Rendere in parole le potenzialità e l’efficacia dell’essere empatici è un obiettivo complesso, ma vale assolutamente la pena provarci. Qui porterò la mia personale esperienza avvenuta in ambito sportivo con un giovane giocatore di pallacanestro.

Secondo Rogers, l’empatia è tra le condizioni indispensabili affinché si verifichi una modificazione, attraverso la psicoterapia, della personalità (Rogers, 1957). La principale regola riguarda il fatto che ogni comunicazione fatta all’altro deve fermarsi a focalizzare quello che sta emergendo alla coscienza (Ibidem). Operativamente, essere empatici significa saper stare continuamente con il fluire dell’esperienza dell’altro. Non bisogna confondere l’empatia con la simpatia, in quanto con l’empatia io posso entrare in contatto con l’altro nella sua totalità (con la sua dimensione emotiva, razionale, fantastica e corporea) senza soddisfare un bisogno personale, e diventando quasi uno sfondo che lascia l’altro in figura. Va sottolineato che secondo Ariano (2000) nel fare questo bisogna sempre avere una strategia, cioè essere in grado di riflettere, cosa che invece il modello rogersiano non accettava.

Secondo il M.S.I esistono tre posizioni esistenziali che si possono assumere attraverso l’atteggiamento ematico: genitoriale (avvicinarsi alla realtà in termini di regole già stabilite e in termini protettivi o accusativi); adulto (avvicinarsi in termini valutativi e realistici); bambino (modalità ludica). In più ci sono quattro emozioni fondamentali che possono influenzare lo stabilirsi di una connessione empatica: la rabbia, la paura, la gioia e la tristezza. Va inoltre sottolineato che ogni individuo può essere preso in considerazione come unità o come parte di un sistema più ampio (Ariano, 2000). All’interno di una squadra possiamo considerare il singolo giocatore come totalità a se stante oppure come una delle parti che compongono l’intera squadra.

 

Dopo questa breve introduzione concettuale vado ora a descrivere brevemente la mia esperienza.

Il giovane atleta (16 anni) aveva sempre manifestato comportamenti oppositivi nei confronti sia dell’autorità (allenatori) che dei componenti della propria squadra, comportandosi come fosse un corpo estraneo ed adducendo le cause del proprio comportamento all’incapacità ed incoerenza di chi aveva di fronte. Spesso nel corso della sua giovane carriera da cestista aveva abbandonato la società, salvo poi ritornare sui suoi passi senza dare spiegazioni adeguate riguardo ciò che lo aveva spinto a prendere distanza, né tanto meno parlare di ciò che lo aveva spinto a tornare sui suoi passi. Quello che superficialmente era evidente, tuttavia, era un sentimento di rabbia (palloni scaraventati fuori dal campo a mani o calci, improvvisi allontanamenti dall’allenamento, azzuffate con diversi componenti della squadra e diverbi piuttosto coloriti con i componenti dello staff). Il suo comportamento aveva generato intolleranza sia da parte dei vari componenti della squadra sia da parte dello staff, poco incline ad accettare e giustificare certi atteggiamenti; ciò aveva sempre condotto all’ isolamento del ragazzo che nel tempo vedeva aumentare le “accuse” mosse dagli altri.

Queste esperienze si sono ripetute negli anni con una certa regolarità, senza che nessuno si ponesse due semplici domande :

  1. Cosa lo spinge ad allontanarsi ed ad assumere certi atteggiamenti?
  2. Cosa lo spinge a ritornare sempre e comunque sui suoi passi?

Da osservatore ho iniziato a pormi questo domande. Il caso ha voluto che la stagione appena conclusasi ci abbia messo nelle condizioni di condividere il campo con due ruoli differenti: coach e giocatore.

Ciò su cui ho inizialmente lavorato è stato assumere un atteggiamento empatico. Con il tempo mi sono accorto che quello che lui esternava (rabbia) era diretta verso i propri limiti. Non sopportava percepirsi incapace rispetto agli altri e incapace di ottenere quello che pretendeva da sé. Con le sue stesse parole, quello di cui aveva paura era “di non riuscire a farcela, di fallire… E questa cosa non la sopporto, non l’accetto”. Grazie all’empatia è stato possibile per me incontrarlo, immedesimandomi nel suo mondo cognitivo, emotivo, fantastico e corporeo, sperimentando il mondo “come se” fossi lui. In seguito, sempre grazie al mio atteggiamento empatico, abbiamo lavorato su ciò che lo spingeva a tornare indietro, sempre e comunque: “la voglia di mettermi in gioco, e l’amore che provo per questo sport”. In questo caso si è fatto anche un lavoro di congruenza intrapsichica, che riguarda la capacità da parte del soggetto di integrare l’esperienza somatica, quella emotiva, quella fantasmatica e cognitiva (Ariano, 2005).

Questo lavoro sarebbe stato probabilmente sufficiente per migliorare la sua prestazione qualora non ci fossimo trovati nella situazione di partecipare ad uno sport di squadra. La squadra in questo caso va considerata come un tutto composto da molteplici parti che stanno insieme in un certo modo (formula strutturale). Si è lavorato quindi anche sulle relazioni con gli altri componenti del gruppo, facendo loro presente i motivi che spingevano il giovane atleta a comportarsi in un determinato modo, e sottolineando anche la poca propensione degli altri ad essere empatici nei suoi confronti. Attraverso il lavoro sulle relazioni si è modificato l’intero gruppo squadra. I vari atleti (gli stessi che componevano la stessa squadra nel precedente anno) hanno iniziato a stare insieme in un modo differente. Questo nuovo modo di relazionarsi l’un l’altro ha fatto si che il gruppo diventasse sempre più coeso. Il ragazzo, inizialmente riluttante al confronto con i propri limiti, è diventato uno dei perni della squadra: da allora è sempre il primo ad arrivare all’allenamento e l’ultimo ad andarsene. Questa nuova esperienza di relazione gli ha anche insegnato a chiedere aiuto, avviandolo paradossalmente verso una maggiore autonomia. Infine, questo lavoro con lui ha avviato l’intero staff, me compreso, verso un maggiore livello di consapevolezza e di integrazione.

 

Bibliografia

Ariano G. (2000), Diventare Uomo. 2. L’antropologia della psicoterapia d’integrazione strutturale. Roma, Armando

Ariano G. (2005), Dolore per la crescita. Prolegomeni, Armando, 2005

Roger C. R., (1957) La terapia centrata sul cliente. Teoria e pratica, Firenze, Martinelli, 1970.

Perls F.S, Hefferline R.F., Goodman P. (1951); Teoria e pratica della terapia della Gestalt. Vitalità ed accrescimento nella personalità umana. Roma, Astrolabio 1971.