I libri della fenomenologiaPsicoterapia fenomenologica

Presentazione radio di “Alle cose stesse. Monologhi sulle forme del corpo e dello spazio”

Dopo una vita trascorsa a esaltare il dialogo – dedicandovi anche un libro sul tema (Raffaello Cortina Editore, 2017) – Giovanni Stanghellini ammette di avere “esagerato”. Risponde così l’autore del secondo volume (Quodlibet, 2024) della trilogia Clinica dell’informe. A intervistarlo ai microfoni di UniTo Live è Alessandro Zennaro, Professore ordinario di Psicopatologia e psicodiagnostica presso l’Università degli Studi di Torino. Stanghellini espone la ragione per cui ha ritenuto necessario “saltare” al di là della scrivania, dando per la prima volta pienamente voce al dispositivo del monologo. Una scelta che definisce “sana”, per sé e per i suoi pazienti: sedersi accanto al paziente, alla persona, all’Altro – piuttosto che dirimpetto, ovvero entro la consueta visione in terza persona. È la logica oggettivante del “me” versus “l’altro”, del “sano” contrapposto al “malato”, a non convincere più Stanghellini. Assumere la prospettiva dell’Altro – fianco a fianco –, dismettendo lo sguardo diagnostico e indagatore, fa sentire il paziente maggiormente compreso. Allora il monologo, nel tentativo di annullare le differenze, elude i limiti del dialogo per divenire conseguenza di una logica dell’esplorazione del mondo dell’Altro. Un avviarsi, come il titolo del libro suggerisce, Alle cose stesse. Ovvero del tentativo di vedere gli occhi con lo sguardo dell’Altro, in cui l’atto del monologare si fa dispositivo terapeutico e didattico.

L’autore espone la genesi di questo secondo volume della trilogia. Un libro che nasce come convoluto di frammenti; non solo clinici ma anche letterali, musicali, pittorici e cinematografici. Nondimeno, spiegando di non aver voluto scrivere un testo di psicopatologia pseudo-letteraria o di letteratura pseudo-psicopatologica, Stanghellini li definisce “frammenti in cerca di un personaggio”: un personaggio fittizio, voce monologante, attorno al quale detti frammenti si sono coagulati. Dare voce alla frammentarietà diviene dunque il tentativo di eludere ogni narrazione posticcia, di comodo con cui si è soliti domesticare la conflittualità e l’incoerenza che abitano l’alterità. Un esercizio atto a dismettere la pretesa di pensare esclusivamente attraverso il prisma delle strutture e delle narrazioni.

L’invito finale, proposto dall’autore, è quello di lasciarsi ferire dai frammenti che provengono dall’Altro, pronunciati per bocca del paziente, della persona sofferente, dal mondo adolescenziale. Accogliere la frammentarietà, cifra della realtà dell’Altro, dandole voce; per giungere, infine, Alle cose stesse


Alessandro Sergio

Dottore in psicologia. Attualmente svolge attività di tirocinio post-laurea presso la Cooperativa Sociale Agape di Salerno. Collabora con unʼassociazione che promuove pratiche di mediazione e giustizia riparativa presso alcune case circondariali della Campania. Per la medesima associazione riceve in uno spazio dedicato gli autori di condotte antigiuridiche nellʼottica del reintegro della consapevolezza del disvalore sociale e della gestione delle violenze relazionali.

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