Intervista a Francesca N. Vasta, specialista in psicologia clinica, gruppoanalista.*

 


 

D’Amico : Quali sono le grandi differenze tra terapia dal vivo e terapia online?

Vasta: Nel tentativo di proporre una risposta sufficientemente utile offrirò due prospettive – quella  del terapeuta e quella del paziente – entrambe immerse in un peculiare contesto sociale: lo scenario contemporaneo, al quale pure dedicherò attenzione specifca. Infatti, il protocollo di emergenza sanitaria che stiamo vivendo ci obbliga a seguire tutte le regole previste dal lockdown. Proporrò questi elementi in maniera separata solo per semplificare l’esposizione, essendo tutti e tre strettamente connessi e inter-dipendenti.

Formulerò delle ipotesi, si tratta di riflessioni sulle quali sto lavorando, confrontandomi con altri colleghi sia gruppoanalisti che di altri orientamenti teorico-clinici.

Voglio precisare che queste considerazioni sono state sviluppate in base al lavoro che svolgo con giovani adulti e adulti in psicoterapia individuale e di gruppo. Specifico questo aspetto perchè mi sembra importante distinguerlo dal lavoro con bambini e adolescenti. Mi riferirò sia al lavoro in psicoterapia individuale, sia a quello che svolgo come terapeuta di gruppo soffermandomipiù dettagliatamente su quest’ultimo.

Lo scenario contemporaneo:

In una recente intervista (Vasta, 2020) ho provato ad afferrare conle parole ciò che ancora non aveva una propria lingua.

Come ci ha insegnato Bauman, è importante dare un nome alle cose e non per assolvere ad un semplice dato tecnico ma per facilitare un processo culturale e intellettuale che aiuti ad identificarle e riconoscerle ponendo così le basi per la loro comprensione. Ho chiamato Il momento che stiamo vivendo Coronaville, la mia intenzione non era quella di creare un toponimo, tanto più che si tratta di una dimensione talmente estesa da non avere confini. Coronaville è un contenitore, perimetro psichico dello stato psicosocioculturale che stiamo attraversando. Uno spazio-tempo dove ci si confronta con la precarietà dei codici che governano la nostra vita relazionale, sociale, professionale. Quindi anche le domande di cura – nuove e non – sono radicate profondamente in questa dimensione spazio-temporale. Penso che sia importante fare una distinzione tra terapia online nata come risposta ad un momento di crisi sociale globale e la terapia online come pratica scelta dal terapeuta stabilmente o parallelamente alla sua pratica terapeutica vis à vis.

Va ricordato che chi pratica stabilmente la videoterapia accoglie la domanda di pazienti contenente già questa premessa: “Vorrei fare questo tipo di psicoterapia a distanza” .

Esiste una letteratura abbastanza corposa rispetto alla videoterapia tout court (CNOP, 2017; Fehr, 2018; Migone, 2013, 2015; Weinberg, 2020a, 2020b). Senz’altro di grande utilità, anche se noi stiamo vivendo una situazione in qualche modo differente; credo che in questo momento ci siamo in qualche modo trovati “obbligati” a spostare il luogo della cura in relazione alla pandemia che stiamo vivendo. Questo è un dato da tener presente. Mi chiederei cosa ha significato spostare il luogo della cura dall’incontro concreto a quello a distanza via chat; siamo in grado di riconfigurare un setting che includa un un proficuo ripensamento/adeguamento della teoria della tecnica?

Mi permetto a questo scopo una metafora; mi viene in mente la differenza tra due forme d’arte: la pittura e la fotografia. Nel primo caso il soggetto crea qualcosa di completamente nuovo con tela e pennelli: un’opera propria, anche quando si tratta di una copia, poiché la tela porta il segno indelebile della propria identità. Nel secondo caso esiste un filtro tra l’artista e l’opera: la macchina fotografica. Oggi tutti siamo dotati di una macchina fotografica che ci accompagna integrata nei nostri smartphone, quindi possiamo “crederci” fotografi. Per la psicoterapia direi che siamo passati – terapeuta e paziente – dal dipingere un quadro a due mani, dal co-creare un’opera ad usare un mezzo – “il dispositivo tecnologico” – in cui necessariamente qualcosa viene filtrato. Ciò che vedo è il rischio di esprimere una versione impoverita della complessità dell’incontro terapeutico che perda vitalità e diventi come quelle foto in bianco e nero che ritraggono i protagonisti in posa. Dunque siamo chiamati a trovare modi efficaci per usare il digitale in maniera “vitalizzata” e mai fine a se stessa.

La prospettiva del terapeuta:

Credo che a livello di modello teorico ed epistemologico non ci siano sostanziali differenze. La formazione gruppoanalitica punta sempre ad un lavoro olistico che include nella presa in carico dimensioni relazionali, culturali e socio-antropologiche dei fenomeni della vita psichica, a questo proposito consiglio di leggere i contributi del caposcuola Corrado Pontalti (1994, 2002, 2007) Il modo di leggere i sintomi e l’organizzazione di personalità dovrebbe rimanere quello.

La  “presenza psichica del terapeuta” deve essere solidamente radicata attorno al mandato sociale della professione, capace di porsi in dialogo con le trasformazioni del disagio psichico e dei luoghi deputati alla cura. Presenza significa esserci. Si può essere presenti in modi differenti, psichicamente, fisicamente o in entrambi i modi. Si tratta in ogni caso, nel momento attuale, di gestire la situazione e assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Mi pare che in questo momento il cambiamento che ci viene richiesto sia proprio di ripensare al luogo della cura ma non al modello con cui siamo abituati a curare. Cerco di spiegarmi meglio: naturalmente fare terapia online, la video terapia in questo caso, ci obbliga ad identificare dei riferimenti stabili e rigorosi avendo delle coordinate adeguate anche nell’assenza della condivisione dello spazio fisico. Tutto questo per non rappresentare il passaggio in atto nei termini di una facile equazione che si potrebbe dedurre da quanto appena detto (cambia solo il luogo ma non il modo). Non abbiamo propriamente scelto di trasferire la cura nei setting online, era quello che potevamo e dovevamo fare. Picasso dichiarò: «Se non ho rosso, io uso blu». È noto per aver attraversato certe fasi in cui utilizzava solo un certo colore o tonalità. Per esempio, durante il «periodo blu» (Periodo Azul), Picasso ha fatto solo dipinti monocromatici con i freddi colori blu / blu-verde. Successivamente, ha avuto un «periodo rosa» (1904–1906), in cui ha utilizzato solo i colori arancio e rosa, che erano molto più caldi e vivaci “nello spirito”. Quando gli venne chiesto perché lo aveva fatto rispose che quelli erano gli unici colori che aveva a disposizione.

La posizione del paziente:

Questa posizione si articola con la precedente domanda di cura. Io al momento sto lavorando sia nel setting individuale che in quello gruppale con pazienti che hanno fatto espressamente richiesta di una terapia vis à vis.

Bisogna sottolineare come con questi pazienti si sia stabilita un’alleanza terapeutica, una relazione già avviata costruita da un incontro di persona. Sappiamo quanto il fattore aspecifico che cura – trasversale a tutti i modelli – sia proprio quello della relazione terapeutica. Pertanto posso solo fare l’ipotesi che questo aspetto etto abbia facilitato l’accettazione della proposta di terapia online.

Il 90% dei pazienti ha accettato di proseguire il trattamento in remoto, ma devo anche ricordare che un numero minore non ha accettato per diversi motivi: la privacy, il non sentirsi a proprio agio davanti allo schermo, il sentire la mancanza dell’incontro reale. Dopo avere accettato il passaggio all’online abbiamo ridefinito lo spostamento della terapia in remoto solamente per il periodo in cui vigeranno le regole di limitazione attualmente presenti. Cosa accadrà dopo, rispetto alle richieste di videoterapia, al momento non lo so. Posso ipotizzare che questa situazione “sdoganerà” in Italia questo modo sia di offrire che di richiedere la terapia.

Adesso bisognerà attivare procedure di ricerca che mirino a cogliere tutte le variabili che sono presenti nella richiesta di fare terapia in remoto, pur tenendo sempre presente l’unicità di ogni persona e quindi di ogni domanda di terapia.

D’Amico: Nonostante le particolarità del mezzo usi tecniche esperienziali? e se sì, quali? e con quali accorgimenti?

Vasta: No, in quanto non rientrano nelle modalità di lavoro terapeutico per cui sono formata e che ho inizialmente inserito nel “contratto psicologico” di cura con il paziente e con il gruppo.

D’Amico: Come organizzi il set-setting? (come ti comporti, per esempio, in relazione ad eventuali ritardi e in relazione alla scelta del luogo fisico del paziente? Oppure se ci sono accorgimenti specifici nella terapia di gruppo)

Vasta: Questa domanda è importante perché coglie a mio giudizio il fulcro della differenza tra il lavorare in presenza e farlo online.

Nella terapia tradizionale il setting è gestito dal terapeuta: la sala d’attesa, la propria stanza di consultazione, le distanze tra le poltrone, gli oggetti, la presenza di piante, la cura degli ambienti etc. Il terapeuta accoglie il paziente in un luogo che parla di sè.  Nella terapia online questi aspetti vengono a mancare, ma ce ne sono diversi altri da considerare, come il luogo che il paziente il terapeuta scelgono per collegarsi e avviare la seduta. Anche la decisione di chi fa partire la video seduta va concordata, io personalmente preferisco stabilirlo in base al paziente, solitamente indico che sia lui a chiamarmi all’orario stabilito, ma in certi casi posso essere anche io stessa a farlo sulla base di specifiche valutazioni.

Parlerò adesso della terapia di gruppo, mi hai chiesto di essere più dettagliata perché alcuni lettori potrebbero non conoscere questo tipo di dispositivo di cura.

Provo a fornire una definizione del gruppo psicodinamico che sia utile in questa sede: un sistema sociale terapeutico dotato di una propria struttura, processo e contenuto, che si configura quale spazio per accogliere diverse persone motivate a lavorare insieme con l’aiuto di uno o due terapeuti.

Il gruppo analitico è un acceleratore di processi perché permette attraverso l’attivazione di transfert multipli e altri meccanismi propri del processo gruppale, di identificare e trasformare i nuclei disfunzionali inter/intra personali (Vasta,2019).

Prima di entrare nel gruppo di terapia il paziente conosce già il terapeuta dato che è previsto (dopo la fase di selezione dei pazienti per un determinato gruppo) un periodo di accompagnamento e preparazione all’esperienza gruppale.

Negli incontri di selezione verrà valutata anche la capacità per il futuro membro di partecipare alla struttura del gruppo intesa nella parte inerente le norme e il codice etico che la  governa, non solo illustrandola ma anche discutendola e favorendone la mentalizzazione. Il percorso di preparazione al gruppo (Vasta & Girelli, 2019) prevede il fornire le informazioni sul set del gruppo: luogo, orario, costi e tempi di pagamento/fatturazione, interruzioni previste dal calendario annuale della terapia; fornire le informazioni sugli aspetti di setting e dedicare del tempo per aiutare a comprenderli, sia per quanto riguarda le regole (regola dell’astinenza, importanza della puntualità e della presenza costante e per tutto il tempo della seduta, così come della tenuta rispetto all’impegno che si sta prendendo con tutto il gruppo), sia per quanto riguarda il tipo di terapia di gruppo proposta (illustrare il funzionamento, fare degli esempi, nominare la possibilità/opportunità di condividere i sogni e le questioni intime, specificare la propria formazione e che ci si farà garanti del rispetto delle regole del gruppo). Ci tengo a sottolineare che nel periodo di preparazione dei pazienti al gruppo viene chiarito anche tutto ciò che riguarda le comunicazioni collaterali che possono verificarsi. Viene spiegato, per esempio, che gli SMS mandati al terapeuta verranno poi riportati nel gruppo così come anche i messaggi vocali. Se qualcuno chiede di poter mandare delle e-mail si cerca di valutare questa richiesta e di darle senso e integrarla nel proprio percorso di terapia. Ritengo sia utile aggiungere che nel passaggio al setting on line trovo indispensabile specificare le seguenti condizioni: la necessità di scegliere un luogo riservato e tranquillo, in quanto il terapeuta non può farsi garante esclusivo della protezione dello spazio di terapia ma deve richiedere al paziente di impegnarsi in prima persona al fine di creare le condizioni più opportune per lo svolgersi delle sedute.  Deve specificare tutte le regole necessarie a   garantire la riservatezza a tutti i pazienti del gruppo, senza dare nulla per scontato.

Assenza del corpo:

Mi permetto una citazione: “Chi ha occhi per vedere e orecchi per intendere si convince che ai mortali non è possibile celare nessun segreto. Chi tace con le labbra chiacchiera con le punta delle dita, si tradisce tutti i pori. Perciò il compito di rendere coscienti le cose più nascoste dell’anima è perfettamente realizzabile”(Freud, 1905, p. 364).

In psicoterapia di gruppo il corpo è un elemento essenziale del processo terapeutico.

Solano (2018) ci aiuta nel definire il rapporto tra il mentale e il corporeo:” Adottiamo una prospettiva secondo la quale corpo e mente non hanno caratteristiche di esistenza specifica e distinta rispetto all’insieme dell’organismo, sono due categorie che hanno a che fare con il vertice da cui si considerano”. Questa concezione, come l’autore ricorda, ha radici antiche: [] la Mente e il Corpo sono una sola e stessa cosa che viene concepita ora sotto l’attributo del Pensiero e ora sotto l’attributo dell’Estensione [] l’ordine delle azioni e delle passioni del nostro Corpo è simultaneo per natura con l’ordine delle azioni e delle passioni della Mente” (Spinoza, 1677).

Spesso nel nostro studio incontriamo persone la cui patologia ha avuto origine a livelli molto arcaici dello sviluppo, perfino a quello in cui non vi è ancora distinzione fra psiche e soma, ed è proprio anche quel livello che le dinamiche di gruppo ci possono permettere, in alcuni momenti, di riattualizzare, come ci ha trasmesso il pensiero di Bion sui gruppi (1961).

Il tradizionale setting gruppoanalitico si configura come uno spazio- rispecchiante dove al paziente viene rimandata la sua immagine completa, è il dispositivo privilegiato per accogliere e comprendere la ricaduta sul corpo del “malessere mentale”. Basti pensare ad esempio ai gruppi omogenei con pazienti che soffrono di disturbi alimentari (come l’anoressia) o di malattie organiche croniche.

La comunicazione non avviene solo attraverso la parola e l’ascolto: la vista, in particolare lo sguardo assume un ruolo di primo piano dal momento che il terapeuta e i membri del gruppo si guardano reciprocamente. Questo significa fare l’esperienza – già di per sé terapeutica – di “essere visti” in uno spazio protetto da uno sguardo gruppale che è amplificato rispetto a quello del setting individuale. In questo senso possiamo anche comprendere come il rapporto fra gruppo e corpo sia di reciproco rimando. I pazienti e il terapeuta/i terapeuti sono seduti in cerchio, visibili gli uni agli altri per tutto il tempo dell’incontro.

La funzione rispecchiante del gruppo consente infatti di passare dal vedere e dall’essere visti nella “superficiale” dimensione corporea, al vedersi e vedere l’altro come persona, intesa sia come globalità, con  un particolare riguardo alla dimensione della sensorialità corporea.

Ciò che sappiamo sui neuroni specchio sostanzia sul piano neuroscientifico quanto appena detto. I neuroni specchio rispondono alla produzione di gesti e allosservazione di altri che compiono gesti, identici o che perseguono uno scopo simile a quelli codificati in una determinata area cerebrale, nonché ai rumori connessi a particolari azioni e sono implicati in processi come: apprendimento per imitazione, intenzionalità, intersoggettività sviluppo del linguaggio (Arbib, 2005), comprensione degli stati mentali degli altri (Gallese & Goldman, 1998). Rispondono anche a stimoli di natura sociale, come le espressioni facciali, la gestualità comunicativa, linflessione vocale, la postura – tutti correlati corporei di stati emotivi – come l’empatia (Iacoboni, 2008).

La loro attività è associata con i sistemi cerebrali che monitorano e regolano affetti, cognizioni e memoria (Badenoch & Cox, 2010), giocando un ruolo essenziale nel riconoscimento degli stati interni altrui e nello stabilire rapporti.  Gli studi di neurobiologia interpersonale di Schore (2020) hanno ipotizzato come il cambiamento più importante avvenga in psicoterapia attraverso  comunicazioni inconsce sincrone (non verbali). Nella psicoterapia individuale questo corrisponde con  la relazione terapeutica, nel gruppo con le relazioni socioaffettive che corrispondono al fattore terapeutico/variabile di processo gruppale identificato come coesione di gruppo. Schore descrive come ad un livello al di sotto della consapevolezza cosciente, quando un membro esprime potenti contenuti affettivi,  il gruppo coeso risuona in modo sincrono con le comunicazioni emotive non verbali. Il conduttore del gruppo deve dunque avere la capacità di rafforzare la coesione del gruppo promuovendo la sincronia tra i membri del gruppo. Yalom aveva espresso con ulteriore forza questo concetto indicando la coesione quale condizione necessaria per un lavoro positivo e produttivo nelle dinamiche di gruppo (Yalom & Leszcz, 2005). Parliamo infatti di un meccanismo centrale per l’azione terapeutica in tutte le forme di psicoterapia di gruppo.

Questa digressione sulla corporeità nel gruppo è stata necessaria per puntualizzare ciò che accade invece nella terapia di gruppo online.

Tenendo presente quanto detto per la terapia di gruppo in presenza, possiamo utilmente chiederci quale forma prenda questo elemento nella terapia online.

Rimando all’utile intervista che avete fatto a Giancarlo Dimaggio rispetto all’organizzazione del setting che credo possa essere d’aiuto per tutti i modelli. Personalmente ho appreso dall’esperienza.Per quanto riguarda la mia postazione ho dedicato un luogo della casa specifico, sempre lo stesso, e ho previsto un’inquadratura che non colga solo il volto ma mi permetta di essere vista dai pazienti almeno a mezzo busto. Sono una persona che gesticola molto e i miei pazienti spesso me lo fanno notare. Credo che il mio modo di comunicare, privato di questa dimensione, sarebbe potuto risultare come privato di una componente vitale e meno autentico.

Vorrei adesso stare sul setting gruppale e su come lo organizziamo.

D’Amico: Proprio a questo proposito volevo chiederti cosa succede quando un gruppo di terapia passa dalla stanza del terapeuta al setting telematico?

Vasta: Nel passaggio alla videoterapia di gruppo la prima cosa che ci siamo chieste con la collega con cui co-conduco il gruppo, Raffaella Girelli, è stata: quale piattaforma è la più indicata per accogliere il gruppo? Abbiamo sentito come nostro dovere quello di scegliere una piattaforma per poi proporla ai pazienti. Dopo averne provate diverse, abbiamo scelto zoom acquistando le credenziali per l’accesso e prevedendo che una di noi invii ai membri del gruppo l’invito via mail all’orario in cui è previsto l’avvio della seduta. Abbiamo cercato di mantenere una certa stabilità e prevedibilità dello spazio terapeutico: interruzioni di linea sono state considerate e discusse.  Sapendo di rispondere a quest’intervista ho voluto chiedere direttamente ai pazienti del gruppo cosa ne pensassero del passaggio dalla stanza di terapia alla stanza zoom. Riporterò i loro commenti così come sono emersi a seguito della mia domanda, subito dopo una breve presentazione del gruppo.

Si tratta di un gruppo svolto nel contesto privato, ad orientamento psicodinamico, semi-aperto, a lungo termine, condotto in co-terapia con frequenza di una volta a settimana per due ore di tempocomposto da 6 pazienti dai 30 ai 50 anni (4 femmine, 2 maschi).

Giovanni afferma che per lui è stata un’esperienza positiva nel complesso anche se all’inizio ha richiesto un qualche adattamento al mezzo tecnologico.

Greta riporta che all’inizio anche lei ha dovuto abituarsi però ha potuto scoprire in questo modo quasi una sensazione di maggiore vicinanza perché tutti siamo entrati nelle mura domestiche gli uni degli altri e abbiamo così vissuto insieme qualcosa che altrimenti non avremmo condiviso incluse (Lea e Huga) le cagnoline della dottoressa Vasta; il clima del gruppo non si perde, abbiamo riso, pianto come in presenza – sottolinea ancora.

Giada dice di essere d’accordo, abbiamo messo in comune ulteriori parti di noi.

Barbara riporta come per lei sia stato fondamentale perché ha consentito in questo periodo di restare in contatto e in più ha imparato cose nuove (con allusione alla tecnologia).

Flavia vuole sottolineare come non abbia avuto difficoltà forse perché è abituata anche per motivi di lavoro a stare sui social, anzi dice che la possibilità di stare a casa – comoda – le ha permesso un’apertura maggiore, come se le avesse consentito di abbassare le difese.

Roberto ridendo e sdrammatizzando afferma che lui essendo molto metodico e abitudinario all’inizio ha avuto moltissime difficoltà anche se nelle ultime sedute è riuscito a sentirsi maggiormente sintonizzato con il gruppo ma che non vede l’ora di tornare al gruppo di persona, presso lo studio.

Anche noi terapeute abbiamo espresso il nostro sentire: la dott.ssa G. ha imparato cose nuove con la tecnologia, soprattutto porta dentro di sé l’esperienza vissuta del piacere di ritrovarsi insieme anche se con un canale diverso, sin dalla prima seduta online, si è proprio sentito come tutti abbiano fatto uno sforzo verso l’obiettivo comune di ripristinare lo spazio terapeutico del gruppo, ognuno affrontando le sue difficoltà logistiche e di adattamento ai cambiamenti. Questo resta patrimonio del nostro gruppo e in effetti senza lo stop della quarantena e il passaggio (necessario) al gruppo on line non ne avremmo potuto avere un’esperienza così diretta e immediata.

Io ho imparato molto, ribadisco come per il gruppo questo passaggio abbia significato il darsi una possibilità di vivere la relazione a distanza, di non interromperla. Vivere significa investire in maniera nuova sui legami e correre anche alcuni rischi: [nella seduta di oggi] siamo partiti con il racconto di un familiare adolescente che ha sempre fatto sport ed è sempre stato vitale, ha avuto una brutta caduta oggi facendosi male,  anche noi nella vita possiamo scegliere di muoverci e di cambiare, correndo il rischio di farci male ma anche di rialzarci e continuare a vivere.

D’Amico: Vuoi aggiungere qualcosa?

Vasta: Sì vorrei aprire delle questioni, credo che questo spostamento del luogo di cura ci obblighi a porci delle domande.

Quali sono oggi le caratteristiche fondamentali della psicoterapia? Qual è la dimensione essenziale perché si stabilisca un legame (con un paziente e cosa lo qualifica come diretto o indiretto)? (È una dimensione dicotomica della relazione in atto o piuttosto si tratta di un continuum fra due elementi compresenti?)

Il contatto con il paziente viene sempre stabilito per mezzo di linguaggio, parole, gesti, intonazione in un determinato contesto culturale. Se consideriamo la gamma di mezzi digitali utilizzati per “raggiungere” un’altra persona, potremmo ritenere la video terapia come uno strumento contemporaneo che integra la possibilità avere un buon incontro con una persona solo fisicamente distante? D’altra parte, la distanza stessa è un importante messaggio multidimensionale e relazionale, che mostra possibilità, limiti e ragioni della distanza o della prossimità.

Creo che questo apra a nuove possibilità di ricerca, per adesso penso che anche quando si può e si deve procedere con una terapia online bisogna immaginare momenti di incontro dal vivo.

Sono persuasa che la terapia online rappresenti una nuova frontiera per la psicoterapia, questo dispositivo può permettere a persone che altrimenti non potrebbero di raggiungere i luoghi della cura. Penso a coloro che abitano in zone rurali o poco collegate, a chi vive con patologie che richiedono particolari cautele, a chi è obbligato a spostarsi spesso per lavoro. Siamo chiamati a lavorare per lo sviluppo di una teoria della tecnica che preveda come vivificare “il corpo” nell’incontro a distanza e che ci permetta di tenere presenti quali possano essere le criticità di questo tipo di terapia, perché dopo tutto quando si usa questo mezzo non deve sorprenderci che al terapeuta o al paziente venga in mente una bella canzone dei Pink Floyd:Wish you were here.


Bibliografia

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*già docente di teoria e tecnica dei gruppi nei contesti istituzionali e psicologia clinica presso l’università Sapienza di Roma. Attualmente docente a contratto presso la facoltà di medicina e chirurgia dell’università del sacro cuore di Roma. Insegna psicoterapia psicoanalitica di gruppo ed è supervisore presso la scuola di specializzazione Coirag di Roma. Ha pubblicato numerosi articolo in ambito nazionale e internazionale relativi a teorie e tecniche della dinamica di gruppo. Consulente e formatrici per enti pubblici e privati nell’ambito della psicologia ospedaliera, della fondazione e monitoraggio del processo dei gruppi in ambito istituzionale, del trattamento dei disturbi del comportamento alimentare e della psicologia dell’emergenza. Nel 2020 è uscito per Alpes edizioni ‘Psicoterapia Psicodinamiche di gruppo e ricerca empirica’ che ha curato con R.Girelli e S.Gullo.