Quando si costruisce una relazione, affinché sia veritiera e duratura è importante conoscere l’altro e farsi conoscere fino in fondo, scoprendo i reciproci limiti. In terapia dopo la fase di familiarizzazione dove il terapeuta esercita un atteggiamento empatico a supporto dell’altro, del TU, subentra una fase in cui, alla luce di una fiducia maggiore, l’intervento del terapeuta diventa di supporto alla crescita e nel fare ciò il terapeuta coglie le incongruenze che porta il pz e le pone alla sua attenzione. In questo assomiglia molto ad un padre o a una madre che insegna e accudisce, sprona e supporta.

In una relazione, in base a chi siamo e a chi è l’altro, e quindi in base al tipo di relazione, possiamo assumere 3 differenti posizioni esistenziali, ovvero modalità di incontrare sé e l’altro:

La funzione di Genitore (G) si caratterizza per il prendersi cura di sé e degli altri. Una sana funzione genitoriale richiede che si declini bene con la funzione Adulta, ossia il prendersi cura in base a ciò che si ritiene giusto per sé e per gli altri (Ariano, 2014 pg. 95). Ci si può prendere cura in due modi:

  • Genitore Normativo– ovvero attraverso il costringerci nelle regole che riteniamo giuste per sé e per gli altri, dando importanza a valori e norme condivise;

Es. alla fila alla posta, viene richiamata una persona che tenta di passare avanti e viene invitato a riflettere sull’ingiustizia e sullo scarso rispetto che ha per chi sta invece aspettando, da ancor prima, correttamente il proprio turno.

  • Genitore Affettivo– esercitando una funzione di sostegno, che sprona e incoraggia.

Es. un bambino alla recita di fine anno, ha il panico da palcoscenico ma sa che il padre è nella platea e dal basso lo incoraggia con lo sguardo, supportandolo e sostenendolo nelle sue paure.

La posizione Bambino (B) invece è caratterizzata dall’egocentrismo, al centro ci sono i propri bisogni e la necessità di soddisfarli, a differenza della posizione genitoriale in cui al centro è l’altro, il TU.

“Ogni persona dovrebbe saper essere bambino nelle circostanze della vita che lo richiedono, deve, come un bambino, sapersi divertire, sapersi affidare ad un genitore nelle circostanze che lo richiedono e rispettare, recalcitrando, le regole che gli vengono imposte” (G. Ariano,2005 pg. 198)

Es. una coppia una serata a cena, assistono ad uno spettacolo di musica dal vivo e quando il ritmo incalza la coppia si alza e comincia a ballare, assecondando un proprio desiderio, nonostante siano gli unici in questo, scevri da ogni preoccupazione.

Anche in questo caso si può distinguere:

  • Un Bambino adattato, che è caratterizzato da un atteggiamento compiacente. In questo caso più che di un bambino, a prescindere dall’età, si tratta di un Genitore (G) che però esercita tale funzione, prendendosi cura dell’altro, in modo patologico.

Es. si può immaginare una madre e un figlio in cui il figlio tende ad accontentare le aspettative della madre nella scelta dello sport da praticare. In questo caso sia la madre è più B che G, poiché antepone i propri desideri a quelli del figlio, sia il figlio stesso mette da parte i propri (come un G) per accontentare la mamma. Si invertono praticamente i ruoli.

La posizione Adulto (A) consiste nella capacità di essere equidistante sia dai bisogni dell’Io che del Tu, in base all’età cronologica e alle capacità individuali. La funzione della posizione A è quella di saper valutare, giudicare e operare in base all’evidenza naturale e ciò che si ritiene giusto.

Es. in banca, l’operatore allo sportello di fronte al cliente che vuole aprire un conto, evidenzia le diverse soluzioni con i rispettivi interessi e rischi, le possibilità di investimento e le percentuali di affidabilità, confidando di avere di fronte una persona in grado di valutare liberamente e in modo responsabile.

A tal proposito Berne parla di stati dell’Io ovvero “schemi uniformi di sensazione e di esperienza direttamente collegato a un corrispondente schema uniforme di comportamento” (Berne 1966; pag. 265). E li descrive così (Berne, 1961 pp. 64-65-66):

  • Lo stato Genitoriale dell’Io è un insieme di sentimenti, atteggiamenti e modelli di comportamento simili a quelli della figura genitoriale, appresi dall’esperienza con essa.
  • Lo stato Adulto dell’Io è caratterizzato da un insieme autonomo di sentimenti, atteggiamenti e modelli di comportamento che risultano adattati alla realtà presente.
  • Lo stato Bambino dell’Io è un insieme di sentimenti, atteggiamenti e modelli di comportamento che risalgono alla nostra infanzia individuale.

Nel caso di maggiore complessità e al tempo stesso normalità, se si pensa alle diverse relazioni che istauriamo nella vita, ci si accorge che siamo, in base alla relazione, sia bambino, sia adulto che genitore.

Ci sono relazioni in cui spontaneamente, per via delle caratteristiche dei soggetti in relazione, è utile assumere una determinata posizione. La mia esperienza nel lavoro con i bambini in una ludoteca, mi porta spesso spontaneamente ad assumere il ruolo di genitore e la declinazione di questo ruolo varia molto in base alle caratteristiche soggettive e all’età del bambino che ho di fronte, nonché alla situazione. La fascia di età dei bambini con cui mi trovo maggiormente ad interagire oscilla tra i 3 e i 7 anni circa. Spontanemente mi capita nella maggior parte delle volte di fare interventi di congruenza e di accudimento/contenimento.

La congruenza interpersonale (Rogers, 1970), diventa necessaria se devo intervenire per far rispettare delle regole utili alle interazioni tra i bambini o all’uso dei servizi ludici. In questo esercito prevalentemente il ruolo del genitore normativo.

Essere congruente a livello intrapsichico e a livello interpersonale significa rispettivamente:

  • Essere in grado di integrare in unità l’esperienza somatica, quella emotiva quella fantastica e quella cognitiva.
  • Comunicare ciò che si sente, prova, fantastica e si pensa all’altro con cui si è in relazione, in modo che all’interlocutore sia possibile comprenderlo per la sua crescita. Mira a rafforzare l’intersoggettività, il rapporto IO/TU. (G. Ariano, 2005 pg.473).

Mi è capitato per esempio di conoscere un bambino, N. di circa 7 anni che segue una terapia familiare. Il bambino ha difficoltà a stare nelle relazioni con gli altri e tende ad isolarsi nel suo mondo (prevalentemente nelle sue fantasie- Fa). Spesso vive le sue fantasie come se fossero la realtà e questo gli impedisce di vedere l’altro, di stare in relazione con lui e di assumere comportamenti pertinenti alle situazioni (scarso esame di realtà).

In occasione del break mattutino per la merenda N. siede accanto ad una bambina. Afferra la bustina di patatine di quest’ultima e la lancia per aria facendole cadere tutte le patatine a terra. Avendo assistito alla scena mi avvicinò e chiedo con atteggiamento di rimprovero il perché a N. Lui mi dice che voleva fare Hercules. Spontaneamente mi viene da rimandargli quanto fosse inopportuno il suo comportamento ma mi rendo conto (perché non mi segue e non mi guarda) che utilizzare il canale cognitivo e ragionare insieme a lui non è utile allo scopo di fargli prendere coscienza del suo gesto. Con l’intenzione di metterlo a contatto con i fatti e con la bambina che intanto ha di fronte e che piange, gli dico con tono severo (io sto all’in piedi e lui sta seduto, mentre quando gli ho chiesto conto del gesto, mi sono abbassata accanto a lui), di raccogliere le patatine che ha fatto cadere, chiedere scusa alla bambina e cederle parte della sua merenda. N. fa quanto gli chiedo anche se continua a ripetere che non è giusto. Il mio tentativo continua ad essere quello di parlargli mentre raccoglie le patatine per spiegargli che quello che ha fatto è sbagliato e lo faccio invitandolo a guardare la bambina che piange. Rispetto alla bambina R. (5 anni) mi sono preoccupata di tranquillizzarla facendola sedere sulle mie ginocchia e facendole offrire metà della merenda di N.

In questo caso il ruolo di genitore è utile nel fare da guida:

  • sia in un’ottica intrapsichica, aiutando il bambino a restare in contatto con le conseguenze del suo gesto;
  • sia in un’ottica interpersonale, mettendolo in dialogo con gli effetti sull’altro dei suoi comportamenti e agendo di conseguenza nel porre rimedio (assunzione di responsabilità).

Si presuppone che il genitore abbia una struttura di maggiore complessità rispetto al bambino, capace di con-tenerla e com-prenderla; ciò fornisce la possibilità di incontrare l’altro lì dove sta edi relazionarsi scegliendo il canale più efficace. Quando mi sono mantenuta al livello razionale e ho visto che non agganciavo il bambino, sono scesa di livello ho cercato di riportare N. all’interno di quello che stava succedendo mettendolo in contatto con l’altro e con gli effetti del suo comportamento.