Gli autori della fenomenologiaLettere dai MaestriPsicologiaPsicoterapia

In memoriam di Maria Armezzani

Cara Prof, 

Grazie per gli incontri che mi hai permesso di fare con i “tuoi” psicologi, arrivati da me  per il  tirocinio post lauream. Io e te, che solo una volta ci siamo incontrati. Ci siamo guardati e nei nostri occhi emergevano i volti di Callieri e di Gilberto. Quel Di Petta che mi ha portato a conoscerti, ad apprezzarti, a sentirti vicina. Le tue parole per me nella prefazione del libro “Nella patria degli interrotti” tratto dalla tesi di Alba, tua psicologa, valgono più di mille parole. Mi hai permesso di vivere la fenomenologia e di assaporarla donandomi i tuoi studenti, così appassionati, così strani, così sensibili, che venivano da me dicendomi che li mandava l’Armezzani. Mi sono sentito piccolo, orgoglioso e narciso, sapendo che tu avevi scelto me come possibile guida per i tuoi discepoli, io, eterno debuttante, che ancora oggi cerca di districarsi nelle maglie dell’istituzione, illudendomi che si possa fare il nostro mestiere con un atteggiamento fenomenologico. E’ grazie a te che ho pianto e riso con Alba, Lorenzo, Eugenio e Alice, da soli, insieme e uno di fronte all’altro. Loro che mi hanno fatto sentire un po’ padre, un po’ fratello maggiore. Loro che hanno curato le mie ferite. E io che mi sono nutrito della loro innocenza, della loro sensibilità e vulnerabilità. Il tuo ultimo scritto l’ ho letto alcuni mesi, e fa parte di una miscellanea sulle “esistenze in crisi”. Qui riconsideri “la vulnerabilità”, concetto tanto in voga, con uno sguardo in positivo e ci scrivi che “Ricordarci della nostra incompiutezza corporea, della nostra inevitabile esposizione alle ferite, dell’inesorabile azione del tempo, della necessaria dipendenza dagli altri, significa solo non voltare lo sguardo di fronte alla nostra condizione umana e assumersi la responsabilità delle nostre azioni”. Stamattina ho appreso la notizia da Lucia una tua ex allieva della Scuola di Fenomenologia di Firenze che mi scriveva “Che notizia triste quella dell’Armezzani”. Siamo sprofondati tutti e due nell’angoscia, questo tremendo spaesamento che ci fa sentire vulnerabili. Il nostro è stato un incontro felice, quell’esperienza di felicità rumkianamente intesa, vitale, estemporanea come un battito d’ali, ma eterna, come una beatitudine, uno stato di grazia, ebbro d’amore. Vorrei però, adesso,  sprofondare in un sonno ristoratore, magari sotto i fumi della morfina e rivivere quel tuo sorriso. Le sourire de ma mére.

Danilo Tittarelli

Psichiatra e Psicoterapeuta (DDP ASUR Marche AV2). Didatta della Scuola di Psicoterapia Fenomenologico-Dinamica di Firenze.

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