Intervista a Paolo Migone, psichiatra e psicoanalista, condirettore della rivista “Psicoterapia e scienze umane”

 

 

Salerno: Lei si è occupato di psicoanalisi on-line in tempi non sospetti, quindi mi ritengo fortunato a poterle porre alcune domande sull’argomento, visto l’attuale periodo di isolamento forzato nel quale viviamo. Innanzitutto, secondo lei è possibile fare psicoanalisi tramite Internet? Se sì, quali sono le premesse teoriche di questa possibilità?

 

Migone: È certamente possibile la psicoanalisi tramite Internet, e le premesse teoriche sono le stesse di quelle che stanno alla base della psicoanalisi “normale”, cioè senza Internet. Ho usato le virgolette per l’aggettivo “normale” per connotare che è un errore teorico pensare che esista una psicoanalisi normale, che di fatto è un mito (ricorda il mito della “tecnica classica”, che esiste più che altro nei libri). La psicoanalisi è una teoria generale che va applicata a infinite situazioni cliniche: diversi setting, diverse frequenze settimanali, gruppi, coppie, famiglie, emergenze, terapie brevi, pazienti nevrotici, psicotici, ecc. In ognuno di questi casi la psicoanalisi va adattata alla situazione e ai bisogni dei singoli pazienti, questo almeno secondo la corrente principale della psicoanalisi, la Psicologia dell’Io, che è iniziata già dagli anni 1930 e si è diffusa soprattutto negli Stati Uniti a metà del Novecento. Per rendere più chiaro quello che voglio dire, faccio un esempio: se noi, allo scopo di rimanere “psicoanalisti”, non modifichiamo la nostra tecnica cosiddetta “classica” con pazienti che hanno bisogno che sia modificata o che non possono tollerarla, paradossalmente cessiamo di essere psicoanalisti, o meglio, siamo dei cattivi psicoanalisti. Pensare che la psicoanalisi sia solo quella considerata “classica” (fuori da Internet, uso del lettino, alta frequenza settimanale, ecc.) significa non solo impoverirla, ma anche fraintenderla, cioè non aver compreso la teoria della tecnica. Vuol dire utilizzare una tecnica stereotipata, appresa in modo sbagliato. Dirò di più: pensare che la terapia on-line e off-line siano “oggetti diversi” significa avere una teoria della tecnica che ci fa fare errori anche nella terapia normale, senza Internet. E significa anche non capire cosa voglia dire “comunicare”.

È ovvio che una terapia on-line e una off-line sono molto diverse, ma esattamente allo stesso modo con cui due terapie entrambe off-line (cioè “normali”) possono essere estremamente diverse tra loro, e vi può essere più differenza tra due terapie off-line che tra una terapia on-line e una terapia off-line. Pensare che la diversità risieda solo nella modalità della comunicazione vuol dire non saper cogliere quali sono le variabili principali che sono in gioco in una terapia.

Ed è altrettanto ovvio che un paziente, per motivi transferali (oppure un terapeuta, per motivi controtransferali)  possa preferire una terapia con Internet (può volersi difendere, senza rendersene conto, dal rapporto “reale”, o meglio, dalla fantasia che lui ha del rapporto dal vivo, ad esempio ha paura della dipendenza, etc.), e sarebbe un errore da parte del terapeuta non vedere e non interpretare questa difesa; però è altrettanto ovvio che un paziente e un terapeuta possono difendersi dalla fantasia che hanno della terapia con Internet, e spesso questa difesa non viene analizzata appunto perché il terapeuta considera “normale” solo una terapia senza Internet (allo stesso modo con cui può considerare “normale” la tecnica classica, ad esempio l’uso del lettino, così che non interpreta i casi in cui un paziente lo può usare in modo difensivo). Si basa cioè su un pregiudizio, in cui il dato clinico non viene interpretato ma è conosciuto a priori, come in una sorta di teoria delle etichette, quindi su una teoria che potremmo definire “non psicoanalitica”.

La terapia con Internet è estremamente interessante perché ci permette di fare queste riflessioni, non è interessante di per sé, perché di fatto è un problema abbastanza banale dal punto di vista teorico. Non vi è tra l’altro niente di nuovo sotto il sole psicoanalitico, perché quasi tutti i colleghi scordano il dibattito che vi fu in America agli inizi degli anni 1950 a proposito della telephone analysis, dove le coordinate teoriche erano le stesse. L’interesse della terapia con Internet è essenzialmente di carattere sociologico, è in sostanza una cartina di tornasole che rivela la difficoltà che tanti colleghi hanno nell’applicare la teoria alla pratica; soprattutto, come dicevo, smaschera molto bene una diffusissima teoria della tecnica appresa in modo stereotipato, senza un legame stretto con  la teoria che la giustifica, e questo tipo di psicoanalisi purtroppo è stata trasmessa negli istituti di formazione a generazioni di psicoanalisti. Il fatto stesso che oggi si senta tanto il bisogno di discutere della terapia con Internet, come se fosse un “nuovo oggetto”, ne è un esempio eclatante.

 

Salerno: Quali sono le differenze tra il setting psicoanalitico classico e quello on-line? A cosa deve stare attento il terapeuta nella pratica?

 

Migone: Le differenze sono ovvie, in un caso c’è il video del computer e nell’altro manca. E il terapeuta deve stare attento a mille cose, però allo stesso modo con cui deve stare attento a mille cose quando non usa il computer. Faccio solo un esempio tra i tanti: la privacy. C’è chi dice che con Internet vi è un pericolo per la privacy. Questo va dimostrato, e tra l’altro ci si scorda che anche nella terapia senza Internet vi possono essere pericoli per la privacy. Coloro che parlano di pericoli per la privacy nella terapia col computer spesso sono gli stessi che non hanno mai sollevato problemi per quei terapeuti che prendono appunti sui pazienti (che potrebbero essere diffusi, pubblicati ecc.); questo è solo uno dei tanti esempi della difficoltà a riflettere di cui parlavo prima.

 

Salerno: L’analisi della relazione, fondamento del trattamento psicoanalitico, è sempre possibile? Cambia qualcosa?

 

Non cambia proprio niente riguardo alla analisi della relazione, a meno che non si pensi che su Internet non vi sia una relazione. A questo proposito mi viene in mente un aspetto divertente. Ricordo che anni fa, quando tanti psicoanalisti “classici” storcevano il naso riguardo alla psicoanalisi con Internet e dicevano che non era “vera analisi”, non si rendevano conto che le loro regole tecniche (giuste o sbagliate che siano, questo è un altro discorso) possono essere replicate, e meglio, con Internet (cioè il terapeuta può oscurare il video e nascondersi agli occhi del paziente per fare emergere meglio il transfert “puro e incontaminato”, proprio come l’analista classico si nasconde dietro al lettino, ed è ben noto che Internet è capace di evocare fantasie transferali molto potenti, incluse quelle che la psicoanalisi vorrebbe analizzare). In altre parole, non si rendevano conto che la psicoanalisi con Internet poteva benissimo essere ancor più psicoanalitica della loro tecnica, poteva essere per così dire una caricatura della tecnica che loro stessi praticavano…

 

Salerno: Esistono secondo lei delle tecniche più adatte di altre alla psicoanalisi via Internet?

 

Migone: Come ho scritto in un articolo di tanti anni fa, vi è un aspetto indubbiamente assente nella psicoterapia on-line rispetto a quella non off-line: il corpo “fisico” del paziente. Questa assenza può essere un fattore fondamentale per le terapie corporee, che nel loro armamentario appunto utilizzano il corpo in quanto tale all’interno della terapia, e non soltanto le fantasie o le emozioni su di esso. Sotto questo punto di vista, la psicoterapia on-line è sicuramente “inferiore” a quella tradizionale. Ma anche la psicoterapia tradizionale, a rigor di logica, è inferiore a quella on-line, in quanto è deprivata di una serie di dati importanti, quelli della sola presenza del corpo “virtuale”. La realtà “virtuale” e quella “reale” (ammesso che quest’ultima possa mai essere conosciuta in quanto tale, e non è possibile qui entrare nella questione filosofica della natura della realtà) non sono l’una superiore o inferiore all’altra, ma due diversi tipi di esperienza, ciascuna rispettabile e meritevole di essere indagata, e ciascuna capace di fornirci preziose informazioni sulla natura umana.

Non posso approfondire ulteriormente queste mie riflessioni, per cui mi vedo costretto a rimandare coloro che fossero interessati ad alcuni articoli che scrissi anni fa. Qui di seguito ne scelgo quattro, i primi due riguardano la differenza tra psicoanalisi e psicoterapia, ovvero la identità della psicoanalisi, e gli altri due riguardano il problema della psicoanalisi con Internet:

  • Paolo Migone, La differenza tra psicoanalisi e psicoterapia: panorama storico del dibattito e recente posizione di Merton M. Gill. Psicoterapia e Scienze Umane, 1991, 25, 4: 35-65. Una versione anche in: Terapia psicoanalitica. Milano: FrancoAngeli, 1995 (Nuova edizione: 2010), cap. 4. Una versione su Internet: www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt59pip.htm.
  • Paolo Migone, A psychoanalysis on the chair and a psychotherapy on the couch. Implications of Gill’s redefinition of the differences between psychoanalysis and psychotherapy. In: Doris K. Silverman & David L. Wolitzky (editors), Changing Conceptions of Psychoanalysis: The Legacy of Merton M. Gill. Hillsdale, NJ: Analytic Press, 2000, chapter 11, pp. 219-235 (trad. spagnola: El psicoanálisis en el sillón y la psicoterapia en el diván. Implicaciones de la redefinición de Gill sobre las diferencias entre psicoanálisis y psicoterapia. Intersubjetivo. Revista de Psicoterapia Psicoanalitica y Salud, 2000, 2, 1: 23-40).
  • Paolo Migone, La psicoterapia con Internet. Psicoterapia e Scienze Umane, 2003, 37, 4: 57-73. Edizione su Internet: www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/pst-rete.htm (trad. spagnola: La psicoterapia con Internet. Clínica e Investigación Relacional, 2009, 3, 1: 135-149).
  • Paolo Migone, Psychoanalysis on the Internet: A discussion of its theoretical implications for both on-line and off-line therapeutic technique. Psychoanalytic Psychology, 2013, 30, 2: 281-299.