TRE DIMENSIONI DI ESPERIENZA
- L’esperienza di me stesso e soprattutto della più primitiva forma di coscienza di sé
- L’esperienza degli enti mondani e la costituzione del loro significato,
- L’esperienza delle altre persone, ovvero, l’intersoggettività
Queste sopra elencate sono le tre dimensioni di esperienza attraverso le quali il corpo umano esiste e manifesta la propria presenza nel mondo. Sono tre dimensioni ontologiche che Giovanni Stanghellini elenca nel libro Mondi Psicopatologici: teoria e pratica dell’intervista psicoterapeutica.
La prima dimensione è pre-riflessiva: non è una rappresentazione concettuale o linguistica ma piuttosto una primitiva forma di egocentricità. Questa esperienza differisce da ogni interazione con l’oggetto e si può definire “ipseità”. L’ipseità è «il senso di esistere come soggetto di conoscenza implicito, pre-riflessivo, immediato, non concettuale, non-oggettivante e non-osservazionale. È precedente a tutte le altre esperienze e loro condizione». L’ipseità è il corpo che viene abitato dalla persona esistente. Appena si è neonati si acquista la propria ipseità, si abita il mondo con il proprio corpo e si possiede un senso della “pelle che abitiamo”.
Il secondo tipo di dimensione di cui fa parte il corpo secondo Stanghellini è il corpo vissuto come fondamento della coscienza degli enti e del loro significato. Ci si relaziona al mondo in base a come possiamo utilizzarlo, usiamo un oggetto del mondo in base a come il nostro corpo si relaziona con esso e in base a come il nostro corpo indirizza le proprie volontà. Attraverso questa interazione conferiamo anche significati specifici alle cose del mondo, diversi da soggetto a soggetto.
La terza dimensione tra quelle proposte da Stanghellini è quella in cui viene considerato il corpo in relazione alle altre persone. L’inter-soggettività è intra-corporeità, nessuno più dei pazienti anoressici-bulimici potrebbe confermare questa tautologia. Stanghellini afferma che «inter-corporeità significa legame e risonanza tra il mio corpo e quello dell’altro, a sua volta animato da emozioni e intenzioni». C’è un legame tra i corpi e le azioni che essi compiono che lega anche le menti e i modi di pensare. Nelle persone colpite da disturbi alimentari queste tre dimensioni caratterizzano l’esperienza della propria corporeità. Nell’ambito dei disturbi alimentari l’identità corporea è compromessa perché il corpo non esiste se non è guardato. Il corpo delle persone anoressiche-bulimiche è un corpo che è «esposto e assoggettato all’altro e al suo sguardo».
Stanghellini sostiene che lo sguardo dell’altro, per le persone che soffrono di disturbi alimentari, «diventa l’unico modo attraverso il quale si può essere consapevoli della propria presenza ed esistenza, rappresentando lo specchio in cui vedere se stessi, mediante il quale sentirsi e identificarsi». L’Altro, nel mondo anoressico e bulimico, non è vissuto come una possibilità ma come un obbligo: se le nostre azioni non vengono viste, se il mio corpo che compie quelle azioni non viene visto, allora io non esisto. Nella mente anoressica e bulimica l’“ipseità” diventa un’“ipseità distorta”, perché l’autopercezione perde il proprio centro. La terza dimensione del corpo, quella in cui esso interagisce con l’altro in un movimento inter-soggettivo e quindi inter-corporale, fagocita tutta l’esperienza mentale e identitaria prevalendo in senso negativo sulle altre dimensioni: l’essere visti e l’essere oggetto di un discorso da parte degli altri sostituisce la capacità di autopercepirsi, o potremmo dire, compensa il difettoso nesso strutturale tra corpo e identità.
L’asse corpo-altro-identità è fondamentale nel modo di pensare anoressico e bulimico, su quest’asse si forma il nucleo psicopatologico originario. A partire dal corpo si modifica la propria personalità, che diventa dipendente dall’opinione altrui tanto quanto le forme corporee. La persona affetta da disturbi alimentari non esiste in quanto è se stessa, ma esiste in quanto giudicata dagli altri. In Mondi Psicopatologici viene riassunto così il ciclopatologico mente-corpo dell’anoressia e della bulimia:
Abnorme esperienza del corpo (tratto vulnerabile) → Abnorme costituzione dell’identità personale
(tratto vulnerabile) → Sintomi alimentari conclamati (stati)
Le persone con disturbi alimentari mancano di solide basi per formare la propria personalità, e
il corpo diventa la base mancante del proprio io, origine di debolezza, nucleo patologico del
disturbo. Il corpo della persona affetta da DCA condiziona le emozioni e la percezione del tempo, così come la relazione con il proprio sé e la relazione con gli altri e il mondo.
CASO CLINICO
Vorrei proporre adesso una prima testimonianza che ho avuto la possibilità di raccogliere direttamente in un centro residenziale per disturbi alimentari. Ho l’opportunità di proporre laboratori esperienziali ed espressivi di scrittura e musica ad alcuni gruppi di ragazze anoressiche e bulimiche nei centri di Todi e Pontremoli (Palazzo Francisci e Madre Cabrini), con l’obiettivo non solo di comporre insieme canzoni originali, ma anche di elaborare nuove riflessioni gruppali sulle proprie emozioni e sulla propria storia di vita. In uno di questi gruppi le ragazze stesse mi hanno proposto di mettere alla prova il loro sguardo. Volevano scoprire cosa sarebbe successo se si fossero messe a sedere in silenzio, una di fronte all’altra, ad osservarsi. Così abbiamo posto due sedie al centro del cerchio del gruppo e, a turno, coppie di ragazze si sono sedute e hanno sostenuto per pochi minuti lo sguardo della persona di fronte a loro. Ho selezionato una playlist di musica rilassante per creare un ambiente confortevole e sicuro. Nelle restituzioni autobiografiche scritte dalle ragazze successivamente all’esercizio corporeo ho avuto alcune conferme riguardo a quanto è stato suggerito nel testo preso in considerazione: lo sguardo dell’altro è angosciante e nello stesso tempo fondamentale per le persone che soffrono di anoressia e bulimia. Lo scritto di Giada (nome di fantasia) relativo alla sua esperienza in questo gruppo mi sembra particolarmente significativo e importante. Giada scrive:
Chi ho davanti? Una persona. Mi capita spesso di guardare in faccia la gente, andare in sovraccarico di
pensieri ma allo stesso tempo di avere una sensazione di tranquillità enorme. Inizio quasi a non sentire
più il controllo del mio volto e dei miei occhi, mi capita di farmi mille paranoie: come appare la mia
faccia davanti a quella persona? La starò deludendo? Sono lì, l’altro ha davanti una miriade di
imperfezioni in bella vista: brufoli, occhiaie… le mie labbra come saranno apparse all’altra persona
davanti a me? Il mio naso? Non volevo più staccarmi da quella sedia, non volevo alzarmi e
andarmene, guardare negli occhi l’altro è sempre stata una mia difficoltà e allo stesso tempo non posso
farne a meno, mi affascina e mi angoscia.
L’altro è una presenza angosciante per Giada che nello stesso tempo ne subisce un’attrazione fatale. Sembra rispettata a pieno l’intuizione di Mondi Psicopatologici: l’altro per Giada non è un’opzione ma un obbligo, il giudizio è vita, condiziona il corpo e il modo in cui mi relaziono con esso. Questo tipo di esercizio gruppale, che potremmo chiamare “il gruppo delle due sedie in mezzo al cerchio”, e che le ragazze stesse hanno voluto provare ad affrontare, ha il merito di far affrontare alla persona anoressica o bulimica il volto dell’altro, il suo sguardo, e di farlo in una condizione protetta di gruppo, dove il conduttore cerca di mettere a proprio agio le persone che partecipano. Le persone del gruppo si incontrano su quelle sedie peraffrontare insieme le loro paure più grandi: l’altro, il corpo, lo sguardo, ma soprattutto l’inter-personalità e l’inter-corporeità.
Nella restituzione emergono riflessioni profonde che sono radicalmente connesse non solo con un originale quanto critico modo di percepirsi, ma anche con una profonda analisi della propria storia di vita. Il mondo di Giada viene raccontato nello scritto a partire dalle emozioni provate nell’esercizio: “Mi capita spesso di guardare in faccia la gente, andare in sovraccarico di pensieri”. È come se l’esercizio corporeo avesse portato in luce qualcosa di abituale per Giada che forse non si era accorta di quanto tutto questo per lei fosse consuetudinario. Questa “consuetudine fenomenologica” la porta a riflettere su un senso di colpa originario e idealizzato che emerge subito nello scritto: “La starò deludendo?”. Stanghellini affermache l’autoriconoscimento è il primo e ultimo passo da tenere a mente per curare i pazienti con i disturbi alimentari. L’autoriconoscimento, che include la rivalutazione dei propri valori, è l’inizio ed è la fine del percorso di cura. Il sistema di valori delle persone anoressiche e bulimiche giudica “l’essere grassi” come peccato vitale, qualcosa di sbagliato in maniera assoluta, per questo è «inutile e insensato opporre a questi valori quelli affermati dal senso comune. Non c’è modo di convincere queste persone che i loro valori sono sbagliati, poiché essi sono giusti o sbagliati a seconda del mondo della vita in cui sono situati. Ricostruire il mondo della vita di una persona affetta da DNA è la via maestra per aiutarla a dare un senso alla sua passione per la magrezza e per il digiuno mostrandole il nucleo psicopatologico, l’anomalia da cui tale passione deriva». Trovare il nucleo psicopatologico del disturbo e lavorare su di esso e sui valori sono strategie che puntano al cuore dell’identità della persona. Gli esercizi fenomenologici che propongo mirano a favorire l’espressione autentica di sé e a facilitare l’emergere di quell’insieme di credenze, valori e significati che costituiscono l’orizzonte personale di ogni individuo. L’obiettivo ultimo dei gruppi è la realizzazione di brani musicali originali collettivi, composti a partire dalle frasi più significative espresse dalle pazienti e dai pazienti durante il percorso. Tali canzoni rappresentano esiti corali di un processo di co-scrittura, in cui frammenti autobiografici e poetici vengono intrecciati per dare forma a “visioni” e stati emotivi condivisi. Le emozioni personali trovano così una traduzione musicale, assumendo una forma sonora e simbolica che le rilancia in una dimensione estetica ed espressiva. Il raggiungimento di questo esito è reso possibile attraverso un percorso graduale che si articola in diversi esercizi fenomenologici ed esperienziali, volti a promuovere consapevolezza, presenza e capacità espressiva. Questi esercizi hanno a che fare non solo con l’espressione di sé e la creatività ma anche con la co-scrittura e l’ autobiografia. Al gruppo viene chiesto sempre, in ogni esercizio, di portare alla luce qualche aspetto della propria esperienza di vita e successivamente viene chiesto alle altre persone che fanno parte del gruppo di riflettere su quello che ascoltano e di confrontare la loro esperienza e il loro vissuto con quello dell’altro partecipante al gruppo.
La co-scrittura avviene in un ambito di selezione e costruzione poetica: nel senso che una volta letti gli scritti di ogni partecipante, e una volta selezionati i temi e raccolte le frasi che più sembrano avere colpito e fatto emozionare il gruppo intero, si passa alla costruzione della poesia collettiva, composta proprio da quelle frasi nate all’interno dei vari esercizi. Una poesia che poi, grazie anche all’intervento musicale, diventa anche una canzone. Il “co” del costrutto “co-scrittura” all’interno di questi gruppi simboleggia la completa eguaglianza tra i membri del gruppo, e la partecipazione attiva del conduttore in quanto “collaboratore” al pari degli altri nel gruppo.
LE SCULTURE
Un altro importante esercizio espressivo in cui allo stesso modo sono coinvolti il gruppo e il conduttore del gruppo, e che facendo leva su principi dinamici dell’inconscio e della percezione coinvolge le storie di vita dei partecipanti, è “l’esercizio delle sculture”. Ho appreso questo esercizio ad un seminario di Pedagogia Genitoriale a Todi, un evento di sensibilizzazione e coinvolgimento per i genitori delle ragazze ospiti dei centri DNA, un evento nel quale i genitori spesso partecipano agli stessi esercizi espressivi e di scrittura ai quali partecipano anche le figlie. Ho rielaborato alcuni aspetti dell’esercizio. In questo esercizio si propone al gruppo di pensare ad una parola particolarmente significativa per la propria vita o particolarmente adatta a descrivere le proprie emozioni predominanti nel preciso momento in cui si sta ascoltando il suggerimento, oppure si consiglia di pensare ad una frase, poetica, che possa essere rappresentativa del proprio modo d’essere e di pensare. Una volta lasciato il tempo adatto per pensare, si consiglia di scrivere sul foglio quella frase o quella parola, e si lascia il tempo di rileggerla e ripensarla. Successivamente, si chiede di alzarsi uno per volta e di guadagnare il centro del cerchio del gruppo e di scegliere un numero non precisato di partecipanti al gruppo per coinvolgerli nella propria scultura. Loro saranno il materiale da scolpire, colui che sceglie sarà lo scultore. Lo scultore può scegliere da uno a tutti i partecipanti. Lo scultore deve scolpire la propria frase o la propria parola attraverso i corpi delle altre persone, per mettere in scena delle vere e proprie coreografie di corpi immobili che simboleggiano poesie autobiografiche di vita. Lo scultore deve stare attento a tutti i particolari del corpo dell’altro, modificare le espressioni facciali dell’altro e modificare le sue posture; l’altro deve mettersi a
disposizione, fidarsi e rendersi disponibile a diventare materia per entrare in contatto con la visione dello scultore. Quando lo scultore ha finito di scolpire dichiara che la sua scultura è conclusa, e dopo qualche minuto di immobilità il conduttore fa sedere di nuovo i partecipanti all’esercizio. Lo scultore non deve far parte della scultura ma coincidere con l’osservazione di essa, e rimanere “esterno al proprio sé”. Dopo l’esercizio si chiede ai partecipanti come si sono sentiti a prendere parte a quella scultura e si chiede allo scultore quale era la frase che aveva pensato, quella frase costituisce anche il titolo della propria opera.
Anche in questo caso le frasi più significative possono fare parte della poesia-canzone collettiva, anche in questo caso il conduttore può essere una sorta di co-scrittore delle emozioni del gruppo, incitando alla partecipazione e facendo domande più o meno specifiche riguardo a come il gruppo si è sentito durante l’esercizio, come il singolo si è sentito durante l’esercizio, quali sono le frasi più toccanti per tutto il gruppo e quali sono le più importanti da raccogliere e connettere con le altre.
Le “sculture di corpi sistemico-familiari”, dalle quali queste “sculture fenomenologiche” prendono ispirazione, costituiscono una tecnica terapeutica a mediazione corporea sviluppata originariamente da Virginia Satir negli anni Settanta e successivamente approfondita e sistematizzata in Italia da Luigi Onnis. Si tratta di un metodo non verbale che utilizza la disposizione spaziale e posturale dei membri di un sistema familiare per rappresentare visivamente le dinamiche relazionali e i vissuti emotivi impliciti all’interno del gruppo. Lo “sguardo dell’altro” in questa occasione di gruppo e in questo specifico esercizio serve non per giudicare ma per costruire, e per farlo insieme. Mi sembra centrale, in questo
esercizio, il concetto di “valori” proposto da Stanghellini. Non si giudicano gli altri per l’emozione che vogliono esprimere, ma si riflette, attraverso l’osservazione delle sculture altrui e attraverso la realizzazione della propria, sul significato profondo del mondo che l’altro mi sta presentando davanti attraverso la sua “opera d’arte”: co-costruisco insieme all’altro un linguaggio che serve a discutere meglio delle convinzioni in cui si crede, dei ricordi che emergono o di prospettive di vita che stiamo considerando. Ricordo che una scultura, sia per come erano posizionati i corpi delle ragazze che vi partecipavano sia per la scritta che le dava il titolo, ha particolarmente colpito uno dei gruppi che ho condotto. Quella frase è diventata l’inizio di una delle nostre canzoni collettive: “nonostante la nebbia / si trova un posto sicuro”. La scultura era composta da due ragazze al centro del cerchio che in qualche modo, attraverso la loro postura e la posizione delle loro mani, coprivano gli occhi ad altre due
ragazze; queste ultime due ragazze, però, nonostante tutto, avevano sul loro volto due sorrisi
pieni di speranza e con le loro mani indicavano qualcosa di lontano, in alto: come se nonostante l’impossibilità di vedere la speranza fosse l’ultima a morire.
A questo link si può ascoltare una delle ragazze del centro DNA di Todi Palazzo Francisci.
BIBLIOGRAFIA
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person within, Basic Book
Cargnello, D. (2010). Alterità e alienità, Giovanni Fioriti Editore
Dalla Ragione, L., Vanzetta, R. (2023). Social Fame. Adolescenza, social
media e disturbi alimentari, Il Pensiero Scientifico
Stanghellini, G., Mancini, M. (2018). Mondi psicopatologici, teoria e pratica dell’intervista
psicoterapeutica, Edra editore
Stanghellini, G., Rossi Monti, M. (2009). Psicologia del patologico, una
prospettiva fenomenologico-dinamica, Raffaello Cortina Editore
Vallario, L. (2011). La scultura della famiglia. Teoria e tecnica di uno strumento tra
valutazione e terapia, Franco Angeli


