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Recensione a L’animale che si credeva altro. Guida facile alla psicologia evoluzionistica in sette storie, di Simone Cheli (2026)

Attraverso sette storie, Simone Cheli offre una panoramica agile che orienta il lettore nel mare magnum della teoria dell’evoluzione applicata alla psicologia.

Occorre anzitutto sottolineare le premesse evidenziate dall’autore nella stesura di questo libro: il proposito di comprendere l’esperienza umana (nel senso di essere di aiuto, dell’aver cura) e la meraviglia suscitata dalla varietà del mondo; entrambe ci parlano della costitutiva fragilità che accomuna l’uomo e gli esseri viventi tutti, nelle loro infinite espressioni e variabilità entro il macrosistema in cui essi vivono.

Fu la meraviglia – compagna della febbrile attività di ricerca – ad assalire il giovane Charles Darwin durante la lunga spedizione in giro per il mondo a bordo della HMS Beagle. A seguito di questa segnante esperienza egli avrebbe illuminato con la sua teoria la totalità strutturale dei viventi entro il loro ambiente. Fondamento del pensiero darwiniano sono infatti l’origine comune delle specie viventi e la selezione per pressione ambientale nel corso delle generazioni.

Per tacere della eco che la teoria produsse negli ambienti connotati dalla castigatezza umbratile tipica della morale vittoriana – basti pensare al meccanismo della selezione sessuale –, la svolta darwiniana imprimeva una rivoluzione filosofica dal carattere epocale: la messa in crisi del teleologismo che era stato per millenni (da Aristotele innanzi) il perno del pensiero del mondo. L’assenza di un telos implica che la selezione naturale non opera per un fine, ma è il prodotto sine die dello scambio, nel succedersi delle generazioni, tra l’individuo e l’ambiente-mondo, unitamente ai fenomeni casuali intervenienti (deriva genetica). In tal senso i tratti emersi per pressione selettiva per ogni specie vivente non sono il frutto di alcun logos né di una coscienza intenzionale (secondo un criterio creazionista).

I capitoli introducono finanche il lettore meno avvezzo ai pilastri della psicologia evoluzionistica mediante il ricorso a esempi concreti o diretti dall’esperienza. Non mancano riferimenti all’attività in vivo dell’autore che, come clinico, si è preoccupato della sistematizzazione (in corso d’opera) di un modello dello sviluppo della personalità (Evolutionary Systems Therapy) che adotta l’ottica evoluzionistica nel trattamento dei disturbi di personalità. Condividendo col paziente la sua organizzazione di base, si discutono i tentativi di adattamento e se ne individua la struttura maladattiva che ha portato la persona a essere assoggettata alla propria sofferenza. La centralità delle emozioni è perciò posta in assoluto rilievo quale capacità umana di sentire e sperimentare vissuti in risposta a un adattamento contesto-dipendente. L’approccio evoluzionistico (quando non appiattito a un riduzionismo biologista), può aprirsi alla significazione della variabilità presente tra i viventi; e in particolare a gettare luce sulle modalità attraverso cui cerchiamo di adattarci e trovare un posto nel mondo, nella vita di tutti i giorni, e restituire dignità al mondo soggettivo e vissuto di cui ogni soggetto è portatore.

Come viventi saremmo strutturati a dipendere dalla specificità del contesto. Guardando all’essere umano, la variabilità (al di là dei differenti tratti fenotipici) è il ventaglio delle possibili modalità espressive di esperire vissuti e reagire ad essi secondo determinati schemi informati dal nostro passato evolutivo. La pressione selettiva ha in questo senso garantito maggiori probabilità di sopravvivenza a quegli individui che più erano in grado di adattarsi, sopravvivere e riprodursi aumentando la trasmissione alle future generazioni di certi tratti in luogo di altri (selezione naturale) – con buona pace delle ricadute reazionarie del darwinismo sociale, che nulla hanno a che fare con Darwin, secondo cui sarebbe il più forte a sopravvivere e dominare a scapito del più debole. La prospettiva evoluzionistica permette in questo senso di gettare un ponte tra la storia evolutiva di specie (filogenesi) e la storia dell’individuo (ontogenesi) e illuminare come certi tratti, acquisiti per via evolutiva, entrino a fare parte della storia di un’irripetibile esistenza, influenzando tratti personologici e comportamentali, temperamenti e modalità di essere al mondo.

Simone Cheli getta uno sguardo “oltre” e, nel tirare le somme, sottolinea un’esigenza sempre meno derogabile per gli appartenenti al genere Homo: ripensare, entro questa tragica temperie storico-culturale, l’adattamento tra noi, conspecifici, e tra noi e le altre specie viventi nella nostra casa comune. Siamo, dice, ancora quelle scimmie un po’ ansiose e competitive che hanno in un passato remoto iniziato ad accumulare risorse, pianificare e organizzare società sempre più complesse; e per garantire un pacifico adattamento nel nostro (unico) pianeta dovremmo sottoporre a vaglio critico proprio quegli schemi di pensiero orientati a una hybris e una logica (tendenzialmente occidentali, per certi versi), che impediscono di adottare una prospettiva “ecologica”, ovvero sistemica.

Un coevo del naturalista britannico, lo scienziato sociale Karl Marx, aveva lodato l’opera di Darwin definendola un prezioso contributo allo sviluppo della comprensione delle leggi della natura. Egli pensava che l’uomo fosse ancora da collocare nella fase della preistoria del suo adattamento sociale. Del resto lo registriamo in maniera palmare: abbiamo conosciuto nel corso di un lungo percorso evolutivo modi sempre più sofisticati per garantirci l’adattamento in risposta alle sfide e ai rischi che provenivano dalla dura lotta per l’esistenza. Con la complessificazione dei rapporti sociali, evolvendo le nostre società, abbiamo tuttavia acquisito altrettante modalità non solo per garantirci la sopravvivenza, ma anche per infliggerci la morte reciproca in forme sempre più massive ed “efficaci” in termini di dispendio di risorse.

L’ultimo appello dell’autore, in epilogo, ci ricorda la nostra natura intimamente sociale; in altri termini, non possiamo sopravvivere da soli. Occorre uno sforzo maggiore, sostiene, per addivenire a un adattamento conforme a quella visione ecologica, integrata e pianificata che riesca a mettere in crisi il ricorso a questi nostri automatismi, tutto sommato da scimmie un po’ ansiose.

Alessandro Sergio

Psicologo presso la Cooperativa Sociale Agape di Salerno. Collabora con unʼassociazione che promuove pratiche di interventi trattamentali per autori di reati sessuali in ambito penitenziario; per la medesima, riceve in uno spazio dedicato autori di condotte antigiuridiche nellʼottica del reintegro della consapevolezza del disvalore sociale e della gestione della violenza relazionale.

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