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Oltre la Psicoterapia

Per una clinica dell'esistenza

Psicoterapia: terapia della parola. Il setting è definito, e caratterizza la relazione diadica tra paziente e terapeuta. Mettendo tra parentesi qualsiasi sovrastruttura teorica, possiamo ridurre questa relazione a un dialogo tra due Dasein.

Soffermiamoci, utilizzando l’artefatto della scissione, sull’Esser-ci nell’accezione di Ente al quale non è indifferente il proprio modo di essere in un determinato senso: specificazione fondamentale, per ora, dell’Esser-ci degli Esistenti e non dell’Esser-ci dell’Esistenza.
Questa relazione terapeutica, all’apparenza così definita, potrebbe allora essere descritta come un momento durante il quale Esser-ci asseriscono su enti, che a loro volta sono Esser-ci che asseriscono su enti.

“Asserire” o “giudicare su qualcosa” deve essere inteso come il determinazione di qualcosa come qualcosa; il centro dell’asserzione risulta quindi essere il “su-cui” essa si esprime. L’asserire, tuttavia, non media un rapporto originario con l’Ente, poiché tale rapporto è possibile unicamente sulla base di un Essere-già-presso l’ente (Heidegger, 1978/2024).

Già da questo passaggio possiamo rintracciare una semplificazione nel processo psicoterapeutico. Perché dare per scontato che il paziente abbia un rapporto non problematico, pre-riflessivo, con la dimensione dell’Essere-già-presso? Sorvolare su questo aspetto potrebbe inficiare l’intero processo terapeutico, o, comunque, impedire di considerare elementi che potrebbero guidarci nella comprensione dell’altro.

Approfondiamo questo punto considerando l’asserire come modalità di intenzionare qualcosa, quindi come modalità del Riferirsi-a. Partendo da questo presupposto, possiamo sostenere che l’intenzionalità si rapporti all’ente semplicemente presente, in quanto trascendenza ontica; ma tale relazione è possibile unicamente sulla base della Trascendenza originaria, intimamente legata all’essere e alla sua comprensione, e quindi alla comprensione di ciascuno di noi.

Nel contesto terapeutico (e non solo) sarebbe dunque necessario prendere in considerazione il fondamento che media il rapporto originario con l’ente, cioè con il mondo.
Soffermarsi unicamente sulla trascendenza ontica — pur riconoscendone la necessità, sebbene non sufficiente — rappresenta un grave limite. Nel caso specifico, soffermarci sulla trascendenza ontica equivale a concentrarsi sull’intenzionalità senza prendere in considerazione che la stessa è possibile solo e soltanto in relazione al fondamento della trascendenza originaria..

Occorre allora chiarire il concetto di trascendenza originaria in rapporto a quello di ente.
Per Heidegger (1978/2024), la trascendenza rappresenta la costituzione fondamentale dell’Esserci. Ma trascendere, superare — per andare dove, verso cosa?
Ciò che viene superato è l’ente, che può manifestarsi al soggetto proprio in virtù della sua trascendenza, con il carattere dell’incontro; ma l’ente non è il verso-cui.
Ciò verso cui il soggetto trascende è il Mondo, e definiamo questo fenomeno fondamentale come Essere-nel-mondo.
Attenzione, l’Esserci non è un essere-nel-mondo perché esiste effettivamente, ma, al contrario, può esistere effettivamente come Esserci solo perché la sua essenza è di Essere-nel-mondo.
L’Esserci trascendente, in quanto essere-nel-mondo, dà all’ente la possibilità di entrare nel mondo, e questa possibilità non consiste in nient’altro che nel trascendere.

È chiaro, quindi, che l’Esserci si progetta in base all’in-vista-di sé stesso come totalità delle possibilità essenziali del proprio poter-essere. Da un punto di vista ontico-esistentivo, tuttavia, nel progettarsi bisogna sempre fare i conti con la finitezza della libertà, che dispiega possibilità.

Dobbiamo poi mettere in luce quale sia la possibilità interna della trascendenza. Heidegger (1978/2024) la individua nella temporalità stessa, concepita come l’autentico a-priori che precede ogni ente e ogni esperienza. Il Tempo, infatti, non “è”, ma “si temporalizza”.
La temporalità si fa unità in sé stessa e, attraverso questo processo, diventa orizzonte temporale. È questo orizzonte, scaturito dalla temporalizzazione, a fondare l’ingresso nel mondo e a permettere all’Esserci di progettarsi secondo l’in-vista-di, carattere primario della trascendenza.

Concludendo: nella trascendenza l’Esserci trascende sé stesso in quanto Ente, ed è questo trascendimento che gli consente di essere, in fondo, sé stesso. È questo essere-per-sé-stesso che costituisce l’essere dell’Esserci e rappresenta il presupposto delle diverse possibilità del comportamento ontico.
A maggior ragione, dunque, dobbiamo chiederci quale sia il senso di spiegare l’unicità di un paziente a partire dalla sua esistenza ontica, senza volgere, almeno in parte, lo sguardo alla sua essenza, cioè al presupposto del suo comportamento ontico. Occorre ricordare di non cadere nell’errore di considerare l’ontico a immagine e somiglianza dell’ontologico.

Durante l’incontro terapeutico, l’elaborazione di vissuti, esperienze ed emozioni, determinati e determinanti, consiste effettivamente nell’attività di asserire su prodotti del pensiero, considerati come enti. Portare a coscienza — ovvero accompagnare l’altro nel tentativo di riconoscere, quindi intenzionare e infine asserire — su tali prodotti del pensiero che agiscono in modo automatico, rappresenta certamente una soluzione che consente di agire su di essi e modularli da un punto di vista puramente ontico.
Ciò può avere effetti positivi sul funzionamento, ma ci avvicina davvero alla nostra autenticità?
Non possiamo esimerci dal volgere lo sguardo alle fondamenta più profonde di quello specifico essere-nel-mondo per raggiungere una consapevolezza maggiore, entrare in contatto con la nostra unicità e autenticità, e quindi con il presupposto di ogni esperienza.

Giunti a questo punto, il confronto con la Daseinsanalyse di Binswanger diventa inevitabile.
In essa è chiaro l’intento di Binswanger (1978) di applicare, nella cornice ontica dell’esistenza umana, i concetti ontologici elaborati da Heidegger.
Come scrive lo stesso psichiatra, si prendono in esame “situazioni fattuali riguardanti forme e configurazioni dell’esistenza che si presentano effettivamente” (Binswanger, 1963/1978), per poi tracciare, tramite un’attenta antropoanalisi, il progetto-di-mondo disfunzionale del paziente.
Accettiamo quindi la descrizione delle “condizioni di esistenza” — ossia del presupposto esistenziale — ma riduciamo il campo di indagine a queste sole situazioni fattuali, trascurando il rapporto che tali possibilità ontiche intrattengono con i presupposti grazie ai quali possono darsi.

Citando Needleman (in Binswanger, 1978), per Binswanger gli esistenziali heideggeriani non trasformano i fenomeni dell’esistenza umana venendo a contatto con essi, ma indicano i modi essenziali in cui la presenza costituisce il mondo.
Perché allora dare il primato al costituito rispetto al costituente?
Per Binswanger (1978) la psicopatologia è lo studio delle modificazioni della struttura essenziale della presenza che conducono a un “restringimento”, una “contrazione” o un appiattimento del mondo.

Tuttavia, possiamo individuare due ordini di errore.
Il primo è descrittivo: consiste nel descrivere tali modifiche in termini ontici.
Si pensi al caso Ellen West: Binswanger (1944–1945/2011) descrive come l’essere-nel-mondo della paziente sia dominato dalla polarità Etereo/Sepolcrale; quello di Jürg Zünd dalla coppia Spinta/Pressione; quello di Lola Voss da Familiarità/Non familiarità.
Dall’analisi dell’Esistenza ontica del paziente egli deduce quindi alterazioni ontologiche, ma descritte ancora in termini ontici.

Il tentativo di Binswanger è, a nostro avviso, un processo a ritroso parziale: cerca di spiegare il prodotto finale correlandolo, post hoc, agli esistenziali.
Descrive alterazioni dell’a-priori mediante concetti che appartengono alla semantica dell’a-posteriori.
Crediamo, tuttavia, che la correlazione sia reale, ma vada problematizzata e non concepita come un ponte ad hoc tra fondato e fondante. Cosa accade in quel rispecchiamento, in quella correlazione?

Binswanger compie senz’altro un artificio intelligente nel tentativo di descrivere gli esistenziali, ma, una volta giunto a essi, è necessario comprendere anche come influenzino il comportamento ontico di ciascuno di noi, verificando eventualmente la presenza di distorsioni.
Si potrebbe obiettare che il filosofo svizzero utilizzi un linguaggio metaforico per superare l’impasse data dall’assenza di un linguaggio coerente alla descrizione dell’a priori; tuttavia, anche accettando queste premesse, non possiamo accogliere pienamente le conclusioni.
Binswanger passa infatti dall’uso della metafora come strumento descrittivo del progetto di mondo del paziente a un’eccessiva concentrazione su di essa: tende a ipostatizzare la metafora, trattandola come una realtà a sé stante.
Incanala e costringe la realtà del paziente entro le maglie della metafora.
Certo è che Binswanger, nelle descrizioni citate, voglia intendere queste polarizzazioni in senso ontologico, ma il fatto che devono essere intese in senso ontologico è un passaggio interpretativo che non è pienamente giustificato dalla scelta del linguaggio e, appunto, della metafora; né tantomeno intendere queste polarizzazioni in senso ontologico ci deve giustificare dal non prendere in considerazione, in maniera critica, il rispecchiamento tra fondato e fondante.

Come osserva Han-Pile (2016), la critica di Foucault (1966) all’antropologia esistenziale si concentra proprio sull’errore di considerare l’uomo come uno “strano doppio trascendentale”, con la conseguenza di attribuire ai contenuti ontici una funzione “quasi trascendentale”.

Da ciò deriva anche un secondo errore, di natura riduzionistica: sembra alquanto forzato ridurre il Progetto-di-mondo dell’altro — ossia la struttura a-priori, la matrice di significati e possibilità attraverso cui il suo specifico essere-nel-mondo si costituisce (Binswanger, 1978) — a una sola coppia polarizzata.
Anche se le coppie fossero due o infinite, si tratterebbe comunque di una riduzione.
L’analisi di un eventuale progetto-di-mondo non può prescindere dalle correlazioni tra Fondamento e fondato, dal loro rispecchiarsi, ancor prima di valutare le possibili distorsioni.

A questo punto non crediamo che Binswanger commetta un errore di natura paradigmatica, ma piuttosto di confusione semantica.
Questo ci consentirebbe di ripartire da una base solida per elaborare una semantica che includa il rapporto tra l’ontico e l’ontologico — una semantica capace di tener conto degli sviluppi del discorso sul rispecchiamento tra Essere e uomo.

Per tornare al punto di partenza: la psicoterapia, allo stato attuale, tende a ricadere nello stesso errore, quello di soffermarsi sull’ontico, creando una simulazione della realtà ontica del paziente attraverso un doppio artificio — una creazione artificiale e decontestualizzata situata all’interno del setting.

L’obiettivo di questo breve scritto è sottolineare la necessità di problematizzare determinati concetti, provando a ridisegnare l’incontro terapeutico con l’altro e accompagnandolo — e dunque accompagnandoci — verso un percorso che conduca alla “comprensione dell’essere, intesa come essenza dell’esserci” (Heidegger, 1978/2024), entrando in contatto, quindi, con la nostra essenza.

Bibliografia

  1. Binswanger, L. (1978). Essere nel mondo. Astrolabio Ubaldini.
  2. Binswanger, L. (2011). Il caso Ellen West. Einaudi. (Pubblicazione originale 1944-1945)
  3. Gabbard, G. O. (2018). Introduzione alla psicoterapia psicodinamica. Raffaello Cortina.
  4. Han-Pile, B. (2016). Phenomenology and anthropology in Foucault’s “Introduction to Binswanger’s Dream and Existence”: A mirror image of the order of things? History and Theory, 55(4), 7–22.
  5. Heidegger, M. (2024). Principi metafisici della logica. Mimesis. (Pubblicazione originale 1928)

Luigi Iacuaniello

Laureato in Medicina e Chirurgia, specializzando in Psichiatria presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II.

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