Si dirà che c’è forma lì dove le proprietà di un sistema si modificano per un cambiamento apportato a una sola delle sue parti, e se si conservano, al contrario, quando tutte le sue parti cambiano conservando lo stesso rapporto tra loro.
(Merleau-Ponty, 1942, p. 89)
L’obiettivo del nostro lavoro è quello di mostrare come la nozione di Gestalt costituisca il punto di continuità tra la fenomenologia di Merleau-Ponty e la prospettiva psicopatologica di Minkowski. La nostra ipotesi è che il disturbo generatore minkowskiano possa essere interpretato come il principio organizzatore della Gestalt psicopatologica, ossia come ciò che conferisce unità strutturale alle manifestazioni della malattia, analogamente a quanto la Gestalt conferisce unità al comportamento in Merleau-Ponty. L’idea di una forma globale che organizza l’esperienza consente infatti di pensare il comportamento e la vita psichica come forme strutturate, non scomponibili in elementi isolati. È su questo sfondo che il disturbo generatore di Minkowski può essere letto come principio di coerenza interna della struttura psicopatologica. In questa prospettiva, la forma psicopatologica si presenta come una configurazione specifica dell’esperienza, la cui unità è garantita dalla riorganizzazione del rapporto mondo-corpo operata dal disturbo generatore.
La Gestaltpsychologie è una scuola psicologica del Novecento, nata con l’obiettivo di indagare l’organizzazione percettiva degli stimoli sensoriali in termini di forme globali e non come semplici parti separate. Maurice Merleau-Ponty si richiama spesso alle teorie della psicologia della forma, in particolare ai lavori di Kurt Goldstein. Tuttavia, non mancano dal canto suo alcune critiche. In primo luogo, la nozione di Gestalt viene dal filosofo utilizzata come strumento teorico, ma essa a suo avviso non può essere ricondotta a «un’idea oggettivistica e causalistica di realtà che la psicologia della Gestalt sta invece scardinando» (Vanzago, 2012, p. 21). La percezione gestaltica dei fenomeni ha la necessità per il filosofo francese di costituire piuttosto una nuova scienza della percezione, «una scienza in cui l’osservatore non sia estromesso dal campo osservativo, ma colto come parte di esso» (ibidem). Questo è il presupposto de La struttura del comportamento (1942), che ha lo scopo di indagare il comportamento come una organizzazione globale.
Per Merleau-Ponty «la peculiarità della struttura di un comportamento è precisamente quella di essere una forma che appare in quanto è radicata in un corpo che agisce, si muove, percepisce, vive: in una parola, si “comporta”, e, così facendo, mostra, ossia esteriorizza, delle proprietà interne» (ivi, p. 15). Da questo punto di vista, il fenomenologo francese supera le teorie del comportamentismo, secondo le quali il comportamento è una risposta meccanica a uno stimolo. Esso, nel pensiero del filosofo, diviene piuttosto una struttura dinamica in cui il soggetto e il mondo sono intrecciati. Tale prospettiva gli permette di contrastare sia il dualismo tra mente e corpo, sia il riduzionismo fisiologico.
L’osservazione di Merleau-Ponty si sviluppa su due piani complementari. Da un lato, sul piano dell’organizzazione corporea, egli rifiuta l’idea che il comportamento possa essere spiegato analiticamente scomponendo il corpo in delle sezioni, quest’ultimo viene inteso piuttosto come una totalità unitaria e strutturata. Si tratta pertanto di un’unità già organizzata, una Gestalt funzionale. Dall’altro lato, sul piano dell’esperienza incarnata, la nozione di «schema corporeo» mostra come il corpo non sia una realtà chiusa, ma un sistema dinamico di rapporti con l’ambiente, in cui il soggetto e il mondo si co-costituiscono.
La riflessione relazionale mondo-corpo, propria del secondo piano, sviluppata in particolar modo all’interno dell’opera Fenomenologia della percezione (1945), rende possibile a nostro avviso una lettura fenomenologica della follia, poiché i disturbi psichici non sono interpretati come alterazioni locali, ma come trasformazioni globali del modo in cui il soggetto abita il mondo. Tale riflessione non elimina il piano dell’organizzazione corporea, ma lo ingloba: è proprio la condizione di una Gestalt corporea che rende possibile una riflessione strutturale al livello relazionale tra il soggetto e il mondo. Dal punto di vista dell’unità funzionale dell’organismo, infatti, «il comportamento del malato non può essere dedotto dal comportamento dell’individuo normale per semplice sottrazione di parti, esso rappresenta un’alterazione qualitativa ed è proprio nella misura in cui certe azioni sono elettivamente disturbate che esigono dal soggetto un atteggiamento di cui non è più capace» (Merleau-Ponty 1942, p. 115). La patologia, per Merleau-Ponty, non può fermarsi all’analisi delle localizzazioni corporee, così come la psicopatologia non può limitarsi all’analisi dei sintomi.
Al fine di comprendere la critica al riduzionismo, il filosofo presenta un caso clinico analizzato da Kurt Goldstein e Adhémar Gelb: si tratta di Schneider, un soldato austriaco che durante la Prima guerra mondiale ha riportato una lesione alla corteccia visiva che ne ha compromesso le proprie capacità visive. L’autore de La struttura del comportamento, mostra come quella che pare una lesione di una zona localizzata, non si circoscrive esclusivamente all’apparato visivo, bensì si estende a tutta la struttura del comportamento globale. Nella Fenomenologia della percezione, ad esempio, scrive:
Se al soggetto si chiede di tracciare nell’aria un quadrato o un cerchio, dapprima egli “trova” il braccio, poi porta la mano in avanti, come fa un soggetto normale per individuare un muro nell’oscurità, infine abbozza vari movimenti secondo la linea retta e secondo differenti curve, e se uno di questi movimenti si trova a essere circolare, egli lo conclude prontamente. Inoltre, egli non riesce a trovare il movimento se non in un certo piano che non è esattamente perpendicolare al suolo e, fuori di questo piano privilegiato, non sa nemmeno abbozzarlo (Merleau-Ponty, 1945, p. 164).
L’esempio è utile a dimostrare «una funzione generale di organizzazione del comportamento» (Merleau-Ponty, 1942, p. 120), laddove quest’ultimo si intende come un grande apparato che allestisce tutta l’esperienza del mondo. Schneider, infatti, sembra mancare in primo luogo della capacità d’astrazione e pare costretto pertanto alla possibilità di pensare solo in termini reali. Tale condizione viene definita da Merleau-Ponty «al pari di una figura su uno sfondo considerato come indifferente» (ivi, p. 114). Lungo le pagine successive della Fenomenologia della percezione è possibile leggere delle osservazioni in merito al comportamento linguistico di Schneider, oppure alla sua inerzia sessuale. Anche in taluni casi, ciò che si ravvisa è il limite per l’analisi del comportamento patologico di riferirsi esclusivamente alla corteccia visiva; difatti, «è chiaro che qui la malattia non concerne direttamente il contenuto del comportamento, bensì la sua struttura, e che di conseguenza essa non è qualche cosa che si possa osservare, ma semmai qualcosa che si può comprendere» (ivi, p. 115, corsivo dell’autore).
L’analisi della Gestalt corporea del soggetto, – per la quale il comportamento non equivale a una somma delle parti che lo compongono, ma a una forma globale organizzata – limitandosi alle dinamiche di organizzazione corporea, appare un progetto fondamentale, ma ancora incompleto. Per questo, Merleau-Ponty introduce la nozione di «schema corporeo». Esso si riferisce al legame corporeo che il soggetto ha con il mondo, procedendo di pari passo al vivere stesso. È proprio lo schema corporeo che permette al corpo di orientarsi e agire sul mondo senza necessità del pensiero razionale, «così come nel deserto il primitivo si orienta immediatamente senza dover ricordare e addizionare le distanze percorse dopo la partenza e gli angoli di deriva» (Merleau-Ponty, 1945, p. 153). È esattamente ciò che in Schneider ha smesso di funzionare ed è per tale motivo che, se al malato si chiede di tracciare un cerchio o un quadrato per aria, egli non riesce a farlo spontaneamente, ma ha necessità di trovare prima la posizione del proprio corpo.
I piani di riflessione del fenomenologo francese sembrano condivisibili dalla psicopatologia fenomenologica, per la quale, sul piano dell’organizzazione corporea, il paziente non rappresenta una nosografia dei sintomi e le psicosi non sono meramente interpretabili come alterazioni locali; al livello strutturale mondo-corpo, invece, la psicosi viene compresa quale alterazione del rapporto tra il soggetto e il mondo e non, come la definisce Merleau-Ponty, una sottrazione dall’esperienza normale.
Dal nostro punto di vista, è possibile in questo senso osservare una Gestalt del comportamento psicopatologico attraverso la nozione di disturbo generatore, propria del pensiero di Eugène Minkowski. Esso, riportiamo le parole dello stesso psichiatra, «corrisponde […] alla base anatomofisiologica delle sindromi somatiche. Tuttavia, non avremo più a che fare qui né con degli organi né con delle funzioni, ma con la personalità vivente, unica e indivisibile» (Minkowski, 1933, p. 218). Il disturbo generatore rappresenta pertanto la forza unificante del comportamento psicopatologico.
Visto che per ogni disturbo psichico esiste un disturbo generatore differente, le preoccupazioni ipocondriache di uno schizofrenico saranno di natura completamente dissimile rispetto all’ipocondria di un soggetto ansioso. In modo pressoché analogo ci si può riferire alla diversità del pensiero ossessivo reale, rispetto al pensiero ossessivo dello schizofrenico. Il punto è che tramite la concezione di un disturbo fondamentale è possibile sfuggire dall’inquadratura della sintomatologia del disturbo e affermare un’ontologia della differenza. Così le idee malinconiche non potranno essere definite esclusivamente da un disturbo del giudizio, né potranno esser riconosciute come sintomi isolati, ma saranno espressioni coerenti di una natura profondamente legata a un fondo emozionale, che diviene la forza unificante.
Se nel soggetto sano il comportamento si organizza attorno a una struttura dinamica dell’essere-nel-mondo, nel soggetto psicotico tale organizzazione continua a esistere, ma viene riorganizzata dal disturbo generatore. Il comportamento psicopatologico altro non è se non una modificazione del modo in cui il soggetto si rapporta al tempo, allo spazio e alla realtà circostante. Pertanto, il disturbo generatore, nell’esperienza psicopatologica, è la condizione che accompagna la struttura dello schema corporeo del malato. Ad esempio, l’autismo è per la personalità schizofrenica il suo disturbo generatore. Esso diviene per lo psichiatra francese «una caratteristica che abbraccia tutta la situazione dello schizofrenico» (Mistura, 1998, p. LXVIII). L’espressione autistica della schizofrenia si osserva nel modo in cui il soggetto vive con disinteresse il mondo circostante, prediligendo il mondo della vita interiore, piuttosto che la realtà sociale. In questo senso, l’attività autistica, come disturbo generatore della schizofrenia, riorganizza il rapporto tra il soggetto e il mondo sull’orizzonte della perdita del contatto vitale con la realtà. Nelle manifestazioni particolari, tale perdita di contatto vitale può emergere, ad esempio, nell’utilizzo di un linguaggio privato da parte dello schizofrenico. Per Minkowski, «l’autismo non è uno dei sintomi della schizofrenia: essa è la schizofrenia stessa quale peculiare modalità di esistenza» (Ballerini, 2010, p. 10). Pertanto, l’autismo schizofrenico riorganizza l’esperienza psicopatologica, la quale, come una Gestalt del comportamento psicopatologico, si struttura nella forma unitaria autistica. Si tratta, dunque, di una modalità di configurazione differente del rapporto tra il soggetto e il mondo e non di una carenza nell’organizzazione dell’esperienza normale.
In conclusione, è possibile a nostro avviso far dialogare la prospettiva minkowskiana del disturbo generatore con la fenomenologia di Merleau-Ponty, poiché entrambi gli autori rifiutano un approccio riduzionista sul piano anatomico dei fenomeni umani. Così come il comportamento deve essere compreso come una Gestalt, ossia una struttura globale che non si riduce alle sue componenti fisiologiche, anche la malattia mentale deve essere ricondotta a una modificazione fondamentale dell’essere-nel-mondo, dalla quale i singoli sintomi derivano come espressioni particolari. La Gestalt del comportamento in Merleau-Ponty e il disturbo generatore in Minkowski condividono in entrambi i casi l’idea di un primato della struttura globale dell’individuo sulle sue manifestazioni particolari.
Sulla base di quanto affermato, se il comportamento psicopatologico si struttura come una forma unitaria organizzata, le implicazioni di tale prospettiva non sono solo teoriche, ma rispondono persino alla questione della curabilità della schizofrenia. Infatti, se per Jaspers non è possibile partecipare a pieno alla psicosi schizofrenica a causa del carattere frammentario e scisso della propria esperienza, (cfr. Molaro, 2020, pp. 18-20) e non è possibile dunque comprenderla,[1] nella prospettiva di Minkowski la comprensione si apre proprio in virtù del carattere unitario dell’esperienza psicopatologica. La frammentarietà in questo caso non rappresenta più un ostacolo, poiché dietro di essa vi è la struttura organica dell’essere-nel-mondo.
BIBLIOGRAFIA
Ballerini, A. (2010), Comprendere l’autismo nella schizofrenia, in Psicopatologia, Autismo e Identità: Riflessioni Cliniche e Terapie, in “Comprendre, Archive International pour l’Anthropologie et la Psychopathologie Phénoménologiques”, Organo ufficiale della società italiana per la psicopatologia, n. 20, La Garangola, Padova, pp. 9-21.
Jaspers, K. (1913), Psicopatologia generale, tr. it., Il pensiero scientifico, Roma 1964.
Merleau-Ponty, M. (1942), La struttura del comportamento, tr. it., Mimesis, Milano-Udine 2019.
Id. (1945), Fenomenologia della percezione, tr. it., Bompiani, Firenze-Milano 2018.
Minkowski, E. (1927), La schizofrenia. Psicopatologia degli schizoidi e degli schizofrenici, tr. it., Einaudi, Torino 1998.
Id. (1933), Il tempo vissuto. Fenomenologia e psicopatologia, tr. it., Einaudi, Torino 1971 e 2004.
Mistura, S. (1998), Introduzione, in Minkowski, E. (1927).
Molaro, A. (2020), Karl Jaspers, in Molaro, A., Stanghellini, G. (2020).
Molaro, A., Stanghellini, G. (2020), Storia della fenomenologia clinica. Le origini, gli sviluppi, la scuola italiana, UTET, Torino 2023.
Vanzago, L. (2012), Merleau-Ponty, Carocci, Roma.
[1] Scrive Jaspers che «colui che ha vissuto personalmente un’esperienza, trova facilmente il modo più giusto per esporla. Lo psichiatra, che può solo osservare, si affaticherebbe invano cercando di formulare ciò che il malato può dire delle proprie esperienze» (Jaspers, 1913, p. 59).

