Il prezioso contributo del prof. Rossi Monti offre una lettura ricca e articolata della corporeità borderline, capace di intrecciare prospettiva storica, riflessione teorica e sensibilità clinica. È un testo che, più che proporre risposte definitive, invita ad abitare la complessità e a continuare a interrogare le nostre categorie, ricordandoci che ogni psichiatria e ogni psicopatologia sono figlie del proprio tempo. Tenere vivo questo sguardo genealogico, fatto di ere, trasformazioni e attraversamenti, credo sia uno dei modi più autentici per continuare a mettere in discussione ciò che rischiamo di dare per acquisito.
Ho apprezzato molto la riflessione sulla pluralità dei borderline. È una prospettiva che può disorientare chi cerca categorie nette e confini rassicuranti, ma penso che descriva con maggiore fedeltà ciò che incontriamo nella pratica clinica. Mi sembra che oggi siamo chiamati, più che ad equipaggiarci di nuovi strumenti, a spogliarci di alcune certezze, per poter accompagnare questa complessità senza addomesticarla.
Allo stesso modo, mi sembra centrale il passaggio dedicato al fondamento della clinica contemporanea nelle scelte, nei valori, nei desideri e nei processi di soggettivazione. Sono idee che rischiano di apparire quasi ovvie e che, proprio per questo, finiscono facilmente sullo sfondo. Forse il nostro compito è continuare a riportarle al centro, prima di tutto nel modo in cui ci prendiamo cura dell’altro. Mi sono ritrovata molto anche nella parte dedicata al corpo e all’idea che, nell’area borderline, la sofferenza venga immediatamente tradotta in azione. Qui, però, mi è sorta una domanda. Pur condividendo la centralità della simbolizzazione, mi chiedo se non ci sia il rischio di attribuire all’azione uno statuto secondario, come se rappresentasse inevitabilmente un fallimento del pensiero. Il compito della cura è certamente quello di accompagnare l’altro nel rendere la propria esperienza afferrabile, pensabile e condivisibile, ma forse non necessariamente soltanto attraverso la parola o una narrazione coerente. Mi domando se ogni agire non sia già, in qualche misura, un gesto colmo di significato. Forse il problema non è che l’azione sia priva di senso, ma che quel senso rimanga senza interlocutore, senza qualcuno disposto a raccoglierlo, sostenerlo e lasciarsene toccare, affinché possa diventare esperienza condivisa. Per questo mi chiedo anche se l’obiettivo della cura debba essere necessariamente la costruzione di una narrazione ordinata e coerente. Nell’articolo colgo un accento molto forte sulla narrazione come approdo privilegiato della cura e ne riconosco profondamente il valore. Mi piace però lasciare aperta la possibilità che esistano più vie. Una storia può prendere forma anche attraverso altri linguaggi: uno sguardo, un gesto, un silenzio, un ritmo, una distanza, una caduta. Anche un’esperienza profondamente frammentata può trovare una propria forma attraverso una coreografia frenetica, disordinata, persino cacofonica, senza per questo essere meno significativa. Forse esiste una drammaturgia del sé che non passa necessariamente dalla parola, ma che prende corpo nel movimento e nella qualità dell’essere-con.
In questo senso mi ha colpito molto l’idea, presente nell’articolo, che non esista un’unica corporeità borderline, ma molteplici configurazioni corporee e relazionali. Ancora più fecondo mi è sembrato il passaggio dedicato al modo in cui questi corpi riescono, o faticano, ad abitare il corpo dell’altro, a trovare un ritmo condiviso. È proprio qui che, per me, la metafora della coreografia dispiega tutta la sua potenza clinica. La coreografia permette di osservare il modo in cui i corpi si cercano, si evitano, si sfiorano, si rincorrono, si perdono, riescono e non riescono a toccarsi. Permette di cogliere non tanto il contenuto dell’esperienza quanto la qualità dell’incontro, il ritmo con cui due esistenze provano, a volte invano, a danzare insieme.
Leggendo questo meraviglioso contributo ho pensato immediatamente a Caída Libre di Sharon Fridman. Non tanto come rappresentazione del funzionamento borderline, quanto come immagine di una particolare modalità di stare nella relazione. In quella danza i corpi precipitano continuamente e trovano nell’altro un sostegno sempre provvisorio. Si affidano, si perdono, si raccolgono e ricadono ancora. La caduta non coincide con il fallimento, ma diventa il modo stesso dell’incontro. Guardandola ho avuto l’impressione che restituisse qualcosa della tensione borderline tra il desiderio intenso di affidarsi e la difficoltà di trovare un equilibrio stabile nell’essere-con. Come se convivessero, nello stesso istante, l’impossibilità di abbandonarsi davvero all’abbraccio e una sete inesauribile di vivere nell’intensità del momento. Un continuo momentum: una spinta incessante verso l’altro che fatica a trasformarsi in una dimora condivisa.
Anche il tema della difficoltà a sostare mi sembra centrale. Come se lasciare sedimentare un’esperienza nel corpo fosse intollerabile e il movimento continuo diventasse l’unico modo per non incontrare ciò che emerge. In questo senso, forse, il terapeuta non è chiamato soltanto a offrire collegamenti di senso, ma anche ad abitare una coreografia apparentemente sconnessa. A saper danzare con un ritmo che cambia continuamente, senza affrettarsi a ricomporre i passi. Forse è proprio dentro questa danza franta, dissonante, a tratti scomposta, che lentamente può nascere un ritmo condiviso. Mi ha colpito molto la metafora del “corpo spugna”. Dalla mia, ancora limitata, esperienza clinica, a volte il corpo borderline mi appare come un corpo attraversato, nel quale l’altro arriva con un’intensità tale da lasciare poco spazio alla possibilità di riconoscere dove finisca la propria esperienza e dove inizi quella altrui. Mi è venuta in mente la mirror-touch synesthesia, non come categoria diagnostica, ma come immagine di una risonanza estrema, quasi inevitabile, nella quale i confini sembrano sciogliersi prima ancora di potersi delineare.
Eppure tutto questo convive spesso con una distanza radicale. Ho incontrato pazienti capaci di esporsi con estrema facilità, anche corporalmente, di raccontarsi, di offrire il proprio corpo e un’apparente intimità, senza che questo corrispondesse realmente a un lasciarsi incontrare. Mi è tornata alla mente una domanda che accompagna spesso anche il mio lavoro artistico: Quante volte ti sei spogliata? Quante volte ti sei spogliato davvero? Come se il corpo fosse completamente disponibile, mentre il sé rimanesse irraggiungibile. A volte è proprio l’esposizione a diventare una difesa dall’intimità. Per questo l’esposizione, paradossalmente, non coincide necessariamente con l’incontro.
Infine, la “coreografia del mondo borderline” mi risuona profondamente. Se dovessi tradurla in un’azione fisica, la immaginerei come uno sbilanciamento continuo in avanti accompagnato da un’accelerazione adirezionale. Un corpo che cade incessantemente verso l’altro senza riuscire davvero ad arrivare dove desidera. Un corpo affamato di calore che, nel tentativo di raggiungerlo, finisce troppo spesso per incontrare il gelo. Una spinta che si autoalimenta: cerca il contatto con urgenza, ma è proprio quell’urgenza a rendere difficile sostare nell’incontro. È come un contrappunto in cui corpo ed esperienza sembrano seguire due partiture differenti: il primo accelera, si espone, si getta verso; la seconda resta indietro, faticando a trasformarsi in esperienza vissuta e condivisa.
Ritrovo pienamente, in sintonia con il prof. Rossi Monti e il prof. Stanghellini, nella coreografia una metafora clinica straordinariamente feconda. Non perché sostituisca la parola, ma perché, come le immagini di cui scrive il prof. Stanghellini, rimane fedele all’esperienza vissuta e abita quello spazio intermedio tra sensazione e concetto, tra corpo e significato, senza perdere il contatto con il movimento della vita. Forse la coreografia può essere pensata come un’immagine vivente, una morfologia esistenziale in atto. Non rappresenta soltanto ciò che accade ma permette all’esperienza di prendere forma nell’incontro, senza irrigidirla troppo presto in un concetto o in una spiegazione. Come le immagini, custodisce l’ambiguità, la tensione degli opposti, il carattere incompiuto dell’esperienza, lascia che il patico si sprigioni, lasciando che il significato emerga gradualmente nella relazione piuttosto che essere imposto dall’esterno.
Per questo il senso, a mio avviso, non nasce soltanto dalla possibilità di raccontare ciò che si vive, ma anche dalla possibilità di attraversarlo insieme. Può nascere da un ritmo condiviso, da una caduta accolta, da un gesto che trova finalmente qualcuno disposto ad abitarlo. Prima ancora di essere spiegata, l’esperienza può essere vista, sentita, respirata, danzata. Forse i concetti ci aiutano a comprendere il paziente, ma sono le immagini, i gesti e le coreografie a permetterci di incontrarlo in un corpo a corpo trasformativo. E forse è proprio nell’incontro che ciò che inizialmente appare confuso, frammentato e disorientante può lentamente trasformarsi in una forma condivisibile, senza perdere la propria irriducibile vitalità.

