Se con il testo “La cura fenomenologica” i nostri due autori, Francesco Grieco ed Edoardo Vivard, ci avevano accompagnati per mano attraverso il delicato processo trasformativo che solo la cura può dare, calandosi anima e corpo nel metodo fenomenologico, per mostrarci quanto questo possa condurre ad una possibile svolta. Ora, con il testo “Ritratti clinici – La narrazione in clinica fenomenologica” edito da FrancoAngeli, si pongono, a mio avviso, di fronte ad una sfida altrettanto ardua, quella di disegnare un possibile modo con cui poter scrivere un caso clinico, o meglio, come specificano, una storia clinica. Premettono che il loro obiettivo sia di tipo didattico-formativo, ma credo di potermi permettere di osare, dicendo anche che hanno cercato di individuare, sfogliando, studiando ed estrapolando dai casi descritti da Calvi, da Binswanger, solo per citarne alcuni, le coordinate essenziali con cui un caso possa essere riferito agli addetti ai lavori per essere attenzionato nei processi ulteriori. Scrivere i casi è anche un modo che pertiene al trattamento e che contribuisce ulteriormente al processo di cura. La scrittura di un caso clinico non può essere relegata a un mero processo di stile letterario, per renderla piacevole e attrattiva per quelli che la leggeranno, ma diviene, e credo che questo sia l’obiettivo celato dei nostri autori, fruibile sia per il proseguo della cura stessa che come “case report” orientato fenomenologicamente.
Avevo dato una prima lettura del testo già qualche mese fa, ed oggi lo rileggo pur sapendo quello che ritrovo scritto. Talvolta questa operazione è necessaria per rinfrescare la memoria sui contenuti, ma la ritengo altrettanto utile per vedere, in questo caso leggendo, cose ulteriori. Quello di cui sono rimasto altresì colpito è stato il titolo, “Ritratti clinici”, e viste le appendici al testo sulla trama fondativa e sulla trama dell’informe, mi è venuto in mente Picasso, a cui è attribuita la citazione: “a dodici anni dipingevo come Raffaello, però ci ho messo tutta la vita per imparare a dipingere come un bambino”. Alla luce di questa associazione libera, come la chiamerebbero i nostri amici psicoanalisti, o come visione, più vicina al dire di quelli che si orientano fenomenologicamente, mi sembra che evochi, in qualche modo, un ulteriore intento di questo lavoro, ossia quello di indirizzarci verso la possibilità di tentare ad uscire dalle griglie predefinite imposte da un modello scientificamente e positivisticamente orientato, con tratti e linee ben definite all’occhio abituato alle forme dolci ed armoniche, per dirigerci verso un modo di scrivere non tanto ingenuo e privo di una connessionalità armonica, ma quanto più autentico di ciò che in realtà la trama delle storie cliniche con cui ci interfacciamo rivelino.
Non resta che suggerire alle colleghe ed ai colleghi di immergersi nella lettura delle storie cliniche di Paolo, Arianna, Lucrezia, Giulia, Gaia e Gustavo o vedere i ritratti della glacialità, dell’abbandono, delle perplessità, della Cosa sommersa, dell’esclusione e della dismisura. Tenendo a mente quanto mi ha sempre suggerito il Maestro Lorenzo Calvi: “quando si scrive non si scrive per sé stessi ma sempre per chi legge”.


