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La gruppoanalisi dell’esserci: intervista a Gilberto Di Petta

La gruppoanalisi dell’esserci prende forma in un contesto preciso quanto complesso: un servizio per le tossicodipendenze ubicato nella periferia nord di Napoli, dove dilagano lo smercio di stupefacenti e la miseria sociale. Sono gli anni Novanta quando Gilberto Di Petta approda in questo SerT di frontiera. Intervistato da Marco Caravella, avvocato e laureando in psicologia, Di Petta ripercorre la genesi del primo gruppo daseinanalitico, un’esperienza vissuta con pazienti tossicomani nel clima di un corpo-a-corpo in cui è posta al centro la domanda: «Che senti in questo momento?». Oltre alla descrizione operativa di questi pionieristici gruppi, il dialogo-intervista è stata l’occasione per indagare alcuni cardini della fenomenologia entro il clima della gruppoanalisi daseinanalitica: l’Epoché che investe il clinico, l’operatore, il paziente; la temporalità tossicomanica come condanna a un eterno e immobile Krónos; il Leib, il corpo vissuto che può riscattare quella perduta temporalità, per accedere, finalmente, alla dimensione patica che solo l’esperienza gruppale è capace di mobilitare.

Di seguito l’intervista completa in formato audio e nella trascrizione integrale.

Buona lettura o buon ascolto!


Intervistatore: Salve, Professore. Una prima domanda. Come si è originata la gruppoanalisi daseinanalitica, la cosidetta antropoanalisi, nella sua declinazione gruppale? Qual era il suo contesto concreto? Quale l’origine storica?

Di Petta: Il contesto concreto è stato quello di un SerT di frontiera alla periferia nord di Napoli, a un chilometro lineare dalle basi di spaccio. A quel tempo – alla fine degli anni Novanta – questi tossicomani morivano di overdose, facevano terapie con metadone in maniera assolutamente poco scientifica, non seguivano programmi psicoterapeutici. Tra l’altro l’HIV falcidiava. Io ero stato assunto da poco in questo SerT in cui i medici non avevano qualifiche. Erano in genere infettivologi o tossicologi; all’epoca non veniva data una prospettiva clinica e psicopatologica alla figura del “tossicomane”. Nel rapporto individuale si ricavava poco. Questi soggetti si assembravano in numero di diverse centinaia la mattina fuori dal SerT. Spesso c’erano risse e accoltellamenti; chi prendeva il metadone scappava, poi il pomeriggio arrivava in coma, scaricato da una macchina sul selciato. Praticavamo il Narcan per riprenderli, chiamavamo il 118; gli psicologi andavano deserti con le loro sedute. Allora mi venne in mente di lavorare con questo gruppo sperimentale che io chiamai Gruppo Daseinanalitico, perché la mia era una formazione neuropsichiatrica, diciamo, ma anche fenomenologica. Ero già allievo da alcuni anni di Bruno Callieri. Quindi avevo approfondito i criteri dell’analisi del Dasein come declinata da Binswanger: partire da Heidegger e da Husserl; quindi un’analisi centrata sull’esserci, sull’esistenza. Però mi rendevo conto che dovevo declinarla nel contatto corpo-a-corpo, nella presa diretta. In questo la fenomenologia, col suo precetto di andare alle cose stesse, mi consentiva di tagliar via tutti i fronzoli.

Avevo fatto un’esperienza gruppale molto interessante all’università, in specializzazione, perché avevamo tra i docenti Guelfo Margherita, un gruppoanalista – quindi di impronta psicoanalitica – con una cultura molto varia: era stato uno psichiatra che aveva partecipato alla dismissione dei manicomi e aveva lavorato all’Ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi. Era stato anche in India a lungo. Insomma, una figura affascinante. Faceva questi gruppi pieni d’atmosfera con noi specializzandi. Nel gruppo si mobilitavano delle forze che nel rapporto a due non si mobilitavano. Poi avevo fatto un’altra esperienza con lo psichiatra Günter Ammon. Lui aveva scuola sia a Berlino che a Monaco di Baviera. Era un esponente della Dynamische Psychiatrie, ovvero della psichiatria dinamica. Aveva studiato negli Stati Uniti con Kris, Loewenstein, eccetera – gli analisti dell’Io. Veniva tutte le estati in Italia dove aveva una villa a Paestum, sita a poca distanza dai templi. Lui faceva questi Klausurtagung (convegni a porte chiuse – N.d.T.). Riuniva pazienti e operatori insieme per una quindicina di giorni all’interno di questa sua villa. Io partecipai ad alcune di queste esperienze. Masticavo poco il tedesco, però mi lanciai. Fu per me un’esperienza travolgente: vivevamo in uno stato di coscienza alterato insieme a persone di cui avevo difficoltà a capire se fossero operatori o utenti, senza alcuna divisione tra di noi. Si faceva un gruppo di mattina e uno la sera; poi la sera si partecipava a dei seminari e si mangiava insieme. Noi giovani vivevamo attendati nel giardino; le persone più anziane vivevano all’interno. Durante queste esperienze lui praticava anche la Tanztherapie (danzaterapia – N.d.T.). Scene per me indimenticabili nel sole di agosto: queste ragazze che ballavano seminude, al ritmo della musica nel centro del gruppo – gruppi a cui partecipavano 30-35 persone –, danzavano liberamente e poi ognuno – c’era anche un leader – dava un ritorno sui movimenti. Per cui c’era molto il corpo al centro di queste esperienze.

Insomma, queste due esperienze – con Guelfo Margherita e con Günter Ammon – mi avevano segnato. Poi avevo fatto la mia analisi personale. Perciò decisi di lanciarmi in quest’esperienza con i tossicomani. Esperienza drammatica, perché costoro arrivavano “fatti”, col sangue che gli colava dalla camicia. Alcuni sarebbero morti il giorno dopo, alcuni erano stati salvati da un’overdose il giorno prima. Ragazzi anche violenti, ragazzi di strada. All’inizio ero molto solo, perché quasi nessuno dei colleghi volle accompagnarmi. Io li vedevo il pomeriggio, nella stanza accanto a quella dove si somministrava il metadone: un po’ di sedie, le mura sporche di sangue e di sputi di metadone. Insomma, capii che qualcosa però si muoveva. In fondo la mia metodologia era semplice: apriva il conduttore dichiarando il proprio vissuto in maniera molto diretta, proprio con una disclosure, senza veli; il clima era immediatamente emotivo, patico. Poi il conduttore invitava tutti quanti, uno dopo l’altro, a dire qualcosa che però riguardasse molto la pancia, il petto, piuttosto che la testa. Poi c’erano delle sedie al centro, per cui il conduttore invitava qualcuno a incontrarsi, a dirsi delle cose, ad abbracciarsi e anche a toccarsi fisicamente; e poi faceva un giro finale. Quindi un’ora e mezza all’incirca, ma estremamente intensa. Diversi fumavano, si alzavano, uscivano dalla stanza. Però notavo che tornavano. Mentre gli inviti fatti dagli altri psicoterapeuti venivano disertati, a questo gruppo tornavano, perché si sentivano toccati, coinvolti. La potenza dell’atmosfera emotiva era tale da sfondare la loro cristallizzazione, la mineralizzazione della loro coscienza, lo stato di anestesia indotto dall’uso di droghe. Da lì estesi quest’esperienza in altri SerT della periferia di Napoli. Un’esperienza che ho ripetuto per le scuole. E anche per una decina d’anni al carcere femminile di Pozzuoli. Qui, devo dire, con buoni risultati. Donne che venivano da ogni parte del mondo: dal Nordafrica, dall’Europa orientale, dai Quartieri Spagnoli. Quindi non si parlava la lingua italiana. La lingua cade in un lavoro del genere; parlano gli occhi, parlano le mani, parla il corpo, il sudore, il grido, il dolore. E poi lo pratico regolarmente da una decina d’anni alla Scuola di Psicoterapia Fenomenologico-Dinamica con gli allievi. La mia lezione consiste nel fare in un weekend un insieme di questi gruppi con gli allievi in modo che loro possano sperimentare direttamente che cos’è l’Erlebnis, che cos’è il patico, che cos’è il dolore, che cos’è il mutismo, che cos’è la lacrima, che cos’è un sospiro; cioè come si dà il Leib, ovvero il corpo vissuto; come viene fuori e come intreccia delle relazioni molto potenti, intercorporee. Io vedevo nel gruppo la possibilità di incarnare una serie di idee che la fenomenologia aveva portato avanti in maniera non riduzionistica, non psicologista, non medica, non segnata da schemi e da strutture, bensì attenta al mondo della vita, palpitante.

Intervistatore: Una visione eidetica…

Di Petta: … e al tempo stesso una percezione atmosferica. Le due cose vanno insieme. La percezione atmosferica è globale e immediata. La visione eidetica può essere sia un dono, un lampo nella notte, un condensato; oppure ci si arriva attraverso una serie di Epoché, quindi di messa tra parentesi, di sospensione di giudizio, e a un certo punto si realizza una visione d’essenza. Questo è un tipo di gruppo che mi ha consentito di mantenermi aderente al fenomeno della vita, della vita che palpita, e al tempo stesso di innescare delle trasformazioni.

Intervistatore: Tornando all’Epoché, che è precondizione necessaria per poter mettere in atto la  gruppoanalisi daseinanalitica, è questa un’Epoché generale di tutti quanti gli elementi del gruppo. Ciò fa riflettere su una duplice difficoltà: dal punto di vista degli operatori serve una preparazione per praticare questa Epoché, che è una messa tra parentesi del proprio ruolo, fondamentale per potersi mettere a nudo e rapportarsi con i pazienti. La seconda difficoltà: come indurre l’Epoché nei confronti dei pazienti, perché dal loro punto di vista la percezione – in quanto paziente non tecnicamente preparato – è quella di avere di fronte un soggetto che fa parte della struttura pubblica medico-sanitaria.

Di Petta: Certo. Per quanto riguarda la prima parte della sua domanda, il problema è notevole. Infatti negli anni ho incontrato sempre una resistenza da parte degli operatori a partecipare a questo tipo di gruppi, perché l’operatore si tiene attaccato il suo ruolo, il suo camice. L’operatore è ossidato, incollato, inchiodato nell’atteggiamento naturale – come lo chiamerebbe Husserl. È asimmetrico. Il che prevede che “tu” sei il paziente e “io” il sanitario, il clinico. Debbo dire, non tutti: mi hanno aiutato molto i volontari, i tirocinanti; qualche volta gli infermieri; ho trovato diversi psicologi disponibili, qualche psichiatra, qualche assistente sociale. Il conduttore si fa carico dell’Epoché iniziale. Quindi tolto il ruolo di dosso comunica direttamente ciò che sente come uomo tra gli uomini in quel momento. Per quanto riguarda i pazienti, devo dire che sono più preparati di noi. Essi vivono già in condizione di Epoché: hanno perso il ruolo in famiglia, hanno perso il lavoro, la salute, la libertà; sono dentro le vicissitudini della malattia o della sostanza stupefacente. Loro, si può dire, sono in una sorta di Epoché psicopatologica. Certo, non se la sono andata a cercare; l’hanno subita. Noi ce l’andiamo a cercare. Siamo noi che ci portiamo a questo loro livello, ed essi si agganciano immediatamente. Certo, rimangono meravigliati quando vedono un operatore che piange, che dichiara il proprio dolore, la propria rabbia, la propria frustrazione; però si agganciano immediatamente e questo è molto potente come effetto su di loro.

Intervistatore: L’aggancio è un elemento sicuramente necessario per poter far sì che la terapia abbia un’efficacia concreta nel tempo. Da quello che ho potuto apprendere e comprendere, la terapia e il gruppo sono molto fluidi e imprevedibili nel loro sviluppo. Può essere che l’aggancio, proprio per la situazione critica ed estrema di queste situazioni, – della tossicomania – possa non essere messo in atto. Per questo gli incontri sono svolti in una prospettiva della percezione della potenziale irripetibilità. Quindi bisogna giocarsi tutto: non solo una terapia alzo zero ma anche one shoot, a colpo unico…

Di Petta: Questo nasce dal tempo tossicomane. Il tempo tossicomane è l’adesso: non c’è più il passato; non c’è più il futuro. Erano persone che io potevo non vedere più: il primo incontro sarebbe potuto essere anche l’ultimo. Allora io dovevo caricare ogni gesto, ogni parola del massimo significato possibile. È un po’ come la differenza tra la prosa e la poesia: nella prosa si ha un romanzo intero; nella poesia quattro strofe, quattro versi.

È vero: la prospettiva one shoot. Paradossalmente loro tornavano al gruppo la settimana dopo proprio perché sapevano di poter anche non tornare. Una struttura a legame debole, per fare una metafora à la van der Waals: perché il geco rimane attaccato alla parete? Non perché ha le ventose, ma perché ha mille “micropunte” d’attacco. Paradossalmente, con questi soggetti il legame debole funziona più del legame forte. Tu gli dici: «Noi ci vediamo adesso, poi non ci vediamo più. Di te non voglio sapere nulla. Fa’ quello che vuoi: muori, fatti, decidi di morire. Mi interessa solo che in questo momento tu mi dici come stai. Io ti dico io come sto. Dimmi tu come stai». Questo tipo di comunicazione ha un effetto potentissimo, perché per la prima volta non si trovavano di fronte a chi gli diceva cosa dovevano fare; si trovavano di fronte a un uomo che gli chiedeva: «Come stai? Dimmi qual è la tua posizione emotiva fondamentale, la tua Befindlichkeit. Svelamela. Io sono interessato a sapere tu come stai in questo momento». L’obiettivo era quello di trasformare la sostanza che aveva mineralizzato la loro vita in un’esperienza. Perché noi possiamo sempre confrontarci con un’esperienza; perché l’esperienza è organica, è vissuta. Con la sostanza, invece, non abbiamo chance; non abbiamo chance col cervello, né col soma. Abbiamo però chance con l’esperienza che il soggetto fa. La fenomenologia è scienza dell’esperienza.

«Io ti porto sul campo dell’esperienza. Dopo non ci vediamo più, non ti preoccupare. Ma ora stai qui, e dimmi chi sei».

«Allora, io ho avuto un’overdose; mi hanno trovato morto, poi mi hanno rianimato…».

«Bene, stenditi per terra».

Lui si stendeva per terra e tutti quanti in quel momento avevano davanti la plastica immagine della morte. Quel Leib ridiventava Körper davanti a tutti. Però essendo un Leib si alzavano; e chi gli dava la catenina, chi l’orologio. Piangevano su di lui, gli davano la possibilità di vivere la morte. Come in una sorta di psicodramma che non era deciso da un canovaccio ma si sviluppava spontaneamente a partire da quell’esperienza vissuta.  

Intervistatore: Con questa risposta lei ha anticipato due domande che avrei fatto. Come si innesta la temporalità del tossicomane con la temporalità del gruppo? Inoltre, avrei chiesto se la gruppalità, la noità, potesse avere di conseguenza un effetto sostitutivo rispetto a quello dell’assuefazione alla sostanza.

Di Petta: Il tossicomane – come il paranoico, come il delirante – vive la dimensione di tempo  siderata, congelata: è un’ora eterna, senza più passato e senza più futuro. È un’isola del tempo. Passavano anni e venivano sempre vestiti nello stesso modo. “’O fra’”, si chiamavano fra di loro. Gli operatori del SerT i pazienti li chiamavano “i ragazzi”. Magari avevano 50-60 anni. Senza denti, malridotti; ma pur sempre “i ragazzi”. E loro vivono questo eterno Krónos, questa durata uguale. Perché la loro vita era un ciclico ripetere di craving, di astinenza, di overdose, di risvegliarsi, cercare la sostanza, farsi… Allora in questa ciclicità da tempo eterno il terapeuta tenta l’irruzione dell’attimo, dell’istante. L’istante, – Augenblick –l’irruzione dell’istante a occhi aperti. Fa ripartire il ritmo. Plötzlich. Cioè accade qualcosa all’improvviso che paticamente ti scuote, e riparte il tempo. Il tentativo disperato, attraverso la paticità, di reinserire il tempo vivente dentro una dimensione temporale. Che, certo, non è detto che duri dopo il gruppo; però intanto è come se tu avessi dato una spinta. È come se fosse un colpo sul pericardio questo gruppo. Ecco perché è poco tollerato dagli operatori, considerato un po’ selvaggio; qualcuno teme che i pazienti poi si scompensino, eccetera. Sempre guardato un po’ con sospetto perché è bruciante. «Tu cosa provi? Tu ti vuoi uccidere? Ma ti manca la sostanza? Ma la sogni? Ma adesso ti vai a fare?». Però intanto qualcosa accade; e questo qualcosa che accade ha a che fare con la ripresa di questo ritmo, che tende a ri-sincronizzarli dentro quello che è il tempo della vita.

Intervistatore: Viene valorizzato l’hic et nunc, la presenzialità…

Di Petta: Esatto, Gegenwart

Intervistatore: Questo Krónos, grazie alla valorizzazione dell’hic et nunc, può essere sostituito col Kairos che indica il tempo, quello del qui ed ora. E questo si collega alla paticità, al Pàthos. Perché il poter dare questo colpo al cuore, metaforicamente, questa rianimazione del Leib, avviene attraverso la paticità, tramite un risveglio dei sensi. Si può dire che il tossicomane, nel momento in cui si presenta al gruppo, ha una condizione di anedonia…

Di Petta: Uso un termine desueto, che comprende anche l’anedonia. Acèdia, accidia; termine completamente scomparso, che ha a che fare proprio con questa perdita di intenzionalità, di progetto, di energia, di élan vital. Però in quel momento subisce quasi uno scossone trascendentale, perché nel passaggio dall’atteggiamento naturale – in cui io sono il medico, tu sei il tossico; in cui mettiamo tra parentesi, poi tra un’ora io mi rimetto il camice e tu ti vai a fare; però in questo momento siamo due umani, confrontiamoci sulla nostra esperienza – è come entrare su un ring. Lasciar perdere chi siamo, come ci chiamiamo; misuriamoci, sentiamoci tra di noi. «Siamo vivi tutti e due? Siamo due esseri umani? Guardiamoci negli occhi». Questo è molto potente perché fa emergere un fondo della vita, un fondo vitale; cioè fa riemergere la Lebenswelt che in genere è tenuta coperta e occultata dalla mondanità. Il mondo della mondanità è il mondo inautentico in cui io faccio il medico, tu fai il tossico; ognuno di noi recita a soggetto il suo ruolo. Facciamo crollare questo mondo. Si apre un sipario: entriamo su uno scenario da mondo della vita in cui io e te siamo due umani e siamo collegati a tutti gli umani del passato e del futuro e sentiamo quello che sentiamo adesso. Questo è uno strumento molto potente. Peccato che finisca nelle mani degli psicologi e degli psichiatri! Ora sto facendo un paradosso. Però per maneggiare uno strumento del genere bisogna avere in qualche modo una sensibilità umanistica e antropologica che non è assolutamente riduzionista.

Intervistatore: Concretamente, la terapia di gruppo daseinanalitica come si traduce? Lei prima ha detto che sono disposte delle sedie – per quanto riguarda il setting, che appare essere destrutturato; oppure a-strutturato, perché non concepisce proprio una strutturalità come essenziale a sé. Però ci sono delle sedie in circolo e delle sedie al centro…

Di Petta: Le sedie al centro sono due, per due persone che si devono confrontare o affrontare; e ci sono due sedie che vengono lasciate dietro. Tenga presente che, in quella circostanza, percorrere i due metri che separano la persona seduta sul perimetro per arrivare al centro è una linea di fuoco da attraversare. Non è facile. Alle volte passano minuti prima che qualcuno si alzi. Alle volte il conduttore deve chiamare e invitare. «Vuoi sederti tu?». E se non si siede nessuno si alza il conduttore e si siede al centro, e dice: «Io sono qua. Chi vuole parlare con me?». Allora a un certo punto uno dei due piange, si commuove; si alza un altro, si siede dietro e gli mette le mani sulle spalle: gli fa sentire la sua presenza. Si compongono delle figure, possono alzarsi altri partecipanti con delle sedie, mettersi accanto. Si destruttura il tutto. È come se la disposizione dei corpi cessasse di seguire la linea geometrica, euclidea dei corpi seduti in perimetro, ma seguisse una linea di una corporeità vissuta, spazializzata; delle linee spazializzate di corporeità. Sento che in questo momento il mio Leib è lì, presso di te; io lo seguo. Il Körper segue il Leib, perché il Leib è oltre la cute. Il Leib è enacted, è esternalizzato rispetto al Körper.

Se volessimo riassumere tre posizioni fondamentali aprioriche: siamo uno accanto all’altro (Nebeneinander); si passa in un assunto apriorico, uno di fronte all’altro (Füreinander); una finale in cui si è costituita una intercorporeità (Miteinander).

La fase finale è possibile se il gruppo riesce ad essere Leiblich, se riesce ad essere un gruppo Lebendige; cioè deve essere vitale, si deve sentire. Perché se è una cosa intellettuale, se qualcuno comincia a raccontare la sua vita, il conduttore lo deve fermare. Deve dire: «Grazie, non mi interessa. Non è il momento. Che senti, invece, in questo momento?».

Intervistatore: Gli elementi che emergono sono quindi a-logici, pre-verbali, pre-razionali. Una comunicazione di corpo…

Di Petta: … elementi pre-tematici. Di urla, di grido, di pianto, di sospiro, di mutismo, di silenzio. Nel pre-tematico – nel pre-verbale – c’è il pre-dualistico: qualcosa che non è né dentro, né fuori; né mio, né tuo; né io, né tu. È lì, un comune denominatore, che noi tocchiamo e che quindi ci ri-fonda. L’elemento trasformativo sta nel riuscire ad attingere a questo strato germinativo, in cui siamo confusi. Non siamo né io, né tu: siamo noi. È quella che Binswanger chiama la Wirheit, la noità. Cioè la Heimat der Liebe, la patria dell’amore. Infatti il gruppo finisce con una sensazione di un dolore che è diventato più dolce, che va quasi verso la bellezza. Ci sono delle forme eidetiche assunte da alcuni soggetti durante il gruppo che entrano completamente sconvolti e che poi diventano ispirati. Assumono delle forme estatiche in cui puoi sentire che c’è stato un movimento di risonanza, di vibrazione del proprio Leib col Leib degli altri. Sto tessendo il telaio di quella che può essere una terapia fenomenologica, fatta di carne, fatta di Leib. Fatta molto poco di psicologia, di interpretazioni, di metapsicologia e di modelli; ma molto di Erlebnisse che si incrociano fra di loro paticamente, e toccandosi si trasformano.

Intervistatore: Si può parlare di una condivisione delle esperienze, di un reciproco condizionamento trasformativo. Si diventa altri da se stessi; si riconosce se stessi come un altro e un altro come se stesso.

Di Petta: Proprio così. Io uso dire che il gruppo è come se fosse un immenso “scasso”. Lo “scasso”, termine dialettale con cui a Napoli, soprattutto negli anni passati, si intendeva un cimitero di automobili smontate, distrutte, rubate, dove tu andavi a cercare un pezzo della tua macchina e te lo davano. Allora in gruppo io scopro che posso funzionare con un pezzo tuo perché me l’hai dato in quel momento, e io sto funzionando. Oppure scopri una parte di te sentendola come io mi esprimo; perché esprimendomi vengo a toccare quella parte di te che altrimenti rimaneva lì. Il conduttore diventa un surfista sulle onde: deve avere un’idea, delle intuizioni, ma il processo va da sé e le cose vanno dove devono andare. Tenga presenta che i gruppi sono nati in un momento drammatico. Nell’ospedale di Northfield in Inghilterra, sotto i bombardamenti tedeschi negli anni Quaranta. I piloti della Royal Air Force che guidavano gli Spitfire contro i tedeschi; ragazzi che avevano fatto un addestramento di due giorni, che non tornavano a terra se non erano morti o feriti. Erano devastati mentalmente, per cui la disciplina militare era saltata. Wilfred Bion, che era maggiore, venne incaricato di risolvere la situazione. Bion li mette in gruppo. Del resto il termine “gruppo” etimologicamente ha a che fare con knotkrupp…

Intervistatore: … un’ambivalenza semantica: nodo e cerchio.

Di Petta: Nodo e contenitore; nodo e vaso. È un legame, ma un legame che tiene al tempo stesso. Anche nell’individualismo, che ormai imperversa nelle nostre collettività; se improvvisamente accade un evento tragico, persone che non si conoscono immediatamente fanno un’Epoché spontanea di ruolo e si danno da fare – a meno che non siano degli psicopatici, dei cannibali – per aiutarsi a risolvere la situazione.

Intervistatore: Prendendo le parole di Aldo Masullo, l’essere umano è per sua natura un “e-sistente” radicalmente patico. Questo è il presupposto della terapia daseinanalitica. Senza cadere in un riduzionismo organicistico del banale “si nasce psicopatici”, ci sono soggetti che non si prestano? Come si attua una strategia di recupero?

Di Petta: Intanto, non forzare. Ci sono stati soggetti che per mesi hanno preso parte ai gruppi senza dire una parola o dicendo chiaramente: «Io non mi interesso proprio. Non mi coinvolge quello che fate». Io li ho rispettati; lì ho lasciati lì, non li ho mai chiamati, non li ho mai coinvolti. Improvvisamente si sono sbloccati. Ma perché? Perché si fonda sull’involontario: tu sei qui e non puoi non essere parte di noi; non puoi non essere investito da quest’onda; poi quest’onda lavorerà dentro di te. È un po’ scardinare certi precetti occidentali che ci prevedono sempre come homo faber – attivo, incisivo, che direziona il processo –, ed entrare in una prospettiva più “orientale”, per cui delle cose accadono, come accadono, perché accadono e accadono.

Ho detto che questo è un gruppo che io utilizzo in maniera didattica, con i nostri studenti, eccetera; e anche lì incontro delle resistenze, però devo dire che le cose vanno bene. Ma ho parlato soprattutto di tossicomani, di detenute; di persone molto compromesse e refrattarie anche ad altro tipo di esperienze gruppali più mentalizzate. Il vantaggio è lavorare sul corpo in maniera pre-verbale, che è capace di lavorare sotto la soglia.

Intervistatore: Ci sono delle psicopatologie o situazioni di disagio che si prestano maggiormente a questo trattamento – prendendo la terminologia che usò Vetrugno in quell’articolo1 di Comprendre – per un difetto di paticità? Quali sono queste situazioni psicopatologiche, oltre quelle della tossicomania?

Di Petta: Essendo un trattamento che si muove dalla prospettiva daseinanalitica, tale prospettiva prescinde dal piano nosografico. È come se la diagnosi venisse lasciata sullo sfondo. Dirò di più: il gruppo ha più ragion d’essere quanto più è eterogeneo. Se all’interno del gruppo ci sono soggetti con aspetti psicotici, soggetti con uso di sostanze, soggetti borderline, operatori “normali”, eccetera, quanto più è eterogeneo il gruppo, tanto più è vicino alla composizione della vita, della quotidianità. Poiché gli aspetti su cui andiamo a lavorare sono quegli aspetti che, nonostante la patologia, da qualche parte ci stanno. Jaspers diceva che lo spirito non si ammala. Il concetto del Geist può sembrare un concetto idealista. In realtà dentro questo tipo di gruppo c’è molto della corrente nota come la Lebensphilosophie, la filosofia della vita; la Naturphilosophie, nel senso autentico del romanticismo tedesco. L’idea che la vita è un principio inestinguibile; che al fondo del buio – come dice Jaspers – un essere può brillare. La sfida di questo tipo di gruppo è credere che al fondo del buio un essere possa ancora brillare.

Intervistatore: A questo proposito ricordo la sua metafora che ha usato nei suoi articoli, la Dämmerung, lo stato di coscienza crepuscolare; e le Abschattungen di cui parla Jaspers, la prospettiva del fenomenologo.

Di Petta: … che è lo stato di coscienza del fenomenologo. Perché il fenomeno appare sempre nella dimensione chiaroscurale. Il fenomeno non appare mai nella luce piena; appare sempre di scorcio, profilato. È una mistica della vaghezza, della penombra, del cercare le cose negli angoli dove non batte la luce; un andare controcorrente rispetto a un certo operazionalismo di marca anglosassone che ha pervaso il mainstream sia della psichiatria che della psicologia che definisce i vari item lasciando andare tutto il resto, ciò che non è operazionalizzabile. Questo invece è un lavoro che si fa con gli scarti, con ciò che resta, che sta nell’ombra, per cercare la vita. Un lavoro che si fa col fondo.

Intervistatore: Una considerazione che riprendo dal commento di Tarantino sul suo volume, Gruppoanalisi dell’esserci. Tossicomania e terapia delle emozioni condivise e su queste esperienze che, allora, avevano meno di dieci anni di vita; e che adesso hanno più di trent’anni. Questa terapia può essere concepita come prima fase per un’uscita da quello stato di atarassia, di anedonia, per poi continuare con altre terapie?

Di Petta: Assolutamente. È una sorta di lavoro che va a costituire, in termini filosofici, le condizioni di possibilità di una psicoterapia. Oggi molte psicoterapie falliscono perché partono come tali ma il soggetto non ha le carte in regola per accedere a una psicoterapia. È come se tutto questo potesse essere un lavoro preliminare per poi approdare a una psicoterapia. Infatti molti di questi pazienti poi chiedono loro stessi allo psicologo di essere presi in terapia; proprio perché delle cose si smuovono e hanno bisogno di un ascolto individuale. E gli psicologi che poi negli anni hanno preso parte ai miei gruppi erano gli stessi che seguivano questi pazienti e riuscivano a fare un ottimo lavoro, molto più carico, dotato di senso, perché il paziente si era smosso; al contrario di un paziente congelato, che non parla, che non verbalizza. Del resto, io sono reduce da due analisi di quattro e di tredici anni; ho alle spalle diciassette anni di analisi. Posso dire questo: quando uno sente di poter cominciare veramente una psicoterapia, potremmo dire che la terapia è finita, è quasi guarito. Molti in psicoterapia lavorano per anni a creare le condizioni di una psicoterapia. Prenda l’analisi, che è la forma di terapia che ho fatto su me stesso, e della quale ho più esperienza. Paradossalmente, quando arrivi ad associare liberalmente, senza schemi, l’analisi finisce.

Intervistatore: Un’ultima domanda. Guardando ad altre esperienze fenomenologiche, ma non fenomenologie stricto sensu, ad esempio all’analisi transazionale di Berne, i concetti di “intimità”, di “bambino libero” di Berne possono avvicinarsi? Hanno una prossimità?

Di Petta: Senza dubbio. Molta della psicoanalisi relazionale cosiddetta, molto del cognitivismo post-razionalista va in questa direzione. È chiaro che ognuno cifra le cose col proprio linguaggio, ma vi sono indubbiamente delle aree sovrapponibili.

Intervistatore: Venendo al nodo della dipendenza – in questo caso dall’alcol – e alla metodologia dei Dodici Passi: non è una psicoterapia ma ha una matrice fenomenologica e ha questo strumento della condivisione, dell’empatia.

Di Petta: Non la conosco nei dettagli ma ho avuto riscontri positivi, ne ho visti e sentiti fare. Posso dire che il passo avanti della fenomenologia è la libertà. La fenomenologia è una terapia della libertà. È una terapia che non conosce passi, regole; che ha la capacità di lanciarsi nel vuoto, nel vissuto. La fenomenologia può essere un metodo, ma non è mai una tecnica.

Intervistatore: Un’ultimissima considerazione sul presupposto diltheyano che le neuroscienze, la neurobiologia spiegano ma non comprendono. Ci sono dei riscontri a posteriori in merito all’efficacia terapeutica del guardarsi negli occhi, del toccarsi, in merito alla condizione del tossicomane “anestetizzato”?

Di Petta: Non c’è dubbio. C’è la teoria dei neuroni specchio, della simulazione incarnata… Il campo è sicuramente aperto. C’è la neurofenomenologia di Varela, Thompson; i nostri Gallese, eccetera. Però il cervello non è un dato fenomenologico. Insisto su questo. L’uomo non è il cervello: è il corpo. Il cervello è irrilevante; non ne sappiamo niente, né cerchiamo convalida in esso. L’unico dato fenomenologico è l’esperienza. È fenomenologico il mal di testa, il delirio, l’allucinazione, il craving per una sostanza stupefacente. Quindi i due piani li manterrei distinti. Non credo che la fenomenologia ne abbia bisogno. Arriveranno delle convalide, gli studi si incrociano. Ma la mia è una prospettiva, da questo punto di vista, classica. La fenomenologia cammina per conto suo. Anzi, sono le altre branche, come le neuroscienze, che devono guardare alla fenomenologia.

Intervistatore: Grazie, Professore.


  1. Vetrugno L., Di Petta G., Ambrosini A., Stanghellini G., (2014). Fenomenologia del patico e Gruppoanalisi dell’esserci, Comprendre, XXIV. ↩︎

Alessandro Sergio

Dottore in psicologia. Attualmente svolge attività di tirocinio post-laurea presso la Cooperativa Sociale Agape di Salerno. Collabora con unʼassociazione che promuove pratiche di mediazione e giustizia riparativa presso alcune case circondariali della Campania. Per la medesima associazione riceve in uno spazio dedicato gli autori di condotte antigiuridiche nellʼottica del reintegro della consapevolezza del disvalore sociale e della gestione delle violenze relazionali.

Marco Caravella

Avvocato e Consulente d'Impresa e per le associazioni, laureando in Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni

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