FilosofiaPsicologia

Per una fenomenologia dei social


Riflessioni sull’uso “scellerato” dei nuovi strumenti di comunicazione

È solito domandarsi nel mondo moderno che impatto i social hanno avuto, e stanno avendo, sulla vita di noi tutti. Come sempre il senso comune risolve questioni complesse attraverso enunciati superficiali: da un lato c’è chi definisce i social come la morte delle relazioni interpersonali, impersonificando il “male assoluto”; mentre dall’altro c’è chi li definisce come un’opportunità per essere sempre connessi con l’Altro, andando così ad implementare le relazioni interpersonali. Questa semplice dicotomia non permette di effettuare un’attenta analisi sull’impatto dei social nella vita dell’uomo e nella sua esistenza. Comprendere l’influenza di questi nuovi strumenti di comunicazione, come Instagram, ci porta inevitabilmente a effettuare un’analisi sull’esserci delle persone, dato che si può definire lo spazio social come un nuovo mondo attraverso cui il Soggetto esprime la propria esistenza.  

Ma che tipo di mondo è quello espresso dai social? A quale tipo di esistenza può portare? Per rispondere a queste domande è necessario far ritorno al pensiero di Heidegger espresso in “Essere e Tempo”.


Il mondo del “Si”

In essere e tempo Heidegger (1927) definisce l’esistenza dell’individuo come progettualità, come una spinta verso l’esterno che trascende l’uomo stesso aprendosi al mondo. Quando si parla di esistenza vi è sempre in gioco la questione Soggetto-Mondo. 

Il filosofo tedesco aveva già individuato nei mezzi di comunicazione gli strumenti principali attraverso cui l’esistenza inautentica può proliferare. L’esistenza inautentica è quella esistenza che si adegua a ciò che “si dice, si fa, si pensa”, è una esistenza non storica che ricade su ciò che l’uomo già è. Il Soggetto inautentico è un Soggetto anonimo e impersonale, un ente che si presta ad essere ciò che l’Altro vuole da lui, la cui parola diventa chiacchiera o, come direbbe Lacan, una parola “vuota”. Nell’inautenticità l’esistenza diventa oggetto, strumento della tecnica. Heidegger ben osserva che laddove l’essere degli enti si identifica al ruolo e alle funzioni assegnate dal sistema espresso della “volontà di potenza” si è completamente immersi in quella che è l’età della tecnica. In questa età l’esistenza storica, quella caratterizzata dalla facoltà di poter scegliere, poter conquistare, poter progettarsi è completamente perduta. L’esistenza inautentica è un’esistenza basata sulla Legge della omologazione, la Legge del “Sii come l’Altro”.

Il Si impersonale produce un’esistenza omologata, caratterizzata da frammenti sparsi e sconnessi tra loro, frammenti di esistenza non collegati da nessun filo storico. Nel Si impersonale ogni singolarità è dissolta, ognuno diventa come l’Altro, in un sistema di omologazione che annulla la possibilità della propria soggettivazione: non c’è spazio per un pensiero creativo, originale, tutto è già visto, tutto è già sentito.

Quando è il Si a dominare si osserva nell’uomo uno stato di completa indistinzione. Come scrive Heidegger in Essere e tempo:

“Ce la spassiamo e ci divertiamo come ci si diverte; leggiamo, vediamo e giudichiamo di letteratura e di arte come si vede e si giudica. Ci teniamo lontani dalla “gran massa” come ci si tiene lontani, troviamo “scandaloso” ciò che si trova scandaloso. Il si, che non è un Esserci determinato ma tutti (non però come somma), decreta il modo di essere della quotidianità”.

Heidegger, 1976, p. 163


Il Si mantiene e produce costantemente medietà, ossia dissolve l’essere del singolo in scelte uguali per tutti, fondate su ciò che si conviene, ciò che si accetta o si rifiuta, ciò a cui si crede e ciò a cui non si dà fiducia. Tutto è livellato e ogni eccezione è riassorbita e controllata al fine di evitare che possa emergere.
Le logiche che guidano i social media possono allora apportare il rischio di creare una dimensione dell’omologazione, una dimensione dell’inautenticità. Attraverso Instagram ognuno posta se stesso attraverso frammenti di esistenza astorici, diventando oggetto dello sguardo dell’Altro, perdendosi nella dimensione del Si. Le stories sono uno spazio in cui l’individuo può postare momenti della propria esistenza, momenti sconnessi tra di loro, momenti che devono essere in linea con il “sistema di potere” vigente dai social, che potremmo in generale definire essere composto dagli influencer che attraverso il proprio comportamento avallano i momenti dell’esistenza leciti da condividere. La logica dei social può quindi diventare una logica de-soggettivizzante, una macchina infernale che produce solamente inautenticità e un agglomerato di esistenze indifferenziate, omologate alla Legge del “Sii come l’Altro”.

La creatività espressa attraverso gli elementi postati sui social può divenire una creatività falsa, una non-creatività che esprime solamente l’illusione di una libertà di azione, di pensiero e intenzionalità, alle cui spalle si cela una omologazione passiva che annulla la dimensione del poter essere propria del Dasein. L’individuo può quindi perdersi all’interno di rimandi frammentati che cercano esclusivamente il rispecchiamento dell’Altro: all’interno di un gioco di riflessi il Soggetto cede il passo al vuoto della propria esistenza, correndo il rischio di non riconoscere più la propria dimensione autentica persa nei rimandi omologanti dello sguardo dell’Altro.   


Una questione di sguardi 

In quanto esseri gettati nel mondo siamo costantemente oggetti dello sguardo dell’Altro, la nostra esistenza si fa tale nello sguardo, che può assumere connotati diversi. Ad esempio il bambino può riscontrare nella propria madre lo sguardo amorevole di colei che si prende cura dei suoi bisogni, ma nei casi sfavorevoli può anche riscontrare nella madre lo sguardo di colei che abusa del proprio corpo indifeso. Come osserva Merleau-Ponty, il nostro essere carne rimanda sempre allo sguardo dell’Altro, uno sguardo che si fa tale attraverso un gioco di ciò che è visibile e di ciò che è invisibile (1964). Da un punto di vista esistenziale l’essere umano deve continuamente lottare tra ciò che egli è e ciò che lo sguardo dell’Altro gli rimanda o vorrebbe che egli sia: in questa dimensione dialettica il Soggetto è chiamato a trovare una propria dimensione, la propria realtà desiderante. Questa dialettica può a volte risolversi attraverso la scelta dell’individuo di affidarsi esclusivamente allo sguardo dell’Altro per conoscere qualcosa di sé, per identificare la propria progettualità. In questo caso l’individuo è costretto a una vita di omologazione all’Altro, perdendo la propria storicità. Ma può anche capitare l’inverso, cioè l’individuo può totalmente chiudersi allo sguardo dell’Altro, perdendo la possibilità di ricevere un feedback sulla propria condizione esistenziale, perdendo la possibilità di essere inscritto all’interno di una realtà relazionale dialettica, chiudendosi in un isolamento esistenziale.

I social rappresentano un mondo caratterizzato dallo sguardo incessante dell’Altro, quell’Altro caratterizzato dalla Legge del “Sii come l’Altro” ossia sii come la “volontà di potenza”, quel sistema che si è definito composto dagli influencer, vuole che tu sia. Lo sguardo che incarna allora il mondo social è uno sguardo omologante: l’individuo posta e pubblica i propri frammenti che più si accostano al desiderio dell’Altro, quei contenuti della propria esistenza che piacciono all’Altro. La logica del mi piace è una logica dell’omologazione alla volontà dell’Altro e al suo desiderio, una volontà che rende il Soggetto un oggetto in mano all’Altro, mostrando i lati di sé che più sono congeniali a questo modo di funzionare.

Per questo motivo la parola espressa attraverso i social è una parola “vuota”, una parola che non attiene all’autenticità del Soggetto, che non rimanda alla sua realtà desiderante, ma semplicemente una parola che si fa omologazione, una parola omologante che non è del soggetto ma è del Si impersonale, di cui il Soggetto si fa attraversare in modo passivo oggettificandosi alla Legge del “Sii come l’Altro”.  

Lo sguardo dell’Altro presente nei social, oltre a essere uno sguardo omologante, è anche lo sguardo del rispecchiamento: infatti, in questa omologazione a ciò che l’Altro vuole, l’individuo perso nello spazio social cerca un rispecchiamento che dia consistenza alla propria esistenza, un rispecchiamento che possa tenere incollate le trame del proprio narcisismo senza che queste si possano dissolvere in un vuoto di senso che porti alla deriva il Soggetto stesso.

Il registro immaginario identificato da Lacan (2002) la fa da padrone all’interno del mondo social: l’immaginario è quella dimensione speculare in cui io sono simile all’Altro, la mia immagine si confonde con la sua, in uno scambio continuo e simmetrico. E allora ecco che tutti possono essere influencer, l’utilizzo di filtri avalla ancora di più la possibilità di poter essere come l’Altro senza effettivamente conoscere la storia dell’Altro. L’immaginario può pericolosamente portare alla omologazione caratterizzata da un forte vissuto di onnipotenza, che può portare il soggetto a disconoscere ciò che poi il mondo reale, non quello dei social, gli rimanda. La possibilità di poter decidere i frammenti della propria vita, manipolati come meglio si crede, da postare, da far vedere all’Altro, avalla la chiusura del Soggetto all’interno del proprio registro immaginario. 

Chiaramente però l’individuo perso all’interno del mondo social deve anche scontrarsi con una verità scomoda, quella che proviene dal Reale, e che si può sintetizzare nella frase: “non tutti sono effettivamente degli influencer”, quello scarto con l’Altro che l’immaginario tende a voler eliminare viene brutalmente ripresentato al Soggetto sotto forma di insoddisfazione e inadeguatezza dell’immagine di se stessi.


La dimensione “perversa”

Il mondo social nella sua inautenticità propone anche una logica perversa caratterizzata dalla figura dell’esibizionismo. Se infatti lo spazio social è uno spazio continuamente inflazionato dallo sguardo dell’Altro, il Soggetto risponde a tale inflazione attraverso il proprio esibizionismo. L’esibizionismo legato al tema della deriva oggettivizzante che i social possono assumere si può esprimere attraverso due diverse logiche. 

La prima logica è associata al disconoscimento della propria mancanza ad essere. Infatti, attraverso l’atto di postare i momenti della propria esistenza appropriatamente selezionati, manipolati e modificati l’individuo può scegliere di mostrare la sua parte piena, decidendo di non mostrare la propria mancanza, la propria sofferenza che caratterizza la vita di ognuno, quella parte caratterizzata dall’angoscia dell’esistenza. Allora ciò che l’individuo perso all’interno del mondo social mostra è una esistenza inautenticamente piena, dato che, assumendo il punto di vista esistenzialista, per definizione l’esistenza è di per sé mancante. Ciò che i social ci rimandano è l’immagine di un individuo unitario, non diviso tra le pene che la vita spesso apporta all’esistenza. La parte mancante dell’esistenza viene così tenuta nascosta, segregata, e nei casi peggiori addirittura negata. Nell’atto esibizionista dell’utente il registro Simbolico che mostra la divisione dall’Altro, e per converso la propria dimensione di mancanza ad essere, viene totalmente annullato dal registro Immaginario in cui non vi è divisione con l’Altro, non vi è mancanza ma solo pienezza dell’essere. Ma questa pienezza è inautentica, esprime una falsa dimensione dell’esistenza, omologandosi completamente alla logica del Si impersonale.   

La seconda logica associata all’esibizionismo social è quella legata al mostrarsi all’Altro per essere visti. I moderni legami sociali si caratterizzano sempre più per una mancanza di riconoscimento da parte dell’Altro: soprattutto in ambito familiare, oggigiorno, molto spesso si finisce per non essere visti dall’Altro familiare. Questo non riconoscimento può scatenare nell’individuo un vuoto esistenziale, a cui si può trovare una compensazione illusoria attraverso il proprio mostrarsi all’Altro. La logica social risponde così al bisogno dell’esser visti dell’uomo moderno sempre più distante e isolato dall’Altro reale. In una società caratterizzata sempre più dall’isolamento sociale, l’esibizionismo social diventa una risposta soggettiva tesa a farsi riconoscere dall’Altro. Omologarsi all’Altro digitale permette all’individuo di poter almeno essere riconosciuto da quest’ultimo. Il rischio però è proprio quello di perpetuare legami basati sull’inautenticità, su quel Si impersonale descritto da Heidegger.


L’essere autentici nell’inautenticità

Come osserva Heidegger (1927) la vita autentica non è una vita separata dal Si impersonale dell’autenticità: l’autenticità si raggiunge allora restando all’interno della quotidianità caratterizzata dal Si impersonale e il Soggetto è chiamato a trovare la propria singolarità nella relazione con ciò che l’Altro vuole da lui. Il filosofo tedesco ci invita a trovare una propria dimensione autentica all’interno del mondo comune caratterizzato dall’inautenticità del si fa così, si dice così. Il soggetto può appropriarsi di ciò che proviene dall’Altro attraverso un percorso di soggettivazione che, attraverso un processo di trasformazione, rende propri gli oggetti comuni, che passano così dall’essere comuni all’essere unici. La capacità dell’individuo deve essere allora quella di imparare a utilizzare il linguaggio social per esprimere la propria unicità, la propria soggettività, senza farsi omologare alla Legge del “Sii come l’Altro”: attraverso un atto trasformativo l’individuo unico prende dall’Altro ciò che gli serve per poter imbastire il proprio discorso unico e soggettivo.  

In ultima analisi è al Soggetto che viene concessa la libertà e la responsabilità di poter scegliere il linguaggio social per esprimere la propria unicità attraverso una parola “piena”, una parola autentica che rimanda alla propria realtà desiderante e al proprio spazio nel mondo, senza nascondere quella mancanza di sottofondo che anima il desiderio, quella mancanza che rende il Soggetto Uomo e non solamente una macchina tecnica che non conosce falle o errori.

Mostrarsi perfetti allo sguardo dell’Altro vuol dire allora mostrarsi come essere inautentico, poiché solo accettando e mostrando la nostra mancanza potremmo rapportarci all’Altro, dal vivo o attraverso i social, in modo autentico. Come ci è stato insegnato da Sartre (1946) essere umani vuol dire innanzitutto essere mancanti. 


Bibliografia 

Heidegger, M. (1927). Essere e Tempo. Longanesi, Milano, 1976.

Lacan, J. (2002). Scritti. Enaudi, Torino.

Merleau-Ponty, M. (1964). Il visibile e l’invisibile. Bompiani, Milano, 2000.

Salvatore Di Costanzo

Psicologo specializzando in psicoterapia presso la scuola di specializzazione sperimentale dell’Asl Napoli 1. Laureato con lode presso l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli con una tesi sulla relazione tra intersoggettività e mentalizzazione in psicologica clinica. Formatosi come esperto in psicodiagnosi clinica e peritale presso Psicogiuridico associazione interdisciplinare di Psicologia e Diritto con sede a Napoli. Già autore di diverse pubblicazioni su riviste nazionali e internazionali. In passato ho collaborato con la cattedra di psicologia clinica diretta dalla prof.ssa Marina Cosenza in qualità di assistente alla ricerca occupandosi di adolescenza, new addiction e mentalizzazione. Attualmente collabora con Psicoterapicamente

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