove ogni spinta alla modifica è contrastata con forza per tornare allo stato iniziale. La precisazione che va fatta è che per organismo si intende non solo il giovane alunno scapestrato che incorre nell’acting-out, ma, ad un livello di complessità superiore, l’intera classe: il sistema ha visto cambiare alcune delle proprie parti e, proprio come un organismo unico, ha reagito con un acting out corale per ricostituire la sua identità e i suoi sottogruppi.

Questo evento va allora connotato come qualcosa di positivo, piuttosto che negativo: è il segno che si modifica l’equilibrio di un sistema per favorirne uno più dinamico, che vengono messi in crisi i pattern consueti di relazione affinché diventino meno rigidi. Nasce una nuova identità, che può essere più forte e complessa della precedente.