Nota: L’immagine in evidenza è un disegno della fontana di Heidegger a Todtnauberg a cura di Iris Iuliano.

 

Come è noto, la figura di Martin Heidegger è intrecciata a doppio filo con la storia della psicopatologia fenomenologica, sia dal punto di vista dell’elaborazione filosofica e sia da quello della vicenda biografica. Per quanto riguarda il primo aspetto si pensi all’opera di Binswanger, esplicitamente concepita come un tentativo di utilizzo ontico dell’analitica esistenziale heideggeriana[i]; dal punto di vista della sua biografia, è nota la vicenda che condusse Heidegger a dialogare con Medard Boss e che ha il suo culmine teorico nei seminari di Zollikon[ii].

È meno noto che la frequentazione da parte di Heidegger della scienza psicologica del suo tempo risale ai primissimi anni di formazione del suo pensiero, ed è un elemento particolarmente ricorrente nella sua produzione giovanile. Ciò è testimoniato da una conferenza tenuta da Heidegger, giovane assistente di Husserl, nell’aprile del 1920 a Freiburg, dal titolo Über Psychologie[iii]. Oltre alla conferenza, il cui testo è disponibile da qualche anno nel volume 80.1 della Gesamtausgabe, Heidegger ritorna a più riprese sul problema della psicologia nei contemporanei corsi universitari tenuti a Freiburg in qualità di Privatdozent. Da tutto questo materiale si evince che la psicologia non è solo un campo di applicazione secondario e inessenziale dell’ontologia heideggeriana, ma uno dei terreni su cui Heidegger stesso è venuto formando la filosofia di Sein und Zeit.

Nei confronti della psicologia del suo tempo, di cui aveva una estesa conoscenza (tra gli altri Fechner, Helmholtz, Wundt, Ebbinghaus sono menzionati nella conferenza del ‘20) l’intento di Heidegger è decostruttivo. Per questo, contro l’ottimismo che circolava in quegli anni riguardo all’idea di una psicologia finalmente scientifica e fondata su base empirica, Heidegger rappresenta la psicologia nel pieno di una crisi. Riprendendo esplicitamente, e quasi alla lettera, alcuni passaggi delle Idee per una psicologia descrittiva e analitica di Dilthey, Heidegger mostra come il processo trionfale attraverso cui la psicologia si era data statuto di scienza era consistito in realtà in una meccanica applicazione in psicologia di metodi e concetti delle Naturwissenschaften. Ma anche ad autori a lui molto vicini, come lo stesso Dilthey, dalle cui Ideen del 1894 la conferenza del ‘20 è essenzialmente dipendente, e Karl Jaspers, sono riservati alcuni passaggi critici, a causa di un’impostazione del problema della psicologia non sufficientemente radicale[iv].

La decostruzione in Heidegger non è mai un’operazione solo negativa, ma ha sempre il duplice significato di un rifiuto e di un’appropriazione. È utile a tal proposito far riferimento al §6 di Sein und Zeit, uno dei rari luoghi in cui la Phänomenologische Destruktion è esplicitamente messa a tema come metodo della ricerca:

Altrettanto poco questa distruzione ha il senso negativo di uno sbarazzarsi della tradizione ontologica. Al contrario, essa mira a circoscriverla nelle sue possibilità positive (il che significa sempre nei suoi limiti) quali risultano date effettivamente dalla rispettiva posizione del problema e dalla corrispondente determinazione del campo possibile di ricerca. […] La distruzione non si propone di seppellire il passato nel nulla, ma ha un intento positivo; la sua funzione negativa resta inesplicita e indiretta[v].

Quali sono le possibilità positive che Heidegger assegna alla psicologia? Delle indicazioni a riguardo provengono dall’ultima sezione della conferenza del ‘20, a titolo “L’impostazione autentica e radicale del problema”.

Il valore di una pratica scientifica non si misura solo sulla disponibilità, da parte di essa, di un metodo, ma anche, e su questo punto si manifesta il carattere ermeneutico della riflessione del giovane Heidegger, sulla pre-disponibilità di un ambito oggettuale, dischiuso preliminarmente alla scienza da un’esperienza originaria. L’oggettualità specificamente assegnata alla psicologia è la vita nella sua radicale fatticità e nella sua tendenza ad incentrarsi intorno ad un mondo-del-Sé: con lessico non propriamente heideggeriano, diremo che è la soggettività l’oggetto proprio della psicologia.

Ma come è possibile fare della vita effettiva, nella sua pienezza, ricchezza e tumultuosità, l’oggetto di una scienza? Tale problema era stato già sollevato in tutta la sua tragicità da Heidegger nei primi passaggi del corso universitario del semestre invernale 1919-1920, in cui aveva esordito parlando di un “paradosso della vita in sé e per sé”. Tale paradosso derivava dall’impossibilità di assumere una distanza assoluta rispetto all’oggetto dell’indagine, cioè la vita stessa:

[…] non si tratta di andare alla ricerca di una forza originaria della vita, di tirare in ballo questioni proprie delle scienze naturali o ancor meno della filosofia della natura in senso comune, ma di qualcosa di completamente diverso. Qualcosa che ci è talmente vicino che per lo più non ce ne occupiamo affatto espressamente; una cosa da cui non abbiamo assolutamente alcuna distanza che ci consenta di vederla […] e manca la distanza da essa, perché noi stessi siamo essa […][vi]

Su come si possa uscire dall’impasse causata da tale paradosso la conferenza offre solo alcuni accenni. Nelle ultime battute si fa riferimento ad una particolare messa in risalto del Mondo-del-Sé «in cui io stesso mi esperisco, ho me stesso». Tale venire in risalto della sfera della soggettività, all’interno del faktishes Leben, sarebbe la ricercata esperienza fondamentale da cui la psicologia aveva tratto il suo ambito originario. La conferenza si chiude con la seconda sezione, e della progettata terza parte, dedicata a “La problematica concreta e la metodica della psicologia; la sua posizione di principio”, sono riportate purtroppo solo poche annotazioni. Fortunatamente, il testo della conferenza può essere integrato, come si è detto, con alcuni passaggi dei contemporanei corsi universitari, in cui Heidegger ritorna sui problemi di cui abbiamo fin qui discusso e ne trae pienamente le conseguenze.

In particolare, nella decisiva sezione 25 del corso del semestre invernale 1919/1920 Heidegger fa riferimento ad una serie di pratiche, come quella del ricordare e del raccontare che, pur portando ad espressione la vita effettiva, non pretendono di collocarsi al di fuori di essa e ne lasciano intatto il carattere della significatività:

Posso richiamare a me stesso nel ricordo ciò che ho esperito, e farlo nella tendenza a riassaporarlo di fatto ricordando. […] posso raccontare ciò che ho esperito e farlo nei tratti propri della vita di fatto. Discorrendo si arriva a qualcosa che si è vissuto insieme, e ci si racconta di nuovo tutto a vicenda. Non si tiene una relazione davanti all’altro, e, a prescindere dal carattere del che-cosa dell’oggettualità, è decisamente tutt’altra cosa che se dovessi descrivere nella zoologia ciò che vedo al microscopio. I nessi di significatività vengono sì esplicitati, tuttavia li si lascia nella loro vivente fatticità[vii].

Da passaggi come questo è evidente che Heidegger, seguendo implicitamente alcuni motivi della riflessione dell’ultimo Dilthey, non ritiene che il compito di una espressione dell’esistenza nella sua “vivente fatticità” possa spettare a qualcosa come una scienza psicologica, ma piuttosto, per usare un’espressione di un corso universitario di poco posteriore, ad un’ermeneutica della fatticità.

Al di là della portata sorprendentemente anticipatoria di questi spunti rispetto alla teoria dell’identità narrativa, è da qui che può essere desunto il messaggio finale della riflessione del giovane Heidegger sulla psicologia. Il riferimento a pratiche tutte interne alla vita stessa e, quindi, portatrici di un punto di vista già sempre mediato su di essa, testimonia della volontà di Heidegger di assumere nella sua piena radicalità il problema della mancanza di una distanza assoluta della vita rispetto a sé stessa. Tale mancanza non deve essere colmata da illegittimi richiami ai procedimenti delle scienze positive o dall’illusione dell’immediatezza garantita dall’introspezione, ma va lasciata essere in tutta la sua radicalità.

Per concludere, nonostante in Sein und Zeit il rapporto con la psicologia appaia un tema di secondaria importanza e ormai subordinato alle esigenze dell’ontologia, la riflessione del giovane Heidegger mostra un confronto serrato e assiduo con la scienza psicologica, funzionale alla definizione stessa del campo della fenomenologia. Nel riflettere sulla possibilità di un’espressione adeguata della soggettività, Heidegger incontra sul suo percorso una scienza, la psicologia appunto, che si era data esattamente questo compito. Ma poiché la vita, nella sua inoggettivabilità, eccede le possibilità e i metodi delle scienze positive, è piuttosto in una sorta di fenomenologia ermeneutica che Heidegger intravede la via per un’espressione autentica della soggettività. Rovesciando il discorso heideggeriano, possiamo dire che solo se assume un carattere ermeneutico, e lascia essere la vita nel suo carattere di “vivente fatticità”, è possibile una psicologia pienamente fedele al suo senso.

 

 

Note bibliografiche:

[i] Cfr. L. Binswanger, Tre forme di esistenza mancata, SE, Milano, 1992, pp. 11-12

[ii] M. Heidegger, Seminari di Zollikon, a cura di E. Mazzarella e A. Giugliano, Guida, Napoli, 2000

[iii] M. Heidegger, Über Psychologie, in Gesamtausgabe 80.1 (Vorträge 1915-1932), Klostermann, Frankfurt a. M., 2016

[iv] Sul confronto con Jaspers cfr. la recensione alla Psicologia delle visioni del mondo (“Note sulla «Psicologia delle visioni del mondo di Karl Jaspers»”, in Segnavia, Adelphi, Milano, 1987) e il carteggio (M. Heidegger, K. Jaspers, Lettere (1920-1963), Raffaello Cortina, Milano, 2009)

[v] M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano, 1971, pp. 36-37

[vi] M. Heidegger, I problemi fondamentali della fenomenologia, (1919/1920), Quodlibet, Macerata, 2017, pp. 24-25

[vii] Ivi, p. 89