E’ una giornata di pioggia nel chietino. Il viaggio è stato lungo, ma la stanchezza non può spegnere l’eccitazione per l’incontro che sto per fare. Il professor Giovanni Stanghellini mi aspetta nel suo studio all’Università di Chieti. E’ un’occasione unica per imparare qualcosa di più su questo complesso approccio alla mente umana e alla vita che è la fenomenologia.

E’ superfluo citare qui i titoli e i riconoscimenti ottenuti nel corso della sua lunga carriera dal professor Stanghellini (qualcuno lo trovate nel video dell’intervista, mentre per maggiori informazioni potete visitare il suo sito giovannistanghellini.it), che lo rendono ad oggi uno dei fenomenologi italiani più conosciuti all’estero. Sicuramente è un onore per noi del blog averlo davanti alle nostre telecamere. Persino nei videomaker percepisco una sorta di tensione, un misto tra curiosità ed ansia da prestazione. O forse, chissà, la mia è soltanto una proiezione (permettetemi una brevissima digressione teorica: dal punto di vista fenomenologico per parlare di proiezione si deve fare riferimento al concetto di intenzionalità, cioè al fatto che noi esseri umani siamo costituzionalmente in relazione con un mondo a cui attribuiamo continuamente significato).

Tutta la tensione si scioglie non appena metto piede nello studio. Il calore e la disponibilità con cui il professore mi accoglie mi mettono subito a mio agio. I modi e i tempi della conversazione sono distesi e sento subito di poter apprendere molto nonostante ci siano solo poche ore a disposizione.

Attendo che il professore finisca una videoconferenza con Oxford e nel frattempo mi guardo attorno, come sono solito fare quando mi trovo in un luogo nuovo. Oltre ai suoi libri, trovo i grandi classici della fenomenologia: Jaspers, Binswanger, Husserl. Mi colpisce, per l’immagine dantesca in copertina, un atlante di fenomenologia dinamica. Mi prendo qualche minuto per sfogliarlo e scopro un testo che descrive i concetti base della fenomenologia in maniera sintetica ed efficace. Mi riprometto di acquistalo.

Ho appena il tempo di riemergere dalle pagine dell’atlante che il professore è pronto per l’intervista. In un attimo i videomaker preparano il set e si parte. Avevo deciso di fare delle domande brevi e generali, partendo da quelle da cui prende le mosse il libro “Lost in dialogue”, che avevo da poco letto nella versione inglese (il libro uscirà in italiano nel 2017 con il titolo “Noi siamo un dialogo” per la Raffaello Cortina Editore). In seguito, sarà il professore stesso a dirmi di preferire una dialogo più interattivo e ricco di domande. Di questo sono molto contento, anche se dovrò superare qualche timore.

Che cos’è l’essere umano? Che cos’è la malattia mentale? Che cos’è la cura? Sono queste le domande che muovono la riflessione di Stanghellini e da cui siamo partiti per questa prima intervista. Il concetto di dialogo lega le risposte a queste tre domande: l’essere umano è un dialogo con l’alterità (quella che abita in noi e quella costituita dall’Altro fuori di noi), la malattia mentale è il risultato di una crisi di questo dialogo, e la cura è un metodo che ha lo scopo di ristabilire il dialogo interrotto, con sé stessi e con gli altri. Queste sono le risposte, tra loro coerenti, a cui ad oggi è giunto il fenomenologo toscano. Affrontando la questione del dialogo, nel corso dell’intervista il professore tocca però molti temi, alcuni dei quali fondamentali per la psicologia e la psicoterapia: le emozioni, i desideri, le abitudini, il significato profondo dei sintomi psicopatologici, l’idea di terapia come “palestra dialogica”. Questi sono solo alcuni dei concetti cardine dei moderni sviluppi della fenomenologia clinica affrontati nel libro. Se volete farvene un’idea l’intervista è un buon modo per iniziare ad entrare in dialogo con una teoria complessa, quella fenomenologica appunto, che ha ancora tanto da dare alla clinica e alla ricerca scientifica…

 

Giuseppe Salerno