[Il tempo…] …il più difficile di tutti i problemi con cui si confronta la mente umana
E. Husserl (Hua, X, 276; pp 280-281)
Introduzione
La dimensione temporale, tema quanto mai complesso proprio per la sua presenza ineffabile e inafferrabile in ogni istante della esperienza esistenziale, ha mosso innumerevoli teorizzazioni in differenti culture e ambiti disciplinari nel corso dei secoli.
In questo scritto ci limitiamo riflettere attorno a due forme fondamentali del tempo.
La prima forma è del tempo è quantificabile, razionale, esplicita, oggettiva. Il tempo appare come fenomeno lineare, oggettivabile, misurabile e calcolabile. I modi in cui la misurazione avviene coinvolgono quasi sempre oggetti in cui è determinante la percezione visiva quali la meridiana, il calendario, l’orologio o la clessidra. È stato definito come il tempo spazializzato, ossia misurabile e quantificabile proprio delle scienze naturali (Bergson, 1889, pp. 51-90)[1].
La temporalità in questo senso è pensata come come un vero e proprio oggetto esterno, osservabile e quantificabile. Si tratta di una dimensione che ha tra l’altro la funzione di favorire l’integrazione sociale a tanti differenti livelli: tempo oggettivo come tempo condiviso, tempo comune, funzione della organizzazione sociale.
La seconda forma del tempo è qualitativa, intuitiva, implicita, soggettiva e rimanda ad una dimensione, che non può essere colta dal pensiero razionale, non può essere misurata oggettivamente, essere tradotta in leggi matematiche e richiede il coinvolgimento della dimensione corporea per essere percepita nel suo continuo divenire (Molaro, 1917).
Il presente scritto si propone di riflettere soprattutto su questa seconda dimensione, ineffabile e difficilmente afferrabile, della temporalità che si manifesta nel vissuto soggettivo di ogni essere umano.
Definire la temporalità
È noto che Agostino (354-430 d.c) sia stato uno tra i primi pensatori ad intuire le profonde difficoltà insite nella definizione della natura del tempo.
Che cosa è il tempo?
Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più.Agostino D’Ippona, Confessioni, Libro XI, 14, 17 (A.D. 398)
Il problema agostiniano mostra tutta la difficoltà di spiegare e di comprendere il fenomeno Tempo, ossia di spiegare come ogni essere umano percepisce lo scorrere del tempo. Possiamo dire che la nozione di tempo sfugge alla nostra comprensione nello stesso modo in cui sfugge la comprensione di noi stessi. Come si manifesta la coscienza di un tempo che è, che non è più, che deve ancora venire?
Se definiamo la fenomenologia come metodo che si propone di rendere sconosciuto ciò che è familiare e di conseguenza di trasformare ciò che appare ovvio e scontato in un tema di profonda riflessione, non deve sorprendere che il tema della temporalità e del tempo vissuto nei termini in presentati da Agostino, possa essere un tema fondamentale.
Proviamo a dare una prima definizione di tempo vissuto che riprendiamo dagli scritti di Husserl, come forma della presenza in cui accadono tutte le esperienze che non possono rimanere presenti (De Warren, 2017).
Le riflessioni di Husserl sul tema del tempo vissuto, estremamente frammentate in diari, appunti e scritti vari, ci aiutano a trovare alcuni elementi fondamentali. Un primo punto fa riferimento alla seguente affermazione: “la percezione di un oggetto temporale possiede temporalità” (Hua, X, 23; pp. 60). Questo significa che non è possibile comprendere la dimensione temporale osservandone un attimo o un istante che sono per loro natura momenti privi di temporalità.
La unità minima di osservazione temporale è stata definita da W. Stern come tempo di presenza psichico, ossia una unità di tempo sufficientemente ampia per poterne comprendere il senso. In altri termini, gli eventi psichici all’interno di un certo tratto di tempo possono dare luogo ad un atto unico anche se accadono in maniera non simultanea e sincronica nel tempo (W. Stern, 1897). Husserl, che ritiene il tema temporale connesso alla coscienza, alla conoscenza e alla intenzionalità, definisce con i termini ritensione e rimemorazione, detti anche ricordo primario e ricordo secondario, le modalità attraverso le quali è possibile comprendere il tempo vissuto.
La ritensione, atto di percezione del presente psichico, si articola in tre parti dette retentio, presentatio e protentio. La retentio è un atto che ci rende consapevoli nel presente delle fasi temporali immediatamente passate, mentre la protensione ci permette di anticipare fasi non ancora vissute. Il rapporto tra ritensioni e protensioni non è simmetrico: le ritensioni sono “piene”, le protensioni sono “vuote”, e si riempiono nel corso della durata. La compresenza di questi tre fasi permette di comprendere il fenomeno della percezione del tempo presente (Hua, X, 319 e sgg.).
Lo stesso Husserl nel pensiero che segue mostra come la percezione dello scorrere del tempo possa avvenire proprio in riferimento a:
«…nella “percezione della melodia”…l’unità della coscienza ritensionale “tiene saldi” nella coscienza i suoni decorsi stessi, e produce via via l’unità della coscienza relativa all’oggetto temporale unitario, alla melodia… che appare come presente finché ancora risuona, finché i suoni ad essa appartenenti, intesi in un unico contesto apprensionale, ancora risuonano» (Husserl, 1928, p. 45).
In questa descrizione appare chiara la visione di momenti in cui via via si produce un elemento di continuità e durata. Per definire meglio questo pensiero Husserl si riferisce ad un suono ancora vivo che rimane, e che tuttavia non è più. E per descrivere un suono passato che rimane cosciente utilizza di nuovo un termine musicale: risonanza, in tedesco nachklang (Hua, X, 324; p. 319).
Nella rimemorazione invece il soggetto attiva una ri-produzione dell’esperienza passata ed è dunque una libera ri-presentazione dell’intero vissuto che non c’è più, ma anche esso appare con le fasi protensionali e ritensionali.
La mappa concettuale riprodotta (Figura 1. www.unisalento.it) mostra alcuni aspetti fondamentali sui quali vorrei soffermarmi.

Figura 1.
Rappresentazione di passato, presente e futuro come teorizzati da E. Husserl (1918).
Il tempo vissuto è un flusso in costante movimento, tra appena passato e immediato futuro che creano continuità e durata. Il passato-passato e il futuro-futuro, invece non esistono di per sé, il loro non essere più e non essere ancora può avvenire soltanto attraverso una rappresentazione della assenza. Si tratta di una dimensione narrativa che tuttavia si può mostrare solo attraverso il momento presente.
La esperienza presente è vissuta quindi in una duplice dimensione, ovvero da un lato come presenza vissuta nella tripartizione retentio-presentatio-protensione, dall’altro lato come fenomeno della rimemoriazione, ossia come rappresentazione della assenza, del passato e del futuro che avviene sempre attraverso il momento presente, modalità che sono da Husserl definite anche come ricordo primario e ricordo secondario.
Vogliamo sottolineare che i termini di memoria e ricordo, appena nominati, sono spesso utilizzati come sinonimi. Per comprendere la differenza, l’analisi dell’etimologia ci aiuta: memoria, dal greco ‘mimnésco’, si riferisce a Mnemosyne, madre di tutte le Muse, e sembra voler suggerire che le tutte arti hanno il compito di dare forma e mantenere vivi i contenuti della mente. Ricordo, dal latino “re-cordor” rimanda al cuore, come luogo della mente e degli affetti. Siamo più vicini al mondo vissuto, al mondo soggettivo, corporeo ed emotivo. Anche i termini opposti hanno accezioni differenti nei verbi “dimenticare”, non tenere nella mente, e “scordare” non avere a cuore.
Nella parte finale di questo articolo metteremo in connessione i contenuti esposti con la pratica clinica. In merito alla differenza tra memoria e ricordo vogliamo anticipare che nel lavoro di psicoterapia può essere utile comprendere se il racconto del paziente è più vicino alla dimensione della memoria o del ricordo e quindi possa essere più o meno connotato da un vissuto soggettivo.
Nel prossimo paragrafo viene descritto il modo in cui l’esperienza del tempo vissuto si collega a quelle che abbiamo definito forme sonore della esperienza.
Le forme sonore: Phonè, Melos e Logos [2]
Il mondo vissuto degli esseri umani è per sua natura ricchissimo di contenuti di varia natura e forma: affetti, emozioni, idee, immagini e pensieri. Tali contenuti sono in sé e di per sé silenziosi. Pensieri e riflessioni, affetti ed emozioni, vengono sperimentati dagli individui internamente, senza un diretto coinvolgimento di suono, musica o parole.
L’espressione vocale e la ricezione sonora sono il mezzo attraverso il quale gli esseri viventi e l’essere umano in particolare divengono parte del mondo sociale, assumono presenza nel mondo.
Anche queste righe scritte sono costituite di suoni, sono materia sonora trascritta e tradotta simbolicamente in segni. Senza una sostanza sonora originaria, i segni qui rappresentati sarebbero totalmente incomprensibili.
Potremmo dire che come il tempo oggettivo ha tra le sue funzioni quella di regolare la vita sociale degli esseri umani, così le differenti forme sonore consentono ai contenuti del mondo vissuto e della coscienza di divenire reali, concreti e percepibili. In altre parole: di essere comunicati e condivisi.
Vediamo alcuni aspetti che caratterizzano la trasformazione del vissuto silenzioso in esperienza sonora e quindi sociale e condivisa.
Abbiamo detto che la dimensione sonora ha la funzione di rendere comunicativi e condivisi i contenuti soggettivi. Descriviamo ora le forme sonore prevalenti dell’espressione sonora che definiamo phoné, melos e logos[3] e le caratteristiche di queste tre forme di linguaggio simbolico[4].
La prima forma, phoné, si manifesta quando la espressione del vissuto soggettivo si riferisce in maniera diretta e immediata a quello che abbiamo definito tempo di presenza psichica (W. Stern, 1893), nel qui ed ora. Questo avviene per esempio nel riso e nel pianto di un bambino, dove i contenuti di gioia, di serenità o di dolore si trasferiscono direttamente in forma sonora e vengono portati all’esterno come una richiesta di ascolto o di attenzione. Richiesta di cura e ascolto che può possedere differenti gradi di consapevolezza. Rispetto allo sviluppo del Sé, siamo in una area non mediata e pre-riflessiva (Henry, 1963).
Ci sono molti momenti in una seduta di psicoterapia nel quale l’espressione sonora può avere la forma della phoné. Espressioni di rabbia, di tensione, di gioia, crisi di pianto, momenti di commozione, sono tutti compresi in questo ampio e importante contenitore. Ma si riferisce anche alla parte prosodica del linguaggio, quando l’ascolto va a cogliere piuttosto il come i contenuti sono esposti piuttosto che il cosa, viene raccontato dal paziente.
Con melos e logos entriamo nel mondo della rappresentazione simbolica, in precedenza definito come tempo della rimemorazione (Hua, X; 319 e sgg.), ossia di un contenuto riferito ad un tempo non più presente o non ancora presente. Possiamo anche descriverlo come mondo del Sé narrativo, della rappresentazione di una conoscenza di Sé, con un’importante differenza. Il Melos appartiene al mondo dell’arte, dove l’espressione non è riferita ad un’esperienza individuale, ma nella quale vengono colti elementi universali dell’essere umano. Nel melos troviamo composizioni musicali di qualsiasi ambito culturale, stile o genere appartiene a questo mondo. Ciò che caratterizza questa dimensione è un’enfasi sulla rappresentazione di aspetti affettivi ed emotivi. Il piacere che provoca l’ascolto di un brano musicale è connesso agli aspetti profondi, impliciti, interni, evocati dalla forma e dalla struttura musicale. Il piacere dell’ascolto musicale è soprattutto in questa possibilità di riattivare una dimensione implicita presente nella vita prenatale e nelle prime fasi di vita post-natale. Il mondo del melos può essere presente con maggiore evidenza nelle sedute di musicoterapia piuttosto che di psicoterapia verbale.
Il mondo del Logos ha invece per sua natura la tendenza a individuare, specificare e chiarire. Le forme verbali in cui il Logos si può manifestare è molto ampio. Alcune tra le principali forme sono il linguaggio come informazione, comunicazione, condivisione e creazione. Il linguaggio come creazione apre al mondo della poesia, della letteratura e dell’arte in genere, ma non soltanto: il linguaggio come creazione è infatti presente in molti miti e riti sacri. Non è intento del presente scritto affrontare questo scenario ampio e complesso, ci soffermiamo invece sulla differenza tra comunicazione e condivisione.
Nella forma della comunicazione, un contenuto mentale è già presente in maniera piuttosto definita nella mente di chi parla (ieri ero veramente sfinito, credo fosse per tutte le difficoltà che sto attraversando). Si tratta di pensieri, riflessioni, considerazioni che sono stati già elaborati e che vengono trasferiti dalla mente del paziente alla mente del terapeuta. La condivisione appartiene ad un mondo differente. Si tratta di contenuti affettivi, sogni, immagini, fantasie, non ancora o non completamente elaborati. Incontriamo la forma della condivisione quando il contenuto mentale è in via di definizione, intriso di contenuti non ancora definiti da parte del parlante (non saprei dire come mi sentivo… non proprio agitato era …era… piuttosto qualcosa di…).
La dimensione del Logos come comunicazione e condivisione, coscienza di Sé narrativa, come memoria autobiografica, è al centro dell’incontro psicoterapeutico tra paziente e terapeuta. Soprattutto nella dimensione della condivisione, narrazione rivissuta assieme al terapeuta, assume una fortissima valenza trasformativa e di cambiamento.
Dopo avere definito le forme sonore prevalenti proviamo a descrivere in che modo si sviluppa nell’essere umano la dimensione sonora. L’interesse non è per le forme sonore in sé, ma per le connessioni che il suono ha con il tempo vissuto e nella relazione con l’Altro, che affronteremo nei prossimi paragrafi.
Forme del tempo e forme sonore: la musicalità nella relazione
Se il tempo oggettivo ha la tra le sue funzioni quella di regolare la vita sociale degli esseri umani, possiamo dire che le differenti forme sonore consentono ai contenuti del mondo vissuto e della coscienza di divenire reali, concreti e percepibili, quindi di essere comunicati e condivisi. Vediamo alcuni aspetti che caratterizzano la trasformazione del tempo vissuto in esperienza sonora, quindi sociale e condivisa.
L’udito si differenzia da tutti gli altri sensi poiché possiede due organi differenti per la ricezione e per la espressione sonora, che sono rispettivamente l’apparato uditivo e gli organi fonatori. Questa separazione di una parte attiva e ricettiva non è presente negli altri organi di senso. Non si tratta di una differenza trascurabile, il che ci può far pensare che una migliore articolazione e specializzazione possa essere motivata da ragioni evolutive e funzionali.
Una nota ricerca (Falk, 2004) ha messo in rilievo questo aspetto confrontando i cuccioli di scimpanzé con i cuccioli umani notando, oltre ad alcuni tratti simili, differenze rilevanti che riguardano la motricità e la produzione sonora. La motricità appare particolarmente sviluppata alla nascita negli scimpanzé, mentre la vocalizzazione è maggiormente presente, alla nascita, negli esseri umani. Questo ha portato a sviluppare la cosiddetta ipotesi del “putting the baby down”, appoggiare il bambino, che fa riferimento alla necessità per gli umani di separarsi precocemente dal bambino per dare spazio alle attività primarie, procurarsi il cibo, esplorare il territorio, ecc.
In questa ipotesi, i due aspetti, motricità e vocalizzazione, sarebbero tra loro inter-connessi. Le vocalizzazioni umane sarebbero un modo per compensare le minori capacità motorie dei cuccioli umani che, non essendo in grado alla nascita di stare aggrappati alla madre, renderebbero necessaria una ampia vocalizzazione reciproca al fine di mantenere un contatto affettivo, espressivo e ricettivo, tra la madre e il proprio cucciolo (Falk, 2004). Questa ipotesi, strettamente connessa al tema della neotenia[5], dà ragione a chi ritiene che gli esseri umani, tra gli esseri viventi, non abbiano paragoni nella capacità di dare senso al suono. Il canto degli uccelli, delle megattere, l’abbaiare dei cani, sono gesti di grande valore comunicativo, ma non sono confrontabili con la raffinatissima capacità di espressione e di analisi del suono propria dell’essere umano.
Nell’essere umano la percezione uditiva assume una rilevanza particolare già prima della nascita. Gli organi uditivi sono formati e attivi già a circa metà della gestazione, e molti studi mettono in rilievo la ricchezza e varietà degli stimoli sonori che avvolgono il bambino, quali il battito cardiaco, il ritmo respiratorio, i rumori intestinali, la voce della madre e i suoni ambientali. Queste forme sonore raggiungono il feto attraverso la colonna vertebrale filtrata dal liquido amniotico e svolgono una funzione di regolazione vitale. Possono essere considerate forme di proto-conversazione tra la madre e il bambino (Trevarthen, 2009).
È stato dimostrato che la proposta regolare dell’ascolto del suono registrato del battito cardiaco di un adulto a un gruppo di neonati possa portare ad una diminuzione marcata del pianto e una crescita in peso significativamente superiore rispetto al gruppo di controllo (Salk, 1962).
Le esperienze uditive prenatali a carattere ritmico regolare sembrano dunque essere collegate ad una dimensione affettiva e relazionale. È importante sottolineare che non sono il suono e la musica in sé ad essere rassicuranti, ma la riattivazione dei ricordi del vissuto pre-natale. Sono temi che si collegano a quanto detto in riferimento al tempo vissuto, alla ritenzione, alla memorazione e al ricordo (Stern, 1985).
Alcuni studi mettono in rilievo che alla nascita il bambino è anche in grado di riconoscere la voce della madre. Questo processo avviene attraverso gli elementi prosodici, melodici, timbrici e ritmici, che rendono riconoscibile la vocalità materna (Trevarthen & Malloch, 2009). Ciò significa che la “musicalità” materna lascia tracce nei ricordi del bambino.
Il battito cardiaco e la voce materna, caratterizzati da una alternanza di presenza e assenza, contribuiscono a dare forma al tempo vissuto. La voce parla e tace, alternando tempi di presenza e di assenza per il bambino che è in ascolto ed è stimolato dalla sua presenza. In questa prospettiva il bambino è sensibile alla durata e al ritmo già prima della nascita, e successivamente sarà in grado di sintonizzarsi ad essi attraverso il movimento e la vocalizzazione (Mancia, 1981). Il neonato elabora gli stimoli esterni prima della nascita, e attraverso essi forma delle rappresentazioni interne, che aiutano a comprendere la sua disposizione all’incontro con gli oggetti della realtà, prima di tutto con il seno materno (Mancia, 1981). Sappiamo infatti che il bambino è in grado, fin dalle prime settimane di vita, di trasformare in gesto e movimento il ritmo e le durate percepite attraverso la voce materna in una complessa e sorprendente operazione trans-modale (Lebovici, 1994).
Una analisi linguistica delle caratteristiche musicali e ritmiche del cinese e dell’anglo-americano ha permesso di dimostrare che la differenza della velocità e del ritmo dei movimenti dei bambini appartenenti ai due gruppi etnici era coerente con la differenza tra la cadenza e il ritmo rispettivamente della lingua cinese e della lingua angloamericana (Freedman, 1969). La “danza” del bambino che si sintonizza sul ritmo del “canto” della madre, sarebbe la testimonianza di una sua attività mirata a realizzare un incontro, una proto-forma di reciprocità (Trevarthen, 2009). Si tratta del reciproco incontro di due esseri differenziati che mantengono la loro capacità di rimanere due (Maiello, 2007).
Abbiamo messo in evidenza alcuni aspetti decisivi per la esperienza del vissuto temporale:
- Lo sviluppo delle competenze ricettive precede l’apparizione delle competenze attive o espressive che appaiono dopo la nascita;
- La capacità di trasformare l’esperienza sonora pre-natale in una dimensione interattiva, motoria e vocale, è fortemente influenzata dalla precedente esperienza pre-natale;
- La dimensione sonora è caratterizzata dalla alternanza di presenza e assenza del suono, fenomeno che contribuisce alla nascita del pensiero come rappresentazione della assenza.
Se riprendiamo brevemente i punti sopracitati, vediamo una forte connessione tra relazione-identità-sonorità-continuità-regolarità come elementi costitutivi del Sé. Questi elementi consentono l’esperienza ricettiva dell’ascoltarsi, fondativa per l’essere umano come sviluppo della ipseità (Henry, 1973); come essere coscienti di esistere che si compone di meità, essere coscienti di vivere una esperienza; di agentività, essere consapevoli di compiere una azione. Siamo alle origini della formazione del Sé in strettissima connessione con il tempo vissuto, la temporalità, la memoria e i ricordi.
Se il progetto psicoterapeutico è di consentire al paziente di diventare se stesso, e pensiamo alla terapia come arte di ascoltarsi, questi elementi entrano in gioco in maniera rilevante. Un lavoro terapeutico che trasforma la ripetizione reattiva e la coazione a ripetere (Freud, 1920), in possibilità di scelta ed espressione di libertà, avviene a questo livello: è il livello di comprensione della dimensione del tempo vissuto. Comprendere il tempo vissuto e la temporalità dell’Altro attraverso le forme sonore e il modo in cui si manifestano. Le forme sonore, phoné, melos e logos, possono essere immaginate come trascrizioni udibili del tempo vissuto.
Questi aspetti saranno ripresi nel prossimo paragrafo, che si focalizza sulla relazione tra terapeuta e paziente e sul modo in cui la comprensione del tempo vissuto diviene elemento di fondamentale importanza per lo sviluppo della relazione terapeutica con l’ Altro.
Tempo vissuto, incontro con altro e psicoterapia
In ambito fenomenologico il tempo vissuto è pensato come “sorgente dove l’umano trova le proprie origini e dove zampilla ogni ultima verità” (Minkowski, 1947, p. 40). La ricerca dell’Altro è ricerca di ciò che “ogni essere umano ha di unico e quindi di inesprimibile” (Bergson, 1889, pp. 51-90). L’Altro diviene principio trascendentale del nostro essere identitario. Altro come principio trascendentale significa pensare l’Altro come dis-velamento delle condizioni di possibilità del nostro essere nel mondo. Nel caso specifico l’essere nel mondo del tempo vissuto.
In questa dimensione l’ incontro con l’Altro è sempre l’incontro con noi stessi. Possiamo affermare che l’Altro siamo noi, nel duplice senso di ricerca della alterità presente in ognuno di noi e di ricerca della alterità dell’altro, che avviene attraverso la ricerca in noi. È il confronto e la comprensione dell’altro in noi e dell’altro fuori di noi che consente di definire e ampliare la nostra identità. Ampliare la nostra identità significa quindi ampliare la conoscenza nostra e dell’Altro attraverso l’esperienza con l’Altro.
Rispetto al tema del tempo vissuto, se spostiamo la nostra attenzione dalla dimensione teorica alla pratica clinica, una prima domanda che ci possiamo porre come psicoterapeuti non è quindi quale relazione ha il paziente con il tempo vissuto, ma piuttosto quale rapporto abbiamo noi con la nostra temporalità e con il tempo vissuto, in che modo la presenza del paziente influisce o modifica il nostro vissuto rispetto al tempo.
Questo dialogo con l’Alterità, elemento di trasformazione, ha tra le sue caratteristiche fondamentali la incompiutezza (Stanghellini, 2017). Un ulteriore elemento di riflessione per il terapeuta è chiedersi in quale modo ci attraversa il tempo vissuto, sia nella forma della ritenzione che nella forma rimemorativa, e in che modo viviamo il tempo soggettivo e il tempo oggettivo, prima, durante e dopo le sedute. Una ricerca che può essere affrontata attraverso un approfondito lavoro su di sé e che può consentire di comprendere il tempo vissuto del paziente nelle infinite forme sia tipiche che patologiche in cui si può manifestare.
Come psicoterapeuti dobbiamo inoltre considerare che il tempo presente è sempre nutrito, in un’inestricabile interdipendenza, da tutto il nostro passato come memoria e come ricordo, e dalla altrettanto vivida presenza del futuro come aspettativa e desiderio. Il passato è sempre presente implicitamente nel qui ed ora, non è necessario evocarlo o rappresentarlo perché possa influire sul nostro vissuto e irrompere continuativamente nel presente.
Come conseguenza di tutto ciò, il riferimento al bioniano “senza memoria e senza desiderio” (Bion, 1992) non deriva da una scelta che viene attivata consapevolmente e intuitivamente, ma è frutto di un profondo lavoro sul proprio rapporto con la nostra temporalità che coinvolge il nostro modo di essere in rapporto con noi stessi. È questo lavoro che ci consente di poter comprendere il tempo vissuto attraverso il metodo della Epochè (Husserl, 1901), l’indicazione dell’Attenzione Fluttuante, ossia non ci si preoccupi di tenere a mente alcunché (Freud, 1912) o attraverso l’assenza di memoria e desiderio (Bion, 1992). Si tratta in tutti i casi di metodi che indicano una direzione, mai definitivamente raggiunta, verso la quale tendere.
La riflessione sul tempo vissuto apre inoltre alla fondamentale dimensione etica della temporalità, tema centrale nel lavoro di psicoterapia.
Senza una visione ampia, totale e compresente di passato, presente e futuro, non sarebbe possibile una dimensione morale. La prospettiva morale acquisisce significato soltanto in un’ampia prospettiva temporale e progettuale alimentata dal desiderio e dalla speranza. Il tema etico va infatti inteso come possibilità di vedere se stessi oltre il momento presente, e come possibilità di progettare la nostra esistenza in una dimensione di senso con la prospettiva di “poter scrutare l’orizzonte per poter attingere le forze vive di tutta la nostra esistenza” (Binswanger, 1956, p. 130). In assenza di questa prospettiva, la nostra esistenza sarebbe ridotta ad una somma di momenti-ora e di istanti guidati da istinti che regolano il comportamento attimo per attimo, perdendo profondità, spessore, e con questi l’opportunità di comprendere “come l’uomo diviene umano e di come l’umano aderisca all’uomo” (Minkowski, 1936, p. 130). Si avverte con chiarezza la profonda connessione tra “tempo vissuto, eticità e senso di libertà” che può essere presente soltanto attraverso il disvelamento della coscienza di Sé e del divenire se stessi presente come ideale progetto di ogni intervento terapeutico.
Riflessioni conclusive
Il lavoro psicoterapeutico è stato definito come cura della psiche con la psiche. Possiamo intendere questa indicazione come progressivo coinvolgimento della psiche del terapeuta nella elaborazione dei temi offerti dal paziente. Da cura della psiche del paziente, come se al centro fosse soltanto il problema del paziente, a cura della psiche con la psiche del terapeuta, che diviene così completamente coinvolto nel processo di cura.
Abbiamo sviluppato il tema della dimensione sonora, Phonè, Melos e Logos, che consente l’emergere dei linguaggi proto-simbolici o simbolici, consente l’emergere del pensiero e del linguaggio inteso come evocazione di oggetti assenti. Attraverso il suono si rappresenta, nominandolo, ciò che non è presente.
La dimensione sonora è anche molto strettamente connessa con la dimensione del tempo vissuto. Si manifesta e appare nel tempo. Il suono e il silenzio sono costituiti di temporalità e di tempo vissuto. Per questo motivo abbiamo insistito sulle diverse forme che il suono può assumere. Nell’incontro terapeutico ritroviamo queste forme come elemento narrativo del paziente con il terapeuta.
La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni e strida dentro di me:
corde e arpe, timpani e tamburi. Mi conosco come una sinfonia.Fernando Pessoa
Bibliografia citata
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- Stern, D. (1985). Il Mondo Interpersonale del bambino. Edizioni Bollati Boringhieri, Torino.
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In Malloch e Trevarthen (Eds.). Communicative Musicality. Oxford Press, London.
[1] In tutto l’articolo le pagine si riferiscono al testo in traduzione italiana indicato in bibliografia
[2] Devo questa tripartizione, derivata dalla antica Grecia, ad una trasmissione di Radio RAI 3 a cura di G. Barbieri.
[3]Esistono in realtà anche altre forme intermedie di espressione quali: Motherese, Infant Direct Speech, le forme dei tamburi parlanti etc. sulle quali non riteniamo utile soffermarci in questo intervento.
[4] Il termine simbolico ha molte differenti accezioni. Qui ci riferiamo a quanto in ambito psicologico a quanto scritto da C.G. Jung. “Che una cosa sia un simbolo o no, dipende anzitutto dall’atteggiamento della coscienza che ascolta”.
[5] Neotenia: nelle specie viventi è il mantenimento di caratteri infantili nella età adulta.
L’essere umano viene considerato un esempio di neotenia in quanto lo sviluppo fisiologico è estremamente prolungato e caratterizzato dalla lunga maturazione del sistema nervoso centrale che dura molti anni dopo la nascita (Bolk, L., 1866 – 1930; Gould, S. J., 1941 – 2002).

