La personalità non si sviluppa nel vuoto, ma attraverso il movimento, le sensazioni e il pensiero di un corpo specifico

K. Machover

Psicologa

Con gli anni i nostri corpi diventano delle autobiografie ambulanti, esprimendo ad amici e sconosciuti allo stesso modo gli stress piccoli o grandi della nostra vita.

M. Ferguson

Osservare una persona e guardarne il corpo. Guardare un corpo e coglierci “qualcosa”: uno sguardo, un gesto, un movimento. Ma anche una particolare postura, o un colorito che diventa subito roseo, un torace che si gonfia, uno sguardo che evita o che, al contrario, accoglie. Per molti la “lettura del corpo” è affascinante, quasi fonte di curiosità. Per alcuni essa è cosa naturale, cogliere dettagli che ai più sono indifferenti; per altri diventa invece esercizio doveroso, non avendo questa capacità per “natura”. “Il linguaggio del corpo non mente!” è quanto viene affermato, in uno dei primi studi sul tema, da Albert Mehrabian (1939), psicologo statunitense, famoso per le sue ricerche e pubblicazioni sull’importanza degli elementi non verbali nella comunicazione faccia a faccia. Secondo un suo studio, condotto verso la fine degli anni ’60, il linguaggio del corpo (il contenuto non verbale) influirebbe nei confronti dell’interlocutore per il 55%, la voce (il contenuto para-verbale) per il 38%, mentre le parole (il contenuto verbale) solamente per il 7%. Ma Mehrabian stesso ci tenne a precisare che queste percentuali sono vere in condizioni precise: quando vengono comunicati all’interlocutore i propri sentimenti e atteggiamenti. Infatti evidenziò che dire “Non sono arrabbiato!”, con un tono di voce alterato, i denti digrignati e i pugni chiusi sopra la testa, risulta poco credibile in quanto gli elementi non verbali saranno considerati dall’interlocutore più veritieri del contenuto della frase!

Nel Modello Strutturale Integrato (M.S.I.) di G. Ariano il corpo è uno dei quattro linguaggi di esistenza attraverso il quale l’uomo si esprime. Gli altri sono il linguaggio emotivo, il linguaggio fantastico e quello razionale. Per questo modello i linguaggi di esistenza sono come quattro lingue che l’uomo ha a disposizione per esprimersi, conoscersi meglio ed entrare in relazione con gli altri, in modo funzionale. Ciascun linguaggio ha caratteristiche ed elementi propri e peculiari rispetto agli altri. Infatti quando Ariano parla dei linguaggi di esistenza afferma che “il linguaggio è innanzitutto un codice. Per codice intendiamo una totalità che organizza un insieme di parti in base ad una regola o formula” (Ariano G., 2000, p. 115). Questo significa che ogni linguaggio è costituito da un insieme di parole (=materia/energia), ovvero gli elementi che compongono quella specifica lingua, e allo stesso tempo ciascuna lingua ha la sua legge specifica (= formula strutturale) che permette di tenere insieme le parti di cui essa è composta, in maniera coerente e logica.

Le parti del linguaggio corporeo sono gli occhi che osservano, le orecchie che ascoltano, i muscoli che si rilassano o irrigidiscono, il respiro che accelera, il cuore che batte, ovvero tutto ciò che è un corpo vivo, con le sue sensazioni e reazioni; la legge specifica del linguaggio corporeo è la trasparenza (per chi sa leggere). Ciò significa che il corpo si mostra immediatamente a chi lo legge (e sa farlo); “il linguaggio corporeo è così ovvio, da non richiedere nessuna spiegazione o apprendimento. […] Ci da immediato accesso alla conoscenza di un individuo. […] Si può discutere sulle emozioni, sui miti e i sogni, sui pensieri e le teorie, ma non sui messaggi del corpo” (G. Ariano, 2000, p.141).

Il linguaggio corporeo cui Ariano si riferisce è quello del Leib (corpo soggetto) al livello logico di “corpo fenomenologico” ovvero “parola attraverso cui ogni individuo rivela il suo comportamento” (Ariano, 2000, p. 190) e non al Korper (corpo oggetto) che è il corpo della biologia, appartenente ad un livello logico inferiore, che sebbene sia presupposto essenziale per quello superiore, non può essere ad esso ridotto. Il “corpo fenomenologico” è un costrutto che fa riferimento alla corrente fenomenologico/esistenziale, che, nel pensiero moderno, ha maggiormente sottolineato il valore della corporeità/storicità dell’uomo e la sua capacità di soggettività simbolica: tenendo conto della coessenziale circolarità tra organismo e ambiente, nella fenomenologia e nel MSI si vuol sottolineare la capacità dell’individuo di trattare il proprio e altrui corpo come interlocutore vivo, che parla e manda messaggi al mondo, allo stesso tempo ricevendoli, comunicando la propria visione su di esso e su di sé, i propri bisogni e desideri, attraverso il variare del ritmo, profondità ed intensità del suo respiro, il palpitare del suo cuore, il tendersi dei muscoli, etc.. Ariano infatti afferma che “Il corpo oggetto del M.S.I. è un tu da incontrare e da capire; un io che parla ed un tu che mi parla. […] Il corpo è una parola che interpella e chiede di essere ascoltata e capita.” (Ariano G., 2000, p. 135). Nonostante ciò, non è scontato che tutti gli individui sappiano usare questo linguaggio.

Vi sono secondo il M.S.I. delle strutture di personalità il cui corpo non assurge a livello di parola, intesa come codifica di significati: il loro corpo è muto, ovvero non ha concetti che parlano a sé e agli altri. Questa è la condizione più grave dell’esistenza, ma ve ne sono altre in cui il soggetto pur possedendo per natura e vicende relazionali questo linguaggio, lo ha dimenticato o lo usa in maniera spontanea, senza comprendere ciò che esso comunica.

Il linguaggio corporeo è anche la prima lingua imparata dall’uomo: da essa nasceranno gli altri linguaggi, per complessificazioni successive. E’ infatti dalle parole e dai concetti corporei che prende inizio la storia di ciascuno: le sue emozioni, le sue fantasie, i suoi pensieri, saranno sempre concetti costruiti su quel corpo in epoca pre-verbale, e non potranno mai perdere il contatto con le loro origini corporee, pena la loro morte e vacuità. Pensiamo ad esempio ad un bambino di pochi mesi, cos’è se non un corpo? Quale mezzo ha a disposizione per stare al mondo se non il linguaggio corporeo? Il corpo è la prima fondamentale scoperta che il bambino fa. Ciò avviene attraverso una lenta e scrupolosa investigazione delle parti del proprio corpo, utilizzando come strumenti sostanziali di conoscenza i cinque sensi: porta ad esempio, le mani alla bocca, assaporandole; le guarda con interesse e curiosità; le congiunge o le distende, toccandole. In questo modo arriva ad indagare e a fare esperienza, via via, di tutte le altre parti del proprio corpo. Ma non è tutto. L’esplorazione non si limita solo al proprio corpo, ma si estende anche alle parti del corpo dell’altro: il bambino inizia ad entrare in relazione con l’altro. Si tratta di una relazione pre-verbale, caratterizzata prima di tutto da gesti, movimenti, adattamenti posturali e muscolari, ritmo del respiro e scambi corporei reciproci tra il bambino e il genitore. In essa iniziano a sedimentarsi quelli che Ariano definisce come concetti-base corporei, ovvero dei postulati (= verità) intorno ai quali si organizzano, nel tempo, le esperienze che il bambino in relazione fa, con le loro rispettive qualità, che verranno poi trasformate in emozioni, fantasie e pensieri. Dunque tutto ciò che il bambino ha potuto sperimentare in esse, a partire dalle prime sensazioni e giudizi corporei, per generalizzazioni e complessificazioni successive, saranno i mattoni su cui poggeranno le sue esperienze di vita. Così un bambino che ha fatto esperienza di braccia adulte che lo tenevano con sicurezza, ha potuto sperimentare la possibilità di un respiro rilassato, diversamente da un bambino che ha esperito braccia insicure, che sarà più propenso a sviluppare un respiro corto e bloccato. Di conseguenza il primo bambino probabilmente svilupperà il postulato che nella vita è possibile fidarsi e affidarsi; il secondo, forse, troverà questo concetto di difficile attuazione.

Il corpo porta con sé e in sé la storia delle nostre relazioni.