*contributo scritto in collaborazione con Gloria Fioravanti, psicologa e psicoterapeuta.
A partire dagli anni ’80 sono stati pubblicati sempre più studi che esaminavano la stretta connessione tra Disturbi Alimentari (DA) e alcune specifiche difficoltà nel regolare e simbolizzare le emozioni, riconducibili al concetto teorico dell’alessitimia. Il termine alessitimia (dal greco “Alexis thymos” ovvero mancanza di parole per esprimere le emozioni) è stato coniato da Sifneos nel 1973 dopo aver osservato questa caratteristica nei suoi pazienti con disturbi psicosomatici. Essi presentavano infatti difficoltà nell’identificare e comunicare agli altri le proprie emozioni, una scarsa capacità immaginativa, una marcata attenzione per aspetti concreti dell’ambiente esterno e del proprio corpo e uno stile di pensiero focalizzato sullo stimolo piuttosto che sul mondo interno.
L’alessitimia può anche essere letta come una disfunzione del monitoraggio metacognitivo della sfera emotiva (Semerari, 2000) che è una sottofunzione della metacognizione, cioè quella capacità che consente di comprendere e riflettere sui propri e altrui stati mentali al fine di gestire i compiti della vita e regolare gli stati interni e le relazioni interpersonali (Dimaggio & Semerari, 2003; Dimaggio & Lysaker, 2010).
Le disfunzioni metacognitive, tra cui appunto l’alessitimia, sono state riscontrate in più disturbi, come ad esempio i disturbi alimentari (Harrison et al., 2009; Lenzo et al., 2020), tanto che possono essere considerate un fattore transdiagnostico (Gumley, 2011). In particolare, nei pazienti con DA emergono difficoltà nel processo di identificazione e descrizione delle emozioni (Bydlowski et al., 2005; Eizaguirre et al., 2004). Studi longitudinali e analisi fattoriali (Porcelli et al., 2003; Luminet et al., 2001) supportano la tesi che l’alessitimia sia un tratto di personalità stabile piuttosto che un fenomeno stato-dipendente legato alla depressione o al quadro clinico. Altri studi, invece, condotti su pazienti con anoressia hanno indagato la relazione tra l’alessitimia e l’entità della perdita di peso, trovando che i punteggi alla TAS-20 (Toronto Alexithymia Scale) miglioravano significativamente con il recupero del peso. Questi risultati suggeriscono che i sintomi da malnutrizione possono avere un impatto sui livelli di alessitimia (Amianto et al., 2016; Dapelo et al., 2016).
Nonostante siano stati riscontrati punteggi alla TAS-20 complessivamente più alti nei pazienti con disturbi alimentari rispetto ai controlli (Nowakowski, McFarlane & Cassin, 2013; Westwood et al., 2017), in letteratura sono presenti diversi studi che valutano la differenza della sintomatologia alessitimica nei sottotipi di pazienti con DA. In particolare, alcuni studi hanno evidenziato livelli di alessitimia maggiori in pazienti con anoressia restrittiva rispetto a pazienti con bulimia (Schmidt et al., 1993; Lysaker et al., 2023). Nei primi vi sarebbe una maggiore difficoltà nel descrivere i propri sentimenti (Speranza et al., 2005; Nowakowski, McFarlane & Cassin, 2013) e una maggiore compromissione dei processi immaginativi (Troop et al., 1995). Nei secondi, invece, sarebbe presente una maggiore difficoltà nell’identificare i propri sentimenti e nel distinguere tra sentimenti e sensazioni corporee (Speranza, 2005; Nowakowski, McFarlane & Cassin, 2013). Uno studio recente di Lysaker e colleghi (2023) ha mostrato che alcuni comportamenti alimentari disfunzionali erano correlati a livelli maggiori di alessitimia nei pazienti con bulimia rispetto al gruppo con anoressia. Questo risultato è in linea con le difficoltà di identificazione emotiva già evidenziate in questo gruppo di pazienti. Nella pratica clinica difatti, vediamo che i pazienti con bulimia fanno fatica a dare un nome a ciò che provano e quindi il comportamento alimentare disfunzionale, come l’abbuffata o il vomito, potrebbe aiutarli a gestire l’attivazione fisiologica.
Per riuscire a regolare l’emozione negativa che emerge in risposta ad un evento vissuto come stressante, il paziente alessitimico tenderà ad adottare comportamenti e strategie “semplici”, ovvero che non richiedono un importante impegno riflessivo, ma che risultano disfunzionali (coping), come ad esempio i comportamenti alimentari sintomatici (Amigo, Marchiol & Luxardi, 2011). Questi coping nel breve termine, andando ad agire direttamente sulla modificazione dello stato fisiologico, risultano efficaci per la persona che li mette in atto. Appare chiaro quindi, il modo in cui l’alessitimia impedisca alla persona di adottare delle strategie alternative e più funzionali per placare il dolore emotivo.
Nella Terapia Metacognitiva Interpersonale per i Disturbi del Comportamento Alimentare, TMI-DCA (Fioravanti et al., 2022, in stampa) ipotizziamo difatti che le disfunzioni metacognitive rendano più difficile al paziente comprendere l’origine della sua sofferenza e saperla gestire efficacemente. È importante, dunque, che la psicoterapia si concentri non solo sulla gestione del sintomo alimentare, ovvero sul coping, ma vada ad agire sulle disfunzioni metacognitive sottostanti tra cui l’alessitimia, favorendone lo sviluppo.
Bibliografia
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