Fenomenologia clinicaPsicologia della corporeità

Il senso del corpo e la fenomenologia della cura nell’esistenza borderline

L’articolo che segue rientra nella rubrica che preannuncia l’uscita del secondo numero della rivista Adombramenti, la prima rivista dedicata alla psicologia fenomenologica che quest’anno è dedicata al tema del Leib, il corpo vissuto.

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Raccontarsi non è mai semplice, e lo diventa ancor meno quando la richiesta arriva in un contesto di cura. Una delle domande più difficili è proprio quella che pone il terapeuta al paziente durante il primo incontro, quella di raccontargli la sua storia. Nella maggior parte dei casi, il paziente sperimenta un vissuto di spaesamento, eppure è la sua storia, non dovrebbe avere difficoltà a raccontarsi. E, invece, è lì che tentenna: spiega perché ha scelto di andare in terapia, poi fa un passo indietro e dice qualcosa di sé, poi qualcuno avanti per raccontare i propri desideri, e la terapia inizia e procede in un racconto che diventerà, incontro dopo incontro, sempre più ricco. La trama del racconto, però, soprattutto se abbiamo davanti un’esistenza borderline, difficilmente appare lineare. Il racconto del paziente borderline è caotico, talvolta disperato e pieno di rabbia, e ha difficoltà a seguire una linea più o meno coerente. Così come il suo modo di essere, completamente instabile, anche se tutta questa instabilità è proprio la cornice che permette al paziente di avere una parvenza di stabilità nel proprio modo di essere evitando una pericolosa rottura degli argini.

Il disturbo borderline di personalità rappresenta una condizione complessa, tradizionalmente descritta in ambito clinico come una costellazione di fenomeni caratterizzati da instabilità dell’umore, delle relazioni interpersonali e del comportamento. Gli individui che ne sono affetti sperimentano emozioni intense e rapidamente mutevoli, relazioni burrascose e conflittuali, comportamenti impulsivi o autodistruttivi e una difficoltà costante nel costruire e mantenere un senso di identità chiaro e coerente.

La prospettiva fenomenologica consente però di andare oltre la descrizione categoriale del disturbo e di parlare piuttosto di un’esistenza borderline, collocata in una dialettica continua tra due mondi opposti ma intrecciati: quello della disforia e quello della rabbia. La disforia si presenta come un vissuto doloroso, dominato da incoerenza, vuoto interiore, senso di inautenticità e assenza di significato. È come un lago melmoso che immobilizza, un peso da cui non ci si riesce a liberare. Al contrario, la rabbia costituisce il polo esplosivo, organizzato secondo una logica dicotomica – buoni contro cattivi – che si manifesta in stati acuti, intermittenti, seguiti da vergogna o umiliazione. In questo modo, l’esperienza borderline si muove tra due estremi: da un lato il vuoto e l’oppressione, dall’altro l’esplosione di rabbia che rischia di distruggere le relazioni significative e tutto il mondo circostante.

Attorno a questo nucleo centrale si articolano quattro dimensioni fondamentali dell’esperienza borderline: il Sé e l’identità, le relazioni interpersonali, le emozioni e il loro controllo, l’orizzonte esistenziale.

L’identità si presenta frammentata e instabile, priva di una continuità narrativa che consenta di integrare passato, presente e futuro. Le relazioni sono vissute in modo intenso e polarizzato, oscillando tra idealizzazione e svalutazione, come se l’Altro fosse indispensabile per tenere insieme un Sé fragile. Le emozioni, travolgenti e instabili, sono spesso scatenate dal timore dell’abbandono; mentre il vuoto e la noia tendono a dominare l’esistenza quotidiana. L’orizzonte esistenziale, infine, appare sospeso, incapace di progettualità e privo di un senso unitario.

All’interno di questo quadro, il rapporto con il tempo si rivela cruciale. Nella disforia il tempo appare fermo, monotono, privo di profondità: retentio, protentio e presentatio si confondono in un eterno presente senza continuità. L’esistenza borderline si identifica con i propri stati d’animo momentanei, incapace di collocarli in una trama più ampia. Privato di prospettiva e memoria, il Sé rimane informe e caotico, spesso travolto dall’impulso a scaricare la tensione emotiva attraverso la rabbia o l’autolesionismo. In questa prospettiva la rabbia assume la funzione paradossale di collante (Pazzagli, Rossi Monti, 2000): un’emozione dolorosa che, per un istante, restituisce presenza e coesione a un Sé fratturato.

Accanto alla rabbia, un altro sentimento centrale è la vergogna, troppo spesso trascurata dalla psicopatologia. Nella sua duplice declinazione di pudore protettivo e di onta annichilente, essa rappresenta il punto di contatto tra il Sé e lo sguardo dell’Altro. Se nel pudore il Sé difende la propria inviolabilità, nella vergogna si percepisce invece la minaccia dell’essere esposti al giudizio altrui. La persona borderline vive costantemente sotto lo sguardo intrusivo dell’Altro, che mette a rischio l’intimità dell’Io e può precipitare in vissuti di umiliazione e persecutorietà.

Il tratto dell’istantaneità accentua ulteriormente questa condizione. Mancando una continuità temporale, l’esistenza borderline è imprigionata in un presente senza ieri né domani, senza memoria né progetto. L’impossibilità di costruire un’identità narrativa stabile priva il vissuto di senso e coerenza. In tale contesto, l’Altro non è un partner con cui dialogare, ma un riferimento esterno che definisce dall’esterno l’identità stessa. Di qui l’incapacità di elaborare legami che resistano all’assenza e alla distanza: senza l’Altro presente, il Sé si sgretola.

Queste caratteristiche non restano confinate alla dimensione descrittiva, ma si riflettono direttamente nella relazione terapeutica. Incontrare un paziente borderline significa, infatti, confrontarsi con una soggettività segnata da questa sospensione temporale, da un’incapacità di collegare le esperienze passate a una prospettiva futura. Pontalti (2009) ha parlato, a questo proposito, di una “paralisi della funzione simbolo-poietica”, ossia della capacità di trasformare il caos emotivo in significati condivisibili. Lo stesso linguaggio del borderline, spesso frammentato e confuso, rivela uno sciame di significati privi di struttura.

È compito della cura offrire una continuità: trasformare questo sciame in una trama, restituire un filo narrativo laddove manca un ordine, un senso (Terminio, 2024). Il terapeuta è chiamato ad assumere il ruolo di testimone ostinato (Pastore, 2011), custode di una storia che il paziente non riesce a costruire da solo, contenitore di un tempo che egli non può abitare. Diventare depositario di quella continuità temporale significa introdurlo in una trama esistenziale possibile, raccogliendo emozioni e frammenti che il paziente non sa nominare. È, per dirla con Mario Rossi Monti (2009), come “mettere i sottotitoli a un film muto”. Solo così l’esistenza borderline, segnata dal vuoto e dalla rabbia, può trovare uno spazio di riconoscimento e di continuità.

La clinica conferma in maniera tangibile quanto queste riflessioni fenomenologiche non restino concetti astratti, ma si incarnino nella vita concreta dei pazienti. L’esperienza borderline si manifesta, infatti, come un’esistenza segnata dal vuoto, dalla vergogna e da una temporalità sospesa, che trova nella relazione terapeutica uno dei pochi spazi in cui poter essere accolta e trasformata.

È quanto emerge dall’incontro con Francesca, una ragazza di vent’anni che chiede aiuto perché tormentata da crisi di rabbia implosiva, da vissuti autolesivi e da un dolore che non riesce a tradurre in parole. La sua storia mostra come il tempo possa arrestarsi, come l’identità si frantumi sotto il peso della vergogna e come lo spazio terapeutico possa divenire il luogo in cui, per la prima volta, la sua voce trova un filo narrativo. Francesca è una ragazza di vent’anni che arriva in terapia oppressa da crisi di rabbia implosiva e da un dolore che si riversa sul corpo attraverso atti autolesivi. Queste crisi, spesso innescate da conflitti familiari all’apparenza banali, la lasciano svuotata, triste e isolata per giorni. La famiglia tende a ignorarla in quei momenti, acuendo la sua sensazione di non essere vista: paradosso doloroso, perché lo sguardo dell’Altro rappresenta per lei al tempo stesso bisogno vitale e minaccia insopportabile.
Al momento dell’ingresso in terapia, Francesca è assorbita quasi interamente dalla malattia della madre, in trattamento chemioterapico. Sebbene abbia due sorelle quasi coetanee, tutte le responsabilità familiari e domestiche ricadono su di lei, che vive la sensazione di dover sacrificare la propria giovinezza. A questo peso si aggiunge il dolore per aver dovuto abbandonare la sua passione più grande, il basket, a causa di un infortunio.
Dietro queste fatiche emerge però un nucleo ancora più profondo: durante il periodo del liceo, mentre seguiva le lezioni online a causa della pandemia, Francesca si è trovata più volte di fronte al padre che, nella stessa stanza, nascosto solo da una coperta, praticava autoerotismo, esperienza che ha segnato un vissuto devastante di vergogna e paura. Da allora la casa non è più percepita come luogo sicuro e la “congiura del silenzio” familiare su questi episodi la costringe a vivere nell’onta e a nascondersi, sentendo la propria intimità costantemente violata.

I primi incontri terapeutici sono poveri di parole ma carichi di pianto. Francesca inizia a raccontare la sua storia a frammenti, come se facesse fatica a trovare una coerenza narrativa. Centrale è la vergogna che da un anno pietrifica la sua esistenza: non più pudore preservante, ma vergogna annichilente, che la espone allo sguardo intrusivo dell’Altro e la riduce a corpo inerme. Lo spazio familiare, vissuto come asfissiante e persecutorio, la costringe a nascondere perfino le attività che potrebbero darle sollievo – leggere, scrivere, ascoltare musica – finché la torbidità diventa insostenibile. La stanza di terapia diventa allora l’unico spazio abitabile. Attraverso la lettura e soprattutto la scrittura di un diario personale, Francesca inizia lentamente a dare forma al caos. La sua onta resta pervasiva, ma il guscio che la imprigionava comincia a mostrare delle crepe: nella parola scritta e condivisa con l’altro, il dolore assume per la prima volta una traccia narrativa.
Un punto di svolta arriva quando Francesca, con un gesto di rottura, decide di svelare a tutta la famiglia che si accorge di ciò che il padre fa sotto le coperte e svela quanto questo la faccia stare male. Il silenzio che la soffocava esplode in conflitto, ma proprio in questa azione violenta e distruttiva si apre per lei la possibilità di riappropriarsi di uno spazio che prima subiva passivamente. È l’inizio di un lento cambiamento: pian piano, Francesca sperimenta che lo spazio è anche luogo di azioni trasformative, e che il dialogo può mutare le dinamiche familiari. Le crisi si diradano, e la sua narrazione di sé si arricchisce, diventando meno confusa. Non è più spettatrice dietro le quinte, ma attrice sulla scena della propria vita.

La terapia procede e Francesca inizia a uscire di nuovo, a coltivare relazioni, a sentirsi meno sopraffatta dalla vergogna. Si iscrive nuovamente all’università e consegue la patente, piccoli atti che colorano il suo mondo di nuove possibilità. Inizia a parlare più di sé che degli altri, cercando parole per sensazioni che prima erano indicibili: la paura di non meritare questo nuovo star bene, la nostalgia per i momenti di buio che l’avevano definita fino a quel momento, l’incertezza di fronte a un’identità che cambia. La vergogna e il tema del merito restano centrali, ma ora emergono all’interno di un tempo che non è più del tutto sospeso: Francesca inizia a proiettarsi verso il futuro, abbozzando una trama narrativa che progressivamente richiede sempre meno l’intervento dell’Altro.

Il mondo borderline è segnato da un’affettività dominata da un umore disforico che costituisce il fondo della vita emotiva. Su questo sfondo emerge con forza la rabbia, emozione istantanea e travolgente che permette al soggetto di affermare la propria presenza e di costringere l’ambiente a prenderne atto (Stanghellini, Mancini, 2018). La rabbia dell’esistenza borderline non è soltanto esplosione: è un modo di orientarsi nel mondo, di imporsi a un contesto che spesso appare indifferente o minaccioso. Nelle crisi di Francesca, questa rabbia prende la scena, invade gli spazi relazionali e familiari, diventa il linguaggio attraverso cui esprimere bisogni immediati e altrimenti indicibili.

Tuttavia, se la rabbia rappresenta l’aspetto più scenico della sofferenza, è l’umore disforico di base a permetterne la comprensione più profonda. La disforia non è un’emozione puntuale, ma un tono costante, un sentire opprimente e monotono che non apre all’attesa né alla gioia, ma appiattisce il tempo e inaridisce la capacità di progettare. Come scrivono Stanghellini e Mancini (2018), si tratta di un “atto noetico senza obiettivo noematico”, una spinta che non trova direzione. Può esprimersi tanto come agitazione rabbiosa quanto come paralisi depressiva. Nel caso di Francesca, non è tanto la rabbia a trattenerla, quanto piuttosto il vuoto, la tristezza e la vergogna che seguono ogni crisi e che le impediscono di riprendere posto nel mondo-della-vita.

Nel caso di Francesca, il tempo vissuto appare stagnante: non conosce né la promessa del futuro né il radicamento del passato, ma resta intrappolata in un presente senza estensione. È quanto Piro (1997) descrive come “tempo disforico”, e che Cargnello (2010) interpreta come rallentamento della ipseità: un Sé che non si attualizza nell’apertura al futuro, ma rimane paralizzato nel già-stato. Nelle crisi, Francesca vive veri e propri momenti di collasso temporale: accartocciata nella sua stanza, sembra sprofondata in un universo senza inizio né fine, dove l’unico ritmo è quello di una sofferenza che si ripete. Il mondo perde profondità, il tempo si riduce a un involucro vuoto, e ciò che rimane è un senso diffuso di colpa e annichilimento.
Questa paralisi è alimentata dalla vergogna, sentimento che invade la scena dopo ogni crisi. Non si tratta di un pudore protettivo, ma di una vergogna annichilente che la priva della possibilità di reinserirsi nella trama intersoggettiva. In quei momenti Francesca si sente prigioniera di un mondo che diventa schiacciante, riducendo la sua libertà e restringendo le possibilità del suo esser-ci. La sua condizione non si avvicina alla depressione classica, dove viene meno la fiducia nel diritto a esistere o nella capacità di provare piacere: è piuttosto una forma emorragica, un deflusso continuo di energia vitale che si traduce in vuoto, noia e disperazione. Per contrastare questa perdita, Francesca ricorre al corpo, cercando in esso un modo per riattivarsi e per contenere la tensione che la attraversa.

Talvolta, durante le crisi, si possono cogliere fenomeni al limite del dissociativo: Francesca descrive di sentirsi come trasportata in un universo parallelo, dominato dal disordine e dal terrore. Al termine, ciò che resta è la sensazione di aver perso ogni coordinata temporale. Racconta di momenti in cui basta un tono di voce, una parola fuori posto, un dettaglio minimo a scatenare una reazione che la travolge e la porta fino all’atto autolesivo. Dopo, il ricordo stesso dell’episodio le appare irreale, come se la sua stessa narrazione non fosse affidabile, come se temesse di ingannare l’altro e se stessa. In questi vissuti si coglie l’alternanza tipica del mondo disforico: al vuoto e alla monotonia si intrecciano momenti di eccitazione intensa che Kimura Bin (1992) definisce intra-festum. Anche Francesca vive questa oscillazione, ma con la paura costante di non potersi più fidare dei propri pensieri e di perdere il filo della realtà.

In questo scenario, il corpo diventa il luogo decisivo. Come affermava Husserl (1950), il corpo è “l’ambito delle decisioni ultime”: non un oggetto, ma il modo stesso in cui l’essere si dà al mondo. Nell’esperienza borderline, tuttavia, il corpo viene spesso trattato come superficie su cui incidere il dolore. L’autolesionismo, come sottolineano Rossi Monti e D’Agostino (2009), non è solo scarica impulsiva, ma linguaggio immediato: quando le parole mancano, la pelle diventa la pagina su cui trascrivere la sofferenza. Francesca ha utilizzato il corpo in questo modo: ferendosi, cercava un confine, una linea che delimitasse un Sé altrimenti informe. In quei gesti, per quanto dolorosi, trovava per un istante una parvenza di coesione. Come se accadesse una scissione tra il Leib e il Körper: il corpo viene reso Körper, viene reso oggetto su cui scaricare tutto ciò che tormenta il Leib. Invece di rappresentare il trauma ed esprimere la propria sofferenza a parole nell’ambito di una narrazione, l’autolesionismo consente la trascrizione immediata di questo testo sulla pelle del soggetto, dando voce al dolore sulla pelle. Un tentativo di scaricare la tensione e riprendere controllo nel caos in cui ci si trova gettati.

Francesca ha usato il proprio corpo come tavola su cui incidere la sua storia e questo le ha permesso di tracciare una linea, anche se sbiadita, che contornasse il proprio Sé e le consentisse di immettersi sulla tortuosa strada della cura. Francesca, riuscendo ad incanalare tutta la sofferenza che le divorava l’interno, è riuscita a rompersi, a toccare il fondo e, pian piano, raccogliendo un pezzo alla volta, si è immessa sul percorso della cura. Al momento, giorno dopo giorno, identifica uno dei tanti pezzi che ha raccolto, gli da un senso e un significato e cerca di capire dove collocarlo per costruire il mosaico coerente della propria vita. Francesca si è immessa nella narrazione e comincia a sentire il carattere fondamentale dell’Esser-ci umano: l’essere-nel-mondo, un essere che ha il mondo come orizzonte dell’umano progettare e che diviene quel campo di possibilità verso cui l’uomo è proteso. Si evidenzia, qui, quella che Gabriel Marcel (1965) definisce una ontologia della carne: il corpo costituisce l’essenza della persona, insieme all’ambiente circostante e alle esperienze passate. Avere sentimento del proprio corpo è infatti la condizione necessaria affinché si possano provare tutte le altre emozioni. Il Sé di Francesca è uscito da quel guscio in cui è stato rinchiuso per tanto tempo ed è divenuto portatore di una coscienza che interagisce con il mondo, immettendosi pienamente nell’intersoggettività, quello spazio in cui due Sé si incontrano davvero e si trasformano grazie alla relazione; ed è in questa esperienza che si esperisce realmente il mondo (Charon, 2019).

 D’altronde, il fine ultimo di un percorso di cura è proprio quello di sottrarre il paziente al mondo privato e solipsistico e accompagnarlo alla finestra che affaccia sulla vita in comune, sulla Koinonia (Grieco, Vivard, 2022). L’essere-nel-mondo conferisce un senso di comunità proprio perché si prendono in considerazione gli oggetti a vicenda, si esperiscono insieme sotto una nuova luce, si penetrano i significati profondi facendo emergere la vera trama del mondo. Questo è quello che accade oggi nel nostro spazio di terapia e questo è quello che Francesca porta al di fuori, nei luoghi che ha iniziato ad abitare.

L’esperienza borderline si presenta come un’esistenza sospesa, segnata da frammentarietà identitaria, relazioni instabili, emozioni travolgenti e da un tempo che non scorre, ma ristagna in un eterno presente. La rabbia, la vergogna, il vuoto e la disforia sono i tratti dominanti di questo mondo-della-vita, che appare privo di continuità narrativa e incapace di aprirsi all’avvenire. Il caso di Francesca permette di vedere come questi elementi si incarnino nella concretezza della vita quotidiana: nelle crisi che spezzano la trama del tempo, nella vergogna che pietrifica l’esistenza, nell’uso del corpo come superficie su cui scrivere il dolore. Ma ha mostrato anche come, nello spazio terapeutico, sia possibile cominciare a trasformare questi frammenti in parola, restituendo loro un ordine e un senso.
In questa prospettiva, la cura non si riduce a contenere le crisi o a correggere comportamenti, ma diventa innanzitutto un atto di testimonianza: il terapeuta si fa custode di una storia che il paziente non riesce a costruire da solo, depositario di una continuità temporale che al soggetto sfugge. È nel dialogo e nell’incontro che i vissuti disgregati possono diventare narrazione, che il corpo può tornare a essere presenza viva e non solo scena di ferita, che il vuoto può aprirsi a una trama di significati condivisi. Il fine ultimo non è semplicemente ridurre la sofferenza, ma accompagnare il paziente all’esperienza dell’intersoggettività, della Koinonia, là dove il mondo privato si apre al mondo comune. È in questa apertura che l’esistenza borderline può ritrovare una possibilità di progettualità, di appartenenza e di senso.

Bibliografia

Cargnello, D. (2010). Alterità e alienità. Roma: Giovanni Fioriti Editore.

Charon, R. (2019). Medicina narrativa. Onorare le storie dei pazienti (M. Castiglioni, Cur.). Milano: Raffaello Cortina.

Grieco, F., Vivard, E. (2022). La cura fenomenologica. Roma: Aracne.

Husserl, E. (2017). Meditazioni cartesiane (ed. orig. 1931). Napoli: Orthotes Editrice.

Husserl, E. (2002). Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica (E. Filippini, Trad.; V. Costa, Rev.; ed. orig. 1950). Torino: Einaudi.

Kimura, B. (2005). Patologia dell’immediatezza (ed. orig. 1992). In Scritti di psicopatologia fenomenologica (pp. 81–109). Roma: Giovanni Fioriti Editore.

Marcel, G. (1965). Being and having: An existentialist diary. New York: Harper & Row.

Pastore, C. (2012). Lo stupore che viene dal nulla: Fenomenologia del delirio e ricodificazione sensoriale dei processi noetici. Pisa: ETS.

Piro, S. (1993). Antropologia trasformazionale: Il destino umano e il legame agli orizzonti subentranti del tempo. Milano: Franco Angeli.

Pontalti, C. (2009). Disturbi di personalità e campi mentali familiari. Milano: Franco Angeli.

Rossi Monti, M., D’Agostino, A. (2009). L’autolesionismo. Roma: Carocci.

Stanghellini, G., & Mancini, M. (2018). Mondi psicopatologici: Teoria e pratica dell’intervista psicoterapeutica. Milano: Edra.

Stanghellini, G., & Rossi Monti, M. (1999). Psicopatologia della schizofrenia: Prospettive metodologiche e cliniche. Milano: Raffaello Cortina.

Terminio, N. (2024). Lo sciame borderline: Trauma, disforia e dissociazione. Milano: Raffaello Cortina.

Clara Castaldi

Clara Castaldi, Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento fenomenologico, specializzata presso la Scuola sperimentale per la formazione alla psicoterapia e alla ricerca nel campo delle scienze umane applicate, Asl Na1. Dottoranda di ricerca in Public Administration and Innovation for Disability and Social Inclusion presso l’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”. Affianca all’attività clinica e di ricerca un intenso impegno nella formazione di operatori socio-educativi e sanitari, con corsi dedicati alla medicina narrativa, alla cura centrata sulla persona e alla fenomenologia applicata ai contesti sanitari.

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