Introduzione alla rubrica Connessioni 

In una scena del film Linquilino del terzo piano di Roman Polanski, il protagonista Trelkovsky, interpretato dallo stesso Polanski, si chiede che ne sarebbe di lui se perdesse tutte e due le braccia, sarebbe ancora lui? Certo, si risponde, potrebbe dire me e le mie braccia. E se poi, ipoteticamente, perdesse entrambi i reni? Potrebbe sempre dire me e i miei reni. Ma se qualcuno gli tagliasse la testa? Potrebbe dire forse me e la mia testa? O sarebbe meglio dire me e il mio corpo? Trelkovsky conclude esclamando: “che diritto ha la mia testa di chiamarsi me?”. Questo monologo rappresenta un riassunto del complesso dibattito sulla questione mente – corpo iniziato nell’antichità e oggi più vivace che mai. Questa spinosa questione non è solo importante ad un livello filosofico, ma anche ad un livello epistemologico.

La questione di quanto il corpo sia coinvolto nel funzionamento mentale è infatti direttamente collegata a discipline fortemente pratiche come la psicologia, la psichiatria e la pedagogia, oltre ad essere probabilmente la ragione della loro turbolenta convivenza. Discussioni e spaccature teoriche, all’interno del mondo Psy, sono spesso nate a partire da problemi epistemologici simili a quelli che si pone il protagonista del film di Polanski: io risiedo nel mio corpo? Questa domanda, anche se a prima vista sembra appartenere al mondo della filosofia, è invece di estrema importanza per la disciplina psicologia, un’importanza vitale: se io sono il mio corpo, cioè coincido esattamente con il mio corpo, la psicologia, in quanto disciplina interessata alla psiche, perde il suo diritto di esistenza, semplicemente perché non esiste più una psiche, o comunque quel che resta della psiche verrà esaminato e spiegato in termini organici e fisiologici e inserito all’interno della disciplina medica. Un’affermazione simile può forse sembrare un’esagerazione, ma la posta in gioco, in questo campo di lotta per la presa della mente umana, è proprio la possibilità di esistenza. Non è un caso che l’attuale dibattito su questi temi veda schierati in prima linea i cosiddetti eliminativisti, riduzionisti, fisicalisti o naturalisti che, seppur differendo tra loro, ribadiscono la necessità di studiare sopra ogni altra cosa il sistema nervoso, “contro” i dualisti, coloro che invece difendono la natura psicologica dell’esperienza umana e la considerano non riducibile a meri eventi fisici. Entrambe le posizioni sono epistemologicamente problematiche, tanto che nel corso degli anni sono emerse numerose proposte intermedie che tentano di salvare la ricchezza e l’irriducibilità del mondo psichico pur tenendo conto dell’importanza delle neuroscienze, della biologia e dell’etologia[1]. Ma anche dopo infiniti dibattiti e proposte la domanda resta ingombrante: io sono il mio corpo o c’è qualcosa di più? Il mio mondo interiore, soggettivo, le mie fantasie, credenze e desideri sono reali o sono solo illusioni e l’unica cosa cosa che rimane alla fine è il mio sistema nervoso, i suoi neuroni e le sue connessioni?

La fenomenologia si inserisce in questo dibattito in maniera del tutto inedita e originale, mostrando come utilizzare i concetti di “dentro” e “fuori” per intendere la soggettività e il mondo oppure il mentale dal corporeo sia del tutto inadeguato e fuorviante. Secondo la fenomenologia, l’idea di qualcosa di astratto, mentale ed etereo contrapposto al mondo reale, fisico è infatti un presupposto ingenuo, figlio di un’atteggiamento pregiudiziale nei confronti del mondo e dell’esperienza umana:

“Le scienze ordinarie lavorano sulla base della tacita convenzione che c’è una realtà indipendente dalla mente dall’esperienza e dalla teoria. Assumono che la realtà è la fuori, in attesa di essere scoperta e indagata, e lo scopo della scienza è quello di acquisire una conoscenza rigorosa e oggettivamente valida di questo regno dato” (Gallagher, Zahavi, 2008, p. 36).

Questo atteggiamento, in parte eredità cartesiana, è quello che Husserl definisce come atteggiamento naturale e che in filosofia della mente viene a volte definito come realismo ingenuo. Secondo la fenomenologia, questa nostra modalità naturale e intuitiva va messa tra parentesi, senza darla per scontato, e successivamente andare ad indagare proprio ciò che rende possibile questo tipo di esperienza. Non dubitare dell’esistenza del mondo quindi, ma indagare le possibilità stesse della nostra esperienza del mondo, senza dare per scontato la nostra esperienza del mondo. La fenomenologia propone insomma un cambio di prospettiva: decentrarsi dalle classiche posizioni dualiste o materialiste per tornare ad occuparsi dell’esperienza stessa.

Ma cosa significa esattamente occuparsi dell’esperienza stessa? Si prenda come esempio una banale percezione di una sedia. Per quanto semplice essa sia, se ci soffermiamo e prestiamo attenzione alla nostra esperienza, cioè mettiamo tra parentesi l’esperienza percettiva familiare e intuitiva dell’osservazione di una sedia, ci possiamo accorgere accorgiamo di alcune cose. Per esempio che alla nostra percezione viene attribuito un indice di realtà, non dubitiamo neanche per un istante che quella sedia sia finta o sia un’illusione, ci si potrebbe chiedere quali sono i vincoli entro cui deve stare la nostra percezione per essere definita reale. In secondo luogo ci rendiamo conto di come noi non vediamo tutta la superficie della sedia, ma solo delle parti, quelle esposte al nostro campo visivo. Eppure noi non dubitiamo che quella che stiamo percependo sia solo una parte della sedia, ma siamo certi che quella sia proprio una sedia “completa”, anche se non vediamo alcune sue parti. Infine ci potremmo rendere conto di come il nostro sguardo non sia mai disinteressato, ma sempre in un certo senso “impegnato” rispetto a una situazione specifica. Se sono stanco vedrò la sedia come un comodo appoggio per riposarmi, se devo cambiare una lampadina la vedrò invece come uno sgabello su cui salire, se mi sto cambiando la vedrò come un appoggia abiti, e così via. E’ sempre la stessa sedia ma la mia intenzione in qualche modo la modifica, o almeno modifica il mio rapporto con quella sedia, un rapporto che è subordinato al mio agire-nel-mondo. E’ chiaro che non si possono descrivere e delineare queste caratteristiche relativa alla coscienza e alla percezione se non ricorrendo ad esame dell’esperienza stessa. E’ quindi questo il cambio di prospettiva, non chiedersi tanto se hanno più ragione i dualisti o i materialisti, ma tornare alle cose stesse, all’esperienza. Prima di chiedersi se il cervello causa la mente o se la coscienza esiste separatamente dal corpo ci si dovrebbe chiedere che cos’è la coscienza, com’è fatta la nostra esperienza dell’essere coscienti di qualcosa.

Ma in che modo questo cambio di prospettiva e questa metodologia può essere di aiuto nell’attuale dibattito riguardante la questione mente – corpo? E quali sono le ricadute di tale cambio di prospettiva in ambito clinico? Come abbiamo visto la fenomenologia non si schiera a favore del dualismo e tantomeno del riduzionismo, ma propone una sorta di terza via. Una delle idee che stanno alla base della fenomenologia è che il dibattito tra le due correnti sarebbe portatore di un errore originario. Il problema sarebbe per così dire impostato male e, in ogni caso, non c’è chiarezza nei concetti. Che cos’è la coscienza? In che modo è strutturata la mia modalità di percepire il mondo? Com’è possibile che io mi percepisca sempre come me stesso ma allo stesso tempo senta lo scorrere del tempo? Queste domande sono più specifiche e più ancorate all’esperienza della vita. La fenomenologia tenta di rispondere a queste domande considerandole prioritarie rispetto al dibattiti sulla riduzione o meno dei contenuti mentali al sistema nervoso. Il caso vuole che dello stesso avviso, seppur con una terminologia differente, siano diversi recenti filoni di ricerca nell’ambito delle neuroscienze e della psicoterapia.

A partire dagli ultimi anni del XX secolo e in questi primi anni del XXI secolo è avvenuta ad una piccola rivoluzione nel campo della psicoterapia, resa possibile da autori come Antonio Damasio, Giacomo Rizzolatti, John Bowlby, Giovanni Liotti, Daniel Siegel, che hanno impostato un nuovo modo di intendere il rapporto cervello-mente-mondo, fornendo le basi per ripensare il processo di cambiamento e di trattamento psicoterapeutico. Numerose sono le impostazioni terapeutiche che si sono generate da questo importante cambiamento di prospettiva, molte appartenenti a quella che è stata definita “psicoterapia cognitivo comportamentale di terza generazione”, un’insieme di tecniche e modelli di intervento che comprendono Mindfulness Based Cognitive Therapy (MBCT), Dialetic Behavior Therapy (DBT), Acceptance and Commitment Therapy (ACT). Un’altro importante contributo degli autori sopracitati è quello di aver posto le premesse teoriche per tutte quelle pratiche terapeutiche più dichiaratamente bottom up, come la Psicoterapia Sensomotoria, l’EMDR o la Psicoterapia Integrata Corporea. L’uomo di cui si occupano è un uomo che oltre a pensare e a riflettere è un uomo impegnato in un mondo, un uomo con un corpo che occupa un certo spazio, che tocca e che viene toccato, un corpo che non dimentica e che influisce nelle nostre vite tanto quanto il ragionamento e la logica, se non di più. Il corpo quindi è entrato prepotentemente nella stanza e nella mente del terapeuta in una modalità per molti versi inedita. Non è un caso che il più recente di libro di Bessel van der Kolk, uno dei maggiori esperti al mondo sul trattamento del trauma, si intitoli “The body keeps the score”, tradotto in italiano “Il corpo accusa il colpo”, come a dire “la risposta è nel corpo”, “bisogna ripartire dal corpo”. Ed è proprio questa nuova prospettiva che costituisce, all’interno del campo della psicoterapia, una terza via per capire il rapporto tra il mentale e il fisico: ripensare il corpo. Ecco quindi che la fenomenologia rappresenta un valido interlocutore e un’importante alleata in questa nuova esplorazione del corpo in psicologia e in psicoterapia. E’ infatti possibile notare come ci siano delle concordanze tra diverse intuizioni derivanti della fenomenologia, sia clinica che teorica, e alcune delle più recenti proposte teoriche nel mondo della psicoterapia e delle neuroscienze. Solo per fare un esempio, è possibile tracciare una connessione tra l’epoché, o sospensione dell’atteggiamento naturale teorizzato da Husserl, con la pratica della Mindfulness. Nei prossimi articoli verranno discusse più nel dettaglio alcune di queste interessanti concordanze.

L’intento non è solamente quello di rintracciare eventuali antecedenti storici in teorie attuali, ma quello aprire un dialogo tra diverse posizioni. La psicoterapia e in generale la psicologia, sta attraversando infatti un momento di grandi cambiamenti. Teorie “forti” dal punto di vista dell’influenza epistemologica, come quelle psicoanalitiche o cognitivo-comportamentali stanno convergendo verso visioni comuni, cosa impensabile anche solo una ventina di anni fa. Le neuroscienze da un lato e l’approccio etologico dall’altro hanno reso possibile una discussione più seria tra differenti approcci e hanno ridimensionato visioni poco plausibili del funzionamento psichico. All’interno di questa cornice storica anche la fenomenologia si inserisce a pieno titolo nel dibattito come portatrice di conoscenza e di diversità. Il futuro della psicologia, e quindi anche della psicoterapia, dipenderà allora dall’esito dell’incontro tra le sue stesse teorie, che per anni si sono dichiarate incompatibili. Sarà un incontro faticoso e impegnativo, alcuni concetti resisteranno, altri dovranno essere abbandonati. Certo, si può sempre decidere di rimanere ancorati al proprio approccio di appartenenza, al sicuro da ogni possibile messa in discussione, ma rinunciando all’incontro con la diversità una teoria non potrà altro che rimanere una sterile e cieca sicurezza.

[1] Per una rassegna vedi A. Paternoster (2002), Introduzione alla filosofia della mente, Editori Laterza, Bari.

 

Bibliografia

  • Damasio (1994), L’errore di Cartesio, Adelphi, Milano.
  • Damasco (2003) Alla ricerca Spinoza, Adelphi Milano.
  • Damasio(2012) Il sé viene alla mente, Adelphi, Milano.
  • Bowlby (1988), Una base sicura, Raffaello Cortina, Milano.
  • Gallagher, D. Zahavi (2008), La mente fenomenologica, Raffaello Cortina, Milano.
  • Liotti (2001), Le opere della coscienza, Raffaello Cortina, Milano.
  • Liotti, F. Monticelli (2014) Teoria e clinica dell’alleanza terapeutica, Raffaello Cortina, Milano.
  • Paternoster (2002), Introduzione alla filosofia della mente, Editori Laterza, Bari.
  • J. Siegel (2009) Mindfulness e cervello, Raffaello Cortina, Milano.
  • J. Siegel (2013) La mente relazionale, Raffaello Cortina, Milano.
  • Rizzolatti, C. Sinigaglia, (2006) So quel che fai, Raffaello Cortina, Milano.