Era il 2006 quando Giampiero Arciero pubblicava il suo “Studi e Dialoghi sull’ Identità Personale”, un tentativo di far dialogare le idee del compianto Guidano, con cui aveva fondato l’IPRA (Istituto di Psicoterapia Cognitiva post-Razionalista), in un contesto in cui il riferimento era già quello fenomenologico.

L’impianto del libro manteneva un eco del modello descrittivo costruito dal maestro: le organizzazioni di significato personale erano ripensate come stili di personalità, intendendo così rompere con il concetto di auto-organizzazione di stampo biologico evoluzionistico (Maturana) e avvicinandosi ad un modello che prevedesse apertura e non chiusura.

Nella prospettiva post-razionalista di Guidano il era dimensionato sui criteri del processo e organizzava coerenza nel suo ambiente, chiudendosi entro l’arco degli stimoli che poteva gestire. Il “processo” terapeutico era quindi da intendersi come una messa tra parentesi momentanea dello stimolo per correggere le incoerenze provenienti dal mondo esterno che rendevano incongrua la costruzione di senso da parte del soggetto stesso; in base a questo modello il paziente poteva così destabilizzarsi secondo una delle organizzazioni di significato personale, manifestando una sintomatologia congrua con i disturbi nevrotici più diffusi (disturbi alimentari, ossessivi, fobici, e depressivi, corrispondenti alle organizzazioni di significato personale: DAP, OSS, FOB, DEP). La terapia si fondava quindi sulla patologia in base alla quale, anche in assenza di sintomi manifesti, si doveva dedurre, a partire dalla diagnosi, il tipo di percorso da intraprendere.

La moviola è una delle tecniche tipiche dell’approccio clinico di Guidano. Essa tende a ricostruire il vissuto interiore del soggetto alla luce dei criteri dedotti dal modello: le scene di vita “trigger” riportate venivano smontate, rallentate, ricostruite alla luce dello stato generato dalla chiusura organizzativa di quella specifica organizzazione di significato personale di cui fa parte la struttura conoscitiva del paziente.

Dal punto di vista teorico e di ricerca, con Arciero le organizzazioni diventano stili già dal suo primo testo pubblicato dopo la scomparsa prematura di Guidano. Gli stili sono quindi più sfaccettati e sfumati. Viene inserito un criterio guida per la ricerca neuroscientifica (che avrebbe avuto in quegli anni un impulso poderoso): il costrutto dell’Inwardness e dell’Outwarness, sviluppato nel testo “Sulle tracce di sé”. Qui venivano esplicitate le caratteristiche del nuovo costrutto, inteso come un continuum rispetto al modo di vivere le emozioni e le loro conseguenze.

L’Inwardness, ossia l’auto-direzione, ha come suo elemento centrale la possibilità che le condizioni rilevanti elicitino emozioni vissute prevalentemente attraverso il corpo, nelle proprie viscere. È questo il caso delle persone che vivono momenti di forte attivazione corporea come accade in soggetti che abbiano disturbi da attacco di panico o altri che sviluppino sintomi dello spettro isterico.

Sul versante Outwardness, cioè quello dell’eterodirezione, si trovano le persone che invece vivono le condizioni emotive in modo meno definito dal punto di vista dell’attivazione corporea. Le condizioni rilevanti del proprio disagio generano uno sbilanciamento verso l’esterno, verso l’Altro o verso strutture di riferimento concettuali e teoriche. È questo il caso delle persone che sviluppano disturbi alimentari e disturbi ossessivi.

Rinviando per approfondimenti e per uno excursus storico e metodologico al sito dell’Ipra (https://www.ipra.it/il-post-razionalismo/), resta da aggiungere che questo discrimine è stato riscontrato attraverso le moderne tecniche di osservazione del cervello in vivo, confermando questa diversa modalità di risposta tra individui che si distribuiscono su diverse posizioni del continuum.

Questi posizionamenti non sono un destino sancito una volta per tutte e non possono descrivere la dimensione storica dell’esistenza, possono creare però modelli di integrazione tra le scienze umane e quelle naturali individuando dati emergenti dall’esperienza del soggetto con cui poter fare operazioni quantitative, in cui risulta evidente che il dato “umano” non può essere studiato a partire dal  cervello ma da come questo organo si struttura sulla base delle esperienze della vita della persona, nel loro continuo flusso.

La psicoterapia invece è altro, è una scienza pratico-attuativa: con i testi del 2009, del 2018 e del 2021 Arciero e colleghi mettono in evidenza proprio questa dimensione. La prospettiva metodologica cambia radicalmente: dalla moviola che sottraeva la persona alla propria storia (come se si potesse capire un film da un suo fotogramma), il post-razionalismo inaugura un metodo psicoterapeutico fenomenologico ermeneutico, basando la natura del suo intervento sulla messa a fuoco dell’esperienza vissuta e sulla sua riconfigurazione nel racconto, evitando però le derive narrativiste dei modelli cosi detti “postmoderni”, per cui il racconto è il fulcro dell’intervento e va ristrutturato a partire da esso stesso. Semplificando: non basta cambiare la storia.

Il racconto, nella prospettiva fenomenologica ermeneutica, viene colto alla luce delle riflessioni, di natura ontologica, sul linguaggio, sul tempo e sulla natura unica che caratterizza l’Esserci di Heidegger, alla luce del percorso che portò alla stesura di “Essere e Tempo” e anche agli studi di Ricoeur, che trasse dal primo alcuni fondamentali indizi per la propria ricerca. Un lavoro monumentale che attinse ad una millenaria tradizione di studi entro cui poter collocare la pratica terapeutica, il cui campo di attuazione è la parola. Per tale motivo la parola, fatta racconto, va inserita sempre nel contesto che l’ha generata, sedimentando significati e temi in una personalità stabile soggetta comunque a possibili (e a volte drammatici) cambiamenti, dato che mutevole è la condizione umana.

Il racconto diventa così la traccia che la persona ha per accedere a sé; là dove questa traccia non riesce ad essere colta ed accolta, il contesto (il mondo) è in ombra e continua a lavorare alle spalle del soggetto che ne subisce i movimenti non potendo interagire da uomo libero (libertà che per natura gli apparterrebbe).

La condizione umana è intesa come un costante essere situato del soggetto che non si può generare da sé, in un atto interiore, ma si ricava dagli eventi a cui è assegnata la sua esistenza, rimodulando in ogni momento la propria stabilità: è questo il gioco tra familiarità e non familiarità che risponde alla domanda fondamentale che permea il discorso del post-razionalismo attuale “chi è l’uomo?” Il chi diventa l’oggetto della terapia. Il cosa (le categorie naturali) ne è una riduzione, seguendo il percorso tracciato dal filosofo di Friburgo. Il chi è dentro la storia e si “riceve” attraverso gli eventi che tonalizzano e sedimentano il proprio stato emotivo, riducendolo da un lato a categorie naturali indagabili dal punto di vista del metodo scientifico (il continuum inward-outward) e al contempo inglobandolo nella storia della persona. Qui si trova l’accesso al vissuto con cui la persona arriva alla richiesta di aiuto e al bisogno inespresso di rinnovare quegli accessi attraverso un movimento metodico, rigoroso, che negli ultimi aggiornamenti del metodo terapeutico si assume l’eredità, sviluppandola in termini clinici, di un concetto guida del primo Heidegger: quello di indicazione formale, che il filosofo raccolse da Husserl ma in termini ontologici,.

Questo breve excursus non vuole essere una nota ufficiale sul modello post-razionalista ma una nota “informata”, una mia personale elaborazione da terapeuta formato e studioso di questo modello. Il post-razionalismo ha assunto diverse forme nel corso dei decenni. Oggi si definiscono “post-razionalisti” modelli che difficilmente troverebbero terreni comuni per un confronto tra gli specialisti. Il percorso seguito da Arciero è stato quello della fenomenologia ermeneutica e della ricerca neuroscientifica e medica oltre che, evidentemente, psicologica. Per cui oggi non ha senso parlare del rapporto tra post-razionalismo e fenomenologia perché il post-razionalismo è diventato un metodo psicoterapeutico fenomenologico, forse uno dei pochi codificato. Si trovano in Italia diverse realtà eterogenee[1] in cui la collaborazione tra fenomenologia, psicologia, neuroscienze e medicina in generale ha generato campi di indagine avanzatissimi ma che non hanno assunto uno statuto organico tale da definire, come in altre realtà è avvenuto, il post-razionalismo un movimento. Questo, a mio avviso, da un lato ha salvaguardato la direzione della ricerca e dall’altro ha svantaggiato la divulgazione e la possibilità di farsi conoscere di un modello in grado non solo di non subire le logiche della ricerca biologica, ma addirittura di orientarle partendo da una codifica psicologica (fenomenologica ed ermeneutica) del metodo sperimentale, fino ad interrogare i campi della malattia organica e di quella psicologica. Un metodo che rende le discipline interconnesse in modo attivo invece di piegarle ad un eclettismo biopsicosociale subordinato alle scienze biologiche, che in realtà avvalora solo un posizione ancillare della psicologia.

La frammentazione delle risorse, la mancanza di occasioni di confronto (peggiorata dagli anni pandemici), la tendenza verso una ricerca impegnata ed impegnativa, hanno reso difficoltoso l’accesso al post-razionalismo e alle sue evoluzioni. Si sono generate così lacune nella comprensione del pubblico specialistico che si è trovato difronte una serie indefinita di post-razionalismi (termine dibattuto sin dal suo conio), mettendo in ombra le vicende di un metodo psicologico e  terapeutico che va considerato dentro la storia dei metodi psicoterapeutici (poiché al suo interno si superano una serie di nodi e visioni) per favorire l’affermazione della professione psicologica tra le professioni (quelle sanitarie in particolare) come disciplina veramente utile per l’utenza e i clienti.

 

Bibliografia

  • Conti V., Arciero G. (2021), Percorsi di cura. Psicoterapia fenomenologica e psicoanalisi: l’impraticabile incontro, Editore Vita e Pensiero, Ricerche psicologiche.
  • Arciero G., Bondolfi G., Mazzola V. (2019), Fondamenti di psicoterapia fenomenologica, Bollati Boringhieri Editore.
  • Arciero G., Bondolfi G. (2010), Sé, identità e stili di personalità, Bollati Boringhier Editore.
  • Arciero G. (2009), Sulle tracce di sé, Bollati Boringhieri Editore.
  • Arciero G. (2006), Studi e dialoghi sull’identità personale, Bollati Boringhieri Editore.

[1] Sul percorso iniziato da  Giampiero Arciero, è da segnalare la dinamica realtà della SLOP,   https://www.slop.it/ in cui Davide Liccione ha elaborato in modo autonomo una serie di input trasformandoli in una scuola di specializzazione  dove dialogano discipline diverse