Psicoterapia e salute mentale

Che cos’è la salute mentale o della crisi di un terapeuta

(…) in altre parole, finalmente possiamo tornare a non occuparci delle domande fondamentali e scomode: che cosa sia la psichiatria, che cosa sia la malattia, che cosa sia la terapia. Possiamo tranquillamente tornare alle nostre pratiche quotidiane e alle nostre teorie zoppicanti, ma, finalmente, fra noi, nella bolla autoreferenziale che ci mantiene in vita

Benedetto Saraceno

È Benedetto Saraceno che, nella sua ultima lezione ci esorta (provocatoriamente) a ritornare alle cose stesse, alle domande fondamentali. Che cos’è la salute mentale mi sembra una di queste domande fondamentali, e per due ordini di ragioni, una di ordine controtransferale (diciamo così) e una di ordine più pragmatico: 

    • scrivo nel 2024 e tra pochi giorni celebreremo i 100 anni dalla nascita di Franco Basaglia , per cui quale migliore occasione per tornare a basagliare se non questa? Quale migliore occasione se non questa per riscaldare un pensiero e una pratica tanto radicali quanto addomesticate nel corso degli anni come quelle triestine?
    • sento l’urgenza di un cambio di paradigma, del mio paradigma; e cioè sento l’esigenza di un cambiamento radicale di tutte quelle intime convenzioni che agiscono dentro di me quando mi muovo nel mondo indossando le vesti dello psicoterapeuta. Sento l’esigenza di disarcionarmi dalla cultura terapeutica (Furedi, 2004), di liberarmi dalle catene materiali e simboliche della psicologizzazione. Sento il bisogno fisico di uscire all’aria aperta come quando si ha caldo al chiuso e si cerca il gelo sul volto, in un moto di solo apparente masochismo. Sento l’urgenza – a costo di risultare ingenuo – di nuotare controcorrente, col rischio di farmi male.

    Lascio a voi decidere quale delle due sia la ragione controtransferale e quale quella pragmatica. Nel frattempo, proviamo a ritornare alla domanda di cui prima: che cos’è la salute mentale. E per evitare sterili opposizioni, penso che possa essere utile specificare come il mio scritto non abbia nessuna pretesa di esaustività sull’argomento, ma come, invece, abbia ha lo scopo di aprire una discussione possibilmente aspra, conflittuale, spigolosa (siamo così poco abituati agli spigoli relazionali e culturali che ho pensato bene di andarmeli intenzionalmente a cercare).

    La salute mentale è una condizione di benessere biopsicosociale, di equilibrio. E fin qui grazie tante. Ma se provassimo a chiederci di cosa parliamo quando parliamo di benessere, di equilibrio et simili?

    E soprattutto, se provassimo a chiederci di chi è quella salute mentale di cui continuamente ci riempiano la bocca? Per conto di chi parliamo o a chi sono dirette le nostre buone novelle quando parliamo e raccontiamo e divulghiamo e discettiamo e sparliamo di salute mentale? 

    Qual è l’oggetto del discorso sulla salute mentale e come è fatto questo oggetto? 

    È l’individuo l’oggetto dei nostri discorsi? Il fantoccio antropologico, biologico e psicologico attorno al quale danziamo in cerchio in maniera mortifera? È il singolo la preda dei nostri sogni bagnati di salute mentale? È di lui che parliamo quando riempiano il feed di instagram (sic) di consigli su come gestire l’ansia-lo stress-le relazioni tossiche- la dipendenza affettiva-le red flag e altre bestialità simili? E immediatamente, a questo proposito, mi vengono in mente le ultime disperate parole di Franco Rotelli (e provate a sostituire alla parola psichiatria la parola psicologia):

    (…) forse si è guardato troppo alla psichiatria e troppo poco alla salute mentale. Guardare alla salute mentale significa andare ben oltre. Vuol dire guardare a come sta la gente e quindi travalicare i confini di malattia non-malattia. Vuol dire parlare di cosa fa star bene e cosa fa star male le persone, e come cercare di far qualcosa per farle stare meno male (…) Ben venga la critica a tutte le forme di psichiatria perché, se l’orizzonte di riferimento è quello della salute mentale, le psichiatrie sarebbe meglio che sparissero dal campo.
    Io non penso che esista un sapere specifico sulla malattia, o che esista un sapere specifico sulla follia. Penso che esistano alcune banali consapevolezze, alcune banali conoscenze che più o meno tutti possiamo avere di queste questioni, e più in là non si va da nessuna parte. Non c’è nessun sapere che vada più in là, non c’è mai stato e probabilmente non ci può essere. Io non credo che esista un sapere sull’uomo inteso come anima, come persona. Mentre sull’uomo inteso come corpo credo che si possa sapere molto e moltissimo, sull’uomo inteso come soggetto io non riesco a immaginare come si possa presumere di sapere

    (Rotelli, 2023)

    Franco Rotelli, nella maniera più diretta possibile, ci insegna come la salute mentale abbiamo a che fare con la vita delle persone e non con il loro poter definirsi malate o non malate; ci insegna come la salute mentale sia un fatto che appartiene alla dimensione civica delle persone, alla dimensione che riguarda la possibilità di essere soggetti del proprio mondo, del proprio quartiere, della propria comunità. Con le parole di Franco Basaglia: 

    ci sarà sempre una contraddizione tra quello che siamo e quello che vorremo essere, tra quella che è la nostra oggettività e quella che è la nostra soggettività. L’uomo è sempre sconfitto a questo livello: non ottiene mai di esprimere ciò che vuole. La sfida dell’uomo e la sfida del mondo è sempre stata quella di potere trovare una maniera di esprimersi

    (Basaglia F, 1979)

    Di esprimersi certo, e di agire. Di recuperare in qualche maniera, di rimontare rispetto ad eventi di vita che lo hanno lasciato indietro. Di scalare con Sisifo una montagna di fatiche. E di non farlo da soli. Ma di farlo nel mondo-della-vita, nei luoghi di cittadinanza e non negli spazi spesso mortiferi degli studi privati, dei repartini, delle comunità, dei gruppi appartamento a fare i disegnini per San Valentino e le ceramiche per le feste natalizie. Appunto: se l’orizzonte è quello della salute mentale, è bene che le psicoterapie sparissero dal campo.

    La sfida del mondo e dell’uomo è sempre stata quella di potere trovare una maniera di esprimersi, dicevamo con Basaglia. Cosa esprime il soggetto nel momento in cui cerca di recuperare la sua salute mentale, di rimontare su un percorso di vita accidentato? Esprime bisogni e desideri, potremmo semplificare. Ma, evidentemente, non si tratta di desideri intrapsichici magicamente intrappolati nella calotta cranica, ma piuttosto di desideri soggettivi che si intrecciano alla complessità dei ruoli che occupiamo nella società. 

    Quanti ruoli giochiamo durante una stessa giornata? E quanti ne giochiamo nell’arco di un’intera vita? Ogni ruolo, seppur in maniera fluida, è accompagnato (inconsciamente e implicitamente) da una costellazione di aspettative (di norme) circa quel ruolo. Cos’è per me esser un buon cittadino? Cosa la società (o meglio le reti di cui faccio concretamente e idealmente parte) si aspetta che faccia io come buon cittadino? Cos’è per me esser un bravo professionista e cosa la società si aspetta che io, come bravo professionista, faccia per essere considerato tale? Cosa vorrà dire per esser un buon figlio e cosa la società si aspetta che io faccia per esser considerato tale? E così via (buono e bravo sono termini che rimandano alla dimensione cooperativa dell’essere umano: ci accordiamo su cosa sia buono o bravo. Questo lo esplicitiamo per evitare che si confonda il piano della mera cooperazione con quello della morale e dell’equità).

    I desideri e le aspettative provengono, volendo semplificare, da due grandi sorgenti: dall’Io e dalla società, tenendo ben chiaro che questa polarità, graficamente e simbolicamente, si avvicina più a un nastro di moebius che a un continuum lineare: nessun desiderio sentito soggettivamente è slegato dal nostro appartenere, ontogeneticamente e filogeneticamente, ad una storia di specie e di cultura (natura e cultura si intrecciano e si confondono); nessuna aspettativa della società (nei suoi vari sottosistemi organizzativi: famiglia, lavoro, scuola, politica ecc) potrà essere pensata a prescindere dai singoli desideri delle singole soggettività che la compongono.

    È chiaro, a questo punto, come la salute non possa essere pensata come assenza di malattia e come anche la più moderna concettualizzazione di benessere bio-psico-sociale lasci quantomeno perplessi. Mettiamo il caso che questo famigerato benessere bio-psico-sociale possa essere raggiunto (dai singoli o dalla società come insieme di singoli che si accordano su quali regole e strategie darsi per raggiungerlo), il problema resterebbe la stessa definizione di benessere. Dire che essere in salute significa essere in una condizione di benessere bio-psico-sociale significa scadere in una evidente e frustrante tautologia, se prima non ci accordiamo su cosa significa “benessere”.

    E ritorniamo a uno dei punti inziali: a chi appartiene questa definizione di benessere? È pensabile e auspicabile che ci si accordi una volta per tutte su cosa significhi essere in salute? 

    Seguendo il buon senso e la strada delle piccole e banali consapevolezze (Saraceno, 2024), io percepisco una stato di salute quando non c’è nulla che mi disturbi oltre una certa soglia; nulla che mi disturbi come organismo biologico (è chiaro che aver mangiato pesante e aver dormito male non configurano di certo uno stato piacevole, ma nemmeno giustificano una  percezione tale che, da sola, possa superare una determinata soglia oltre il quale compare la malattia: sarò assonnato e appesantito ma probabilmente non penserò di star male nel senso più stretto del termine né penserò di ricorrere a dispositivi medici), come apparato psichico (qui le cose si fanno più complicate ma nemmeno tanto), come soggetto che appartiene alle diverse cerchie significative di conspecifici (la famiglia, la scuola, la parrocchia, il partito, l’associazione ecc). 

    Sono in salute quando tutto scorre; quando, paradossalmente, non mi percepisco. Quando la realtà, con le sue contraddizioni a diversi gradi di complessità (biologico, psicologico, sociale) ci si para davanti in tutta la sua irruenza e tragicità, ecco, a quel punto, sentiamo di non essere in salute. La nostra attenzione incarnata (Gallagher, Zahavi, 2014), il nostro consueto fluire nel mondo viene interrotto da qualcosa che non va: un continuo bruciore di stomaco, una continua emicrania, un ginocchio che non fa il suo mestiere, una relazione sentimentale ormai a pezzi, una famiglia che si sfalda, un’equipe di lavoro di cui non vorrei far più parte: eventi diversi, a diversi livelli di complessità, che occupano costantemente e in maniera disabilitante la nostra esistenza. I gradi di complessità di cui sopra (biologico, psicologico e sociale) sono solamente forzature concettuali che ci permettono di poter parlare di una cosa così complessa e sfuggente quale l’esperienza umana, nelle dimensioni della salute e della malattia. 

    Il bruciore di stomaco è esclusivamente un evento biologico?

    L’emicrania è un fenomeno che appartiene esclusivamente al dominio del nostro organismo biologico? Una relazione sentimentale è un fenomeno comprensibile solamente a partire dai dispositivi delle varie discipline che ci dicono qualcosa al riguardo (psicologia, sociologia, antropologia)? La risposta è, trasversalmente ai gradi di complessità che ci siamo detti essere fittizi, no.

    Nessuna contraddizione, come punto di partenza di una situazione di non-salute, è attaccabile (Berrios, 2018) e quindi comprensibile solo con i, seppur necessari e utili, strumenti della tecnica (medica nel caso del corpo biologico, psichiatrica e psicologico nel caso del corpo vissuto/della mente).

    Quale tecnico della salute sarebbe così stupido da consigliare un percorso di psicoterapia nel caso di un’ulcera duodenale (nonostante la corposa mole di letteratura sulle malattie cosiddette psicosomatiche)? A quale livello sarà più facilmente gestibile una contraddizione di questo tipo? Converrebbe per tutti gli attori in causa (paziente, curante, sistema sanitario e sistema produttivo) che l’ulcera venga attaccata (o meglio che venga attaccato lo stato di disequilibrio che ne consegue) con il sapere e la prassi delle scienze mediche e non delle scienze psicologiche per esempio.

    Questo dato pacifico e di buon senso non esclude che il paziente possa, dopo aver consegnato il suo corpo biologico al sapere e potere medico, ri-appropriarsi della sua esperienza malattia nella dimensione del corpo vissuto, come soggetto che, rialzandosi dal lettino della clinica, smette di fissare il soffitto dalla sua posizione supina e ricomincia, da hombre vertical, a sfidare con lo sguardo l’orizzonte che gli si para davanti, l’orizzonte delle possibilità della vita nel mondo, nei gruppi,  nelle collettività.

    Lo diciamo meglio e chiudiamo con le parole di Franca Ongaro Basaglia:

    Il sistema sociale ed economico ha bisogno di una scienza che curi i malati in modo che la malattia si esprima sempre come un fenomeno naturale ineluttabile, per il quale l’organizzazione sociale appronta tecniche riparatorie (…) in modo che la malattia sia sempre vissuta come un fenomeno individuale di cui deve sempre risultare individuale anche la causa (…) solo così si spiega (…) la totale assenza di intervento sul piano sociale per quanto riguarda la “causa”sociale, quelli che adesso chiameremmo i determinanti sociali della salute.

    Ciò che interessa agli occhi della clinica è la malattia, cioè un oggetto che sarà tanto più comprensibile quanto più sarà separato dal corpo (come Leib) in cui si manifesta…occorre disporre di un oggetto inerte da analizzare, i cui sintomi e segni possano essere inseriti in un quadro di riferimento preciso, obiettivo, precostituito in modo da acquisire un significato e un valore universaliil problema dell’uomo malato scompare, non esiste, così come non esiste il problema del suo rapporto con la propria malattia e con il proprio corpo: esattamente come in un’operazione chirurgica viene scoperto solo l’addome da aprire, e dell’uomo malato-assente, lontano, annullato dall’anestesia- resta solo un corpo abbandonato, nascosto sotto il lenzuolo. È su questa frattura tra l’uomo e le proprie esperienze corporee che si fonda l’approccio scientifico alla malattia, ed è su questa frattura che si fonda l’organizzazione di una malattia che deve presentarsi pulita e sgombra da ogni interferenza estranea, cioè da ogni interferenza del soggetto, per poter essere diagnosticata e curata

    (F. Ongaro Basaglia, 2012)

    BIBLIOGRAFIA

    Basaglia, F. O. (1982). Salute/malattia. Le parole della medicina.

    Basaglia, F., Ongaro, F. B., & Giannichedda, M. G. (2000). Conferenze brasiliane. R. Cortina.

    Berrios, G. E. (2018). Historical epistemology of the body-mind interaction in psychiatry. Dialogues in clinical neuroscience20(1), 5-13.

    Gallagher, S., & Zahavi, D. (2014). La mente fenomenológica. Larousse-Alianza Editorial.

    PIANO, P. L’ultima lezione: trattare bene le persone. di Benedetto Saraceno.

    Gianluca D'Amico

    Psicologo, psicoterapeuta cognitivo-evoluzionista. Vive e lavora a Torino. Si occupa di sostenibilità delle cure in salute mentale, di storia ed epistemologia della psicoterapia e della psichiatria.

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