Lettere dai MaestriPsicologia

La piazza di sotto, dal tuo terrazzino

Il mio tardo incontro con Maria Armezzani

Una serie di aperture di cielo, portici e piazze, poi il mercato coperto. 

Bancarelle nella piazza, ragazzi fuori dai bar, tramezzini e spritz-Cynar. 

Risate vive, qualcuno festeggia una laurea, mentre anziane signore raccolgono mazzi di verdura di fronte ai miei occhi coperti dal cappello e il negozio d’arte ha appena aperto i battenti per il turno pomeridiano. 

A “Copenaghen” svendono paccottiglia, mentre il Palazzo della Ragione li osserva ragionevolmente a distanza, soppesando i secoli, perdonando le mode, curandosi dei commerci. 

Mentre i padovani sonnecchiano passeggiando i cani, alla seconda colazione.

Si apre da Piazza delle Erbe un camminamento, stretto e alto ad un tratto. Via Francesco Squarcione. Me l’hai dovuto ripetere due volte, perché potessi non sbagliarmi con il cognome. Con l’indirizzo. Uno dei primi numeri, sulla sinistra. In alto. 

Ci son passato da Padova, per qualche tempo da Padova, passando per Venezia o Bologna. 

Ci son passato per imparare ad osservare, sostare a fianco del dolore, provare a combatterlo. 

Ci son passato per apprendere come curarmi degli inguaribili. 

Curarmi dei bambini, inguaribili sognatori.

Ci ho provato una prima volta a passare a trovarti, ma non ce l’abbiamo fatta, periodo intenso per te. Per me anche. Alle prese con l’insoddisfazione io, con il lutto della eterna promessa, ma non per colpa mia, serrato dall’angoscia che schiaccia, con la voglia che viene a mancare come l’entusiasmo, con la perdita delle certezze che m’ero costruito nonostante tutto, cieco di troppo entusiasmo. 

Che, come dice Louis Ferdinand Céline, l’uomo si fa fottere dall’entusiasmo. 

Ed io, modestamente, ero fottuto.

M’affacciavo alla tua porta, perché, pensavo, sarebbe stata una buona idea conoscerci, dare un corpo ai nomi. Dare presenza alle firme. 

M’affacciavo in via Squarcione con la speranza di essere accolto, sulla fiducia. 

Entrato nel portoncino sotto i portici, una scala ripida come una parete attendeva i miei passi, dopo quelli di centinaia e centinaia di allievi e colleghi, maestri e amici. Dopo anni, con anni di ritardo dalla lettura de’L’enigma dell’ovvio, giungevo anche io alla tua porta. 

Che mi apristi sorridendo, con una sigaretta in mano e un quaderno nell’altra.

Il PC sistemato sul tavolo, appena fuori dalla cucina, circondato da libri, e sempre acceso.

Avevo portato con me una bottiglia di un bianco veneto, consigliatomi da un solerte, forse troppo solerte banconista del mercato coperto, di fronte al banco delle carni. Dopo averla messa via in frigo, mi dissi che avevi da parte una bottiglia del tuo prosecco preferito, che ti facevi giungere in quantità direttamente a casa dalle colline. 

Iniziammo a parlare facendo tavola, tra i due divani e sotto metri di libri e quadri. 

Di fronte a due finestre aperte sulla città, sul mercato e i commerci della gente. Oltre il terrazzino. Il tuo personale affaccio sulla città e sul mondo.

Passammo così alcune ore a dirci di noi. Di famiglie, di lavoro, di vita e maestri, il tuo Bruno e il nostro Lorenzo, Ferlini poi, Giovanni e Arnaldo. Ci dicemmo della Associazione, che ti ringraziai anche quella volta di aver voluto creare, della solitudine della psicologia e degli psicologi. 

Delle nostre possibilità di azione in un mondo di acronimi. Anche psicologici.

Parlasti di poesia, e di metodo. Delle parole che non devono mancare.

Di fenomenologia, di stupore, sorseggiando il tuo prosecco e sempre citando uno o l’altro dei tuoi allievi padovani, quello poi che stavi seguendo nella tesi nonostante avessi già terminato da non poco tempo la tua vita universitaria. Un “gioiello”, credo di ricordare, lo definisti.

Ed io lì, a invidiare tutti quei ragazzi e quei giovani colleghi che ti avevano avuta quale maestra, io che di maestri ne ho avuti, che di esempi non me ne sono mai mancati. Che di incontri ne ho fatti e di errori pure. Lì, ad invidiare il tempo dei figlinesi-padovani, i loro racconti e la bellezza delle tue lezioni.

Ti avevo letto e riletto. L’Enigma ha rappresentato, e tutt’ora rappresenta, una delle colonne portanti della mia idea di psicologia fenomenologica possibile. Quella tua idea senza sconti (che è anche di molti di noi).

Un tuo lavoro poi, Il contributo di Husserl alla Psicopatologia, uscito in un piccolo volume a cura della tua amica Francesca Sbraccia, lo porto sempre con me. È con quello che inizio tutte le mie lezioni, su qualunque argomento vertano.

Perché sempre di apertura si tratta, e le tue idee aprono al prosieguo personale di ognuno, apriranno ancora al prosieguo personale di tanti. Al percorso verso la cosa stessa oltre noi altri a partire da noi altri.

Parlammo molto, e mi dicesti poi della tua esperienza degli ultimi mesi. 

Di quegli ultimi mesi ci dicemmo molto, e apertamente. Dialogammo su quella tua insofferenza, e dell’umanità ultima che avrebbe dovuto salvarci. 

Della curiosità che avrebbe dovuto ristabilire l’ordine delle priorità nella cura dell’uomo sull’uomo. 

Il mio periodo padovano poi finì. 

Lasciai Emilio, i suoi spiccioli nella mano e i suoi tanti nipoti sotto i portici di via Ospedale Civile o davanti alla stazione dei treni. Salutai l’hospice pediatrico, Belluno e la bassa padovana, Franca, Valentina, Antuan e Irene.

Tornai ancora una volta in via Squarcione. 

Sempre con la stessa bottiglia di bianco, l’ultimo giorno del master. 

Poi ci seguimmo via telefono, condividemmo la conferenza AIPF sul metodo poetico, e le letture di Perec lo scorso dicembre, che mi commentasti via messaggio. Poi ancora al telefono.

“Che cosa vuol dire essere fenomenologi”, citando il sottotitolo che avevi voluto dare al lavoro di cui dicevo più su. 

Che cosa significa averti avuto come maestra, cosa vuol dire averti incontrata se non essersi stupiti della distanza che non può esserci, aver sperimentato la libertà di essere come si è, il pacifico rigore di una scelta, la partecipazione della prima volta, la vicinanza per mìmesi. 

Aver sperimentato il rispetto sincero di un sorriso, di una pausa di attesa. Come fosse semplice.

Hai lasciato bravi e tanti allievi, non sarai solo ricordata. 

Il tuo pensiero, il tuo metodo e il tuo stile coltiveranno altre generazioni, futuri appassionati fenomenologi.

In ultimo, cara Maria, una promessa mantenuta.

Presto “mi farò leggere”, e sarà, te l’assicuro, solo merito tuo.

Alla prossima, nuova, occasione.

Paolo

Paolo Colavero

Psicologo e psicoterapeuta, UOC Oncoematologia Pediatrica ASL Lecce, vice caporedattore della rivista "Comprendre". Socio fondatore della Scuola di Psicoterapia Fenomenologico-Dinamica, socio e membro Comitato Scientifico della Società italiana per la Psicopatologia Fenomenologica. Socio e docente Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo, socio AIEOP e membro direttivo GDL Psico-sociale. Co-autore, con Lorenzo Calvi, di 'La Luce delle cose' (Mimesis, 2019), curatore di 'Storie cliniche' e 'Il Paradigma Erlebnis', con Gilberto Di Petta (EUR 2014, 2016), 'L'animale di gruppo' (Mimesis, 2011).

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