La tecnica della moviola come rielaborazione delle narrative personali

PARTE PRIMA

Aspetti teorici e metodologici

1.La metodologia di base della terapia cognitiva

Nonostante diverse prospettive storiografiche siano possibili, è stato osservato che l’approccio cognitivo alla psicoterapia nasce con l’esigenza – sentita tra gli anni 60 e 70 da alcuni terapeuti statunitensi di formazione analitica – di rinnovare la teoria e la prassi clinica a partire da ciò che concretamente prova e pensa il paziente fornendo un metodo per accostarsi e cogliere specifici aspetti dell’attività conoscitiva e quindi dell’esperienza soggettiva individuale. Il tema dell’accesso conoscitivo all’esperienza soggettiva individuale è di estremo interesse scientifico e filosofico ed è tuttora caratterizzato da numerose questioni aperte che hanno una concreta ripercussione su come vengono trattate le esperienze di disagio psicologico, tanto che non certo a torto l’accesso alla singolarità dell’esperienza viene addirittura considerato come “l’unico fattore decisivo in terapia”[1].

Il comune denominatore dell’approccio cognitivista alla psicoterapia è di focalizzarsi sulla cosiddetta attività cognitiva. Le terapie cognitivo-comportamentali condividono infatti tre assunti fondamentali (Dobson 2000) che ne individuano le caratteristiche essenziali e costitutive:

  1. L’attività cognitiva influenza il comportamento
  2. L’attività cognitiva può essere monitorata e modificata
  3. Il cambiamento desiderato del comportamento può essere facilitato attraverso il cambiamento cognitivo.

L’approccio cognitivista pone infatti attenzione alla mappa del mondo e del problema che il paziente presenta e mette in evidenza il particolare significato che il soggetto vi conferisce in linea con la ormai classica citazione del filosofo stoico Epitteto: “Non sono le cose in sè stesse a preoccuparci ma le opinioni che ci facciamo di esse”. Lo sviluppo del cognitivismo clinico ha poi portato in primo piano diversi aspetti dell’individualità soggettiva – attraverso una progressiva estensione del concetto di “attività cognitiva” – dando particolare rilievo ora all’autonomia della conoscenza emozionale (Liotti 2002), ora ai processi di auto-organizzazione della conoscenza personale (Guidano 1991, Reda 1984), nonché agli aspetti metacognitivi (Semerari, Dimaggio Semerari 2003) e, seppure con diverse connotazioni, alla dimensione evolutiva della conoscenza individuale (a cominciare da Guidano, Liotti 1983).

Accanto al progressivo ampliarsi dei modelli cognitivisti della conoscenza personale e del concetto di mappa del mondo, anche il metodo della terapia cognitiva ha subito delle corrispondenti modificazioni, mantenendo comunque fondamentali aspetti di continuità. La peculiarità dei capiscuola Beck e Ellis fu di indagare intenzionalmente e sistematicamente, addestrando il paziente in seduta, le rappresentazioni coscienti e preconsce che precedono, accompagnano e seguono uno stato emotivamente problematico attraverso una procedura detta di auto-osservazione, che permette di registrare pensieri emozioni e sensazioni nel momento in cui si verificano. Beck chiamò queste rappresentazioni pensieri automatici e descrisse la sua scoperta come un modo di accedere alle esperienze dei pazienti al di là di visioni oggettivanti (vedi nota 1) e interpretazioni teoriche, che oggi chiameremmo sovrascritture (Stanghellini in press), restituendo al paziente quella sovranità sulla propria esperienza personale che la teoria e la prassi di una psicoanalisi stereotipata gli avevano tolto[2]. La ricerca e l’analisi – attraverso le pratiche di autoosservazione- di particolari elementi dell’attività cognitiva per poi attuarne una qualche forma di rielaborazione costituisce a tutt’oggi l’aspetto centrale della metodologia di intervento cognitivista. Se la scomposizione dell’esperienza in componenti di base secondo un modello derivante dalla psicologia cognitiva rappresentava il fulcro della metodologia cognitiva standard, l’ampliamento del concetto di attività cognitiva ha portato a indirizzare l’indagine e la rielaborazione cognitivista su altri aspetti della conoscenza personale, inerenti ad esempio l’organizzazione narrativa dell’esperienza stessa.

Uno dei contributi dell’opera di Vittorio Guidano, il principale a nostro parere, è stato quello di formalizzare una metodologia di intervento cognitivista indirizzata all’analisi e alla rielaborazione della attività cognitiva attraverso la declinazione delle modalità e dei registri narrativi. Possiamo considerare questa metodologia una “espansione della procedura di base” dell’intervento cognitivista, mettendo in primo piano gli aspetti di continuità delle diverse metodologie nell’ambito della vasta area del cognitivismo clinico, e proponendone un utilizzo anche integrato rispetto alle procedure standard di intervento (Giannantonio Lenzi, 2009).

Della metodologia guidaniana di analisi e rielaborazione delle narrative personali, la cosiddetta “tecnica della moviola”, daremo qui una descrizione attraverso l’analisi di alcuni brani di seduta per poi discuterne la valenza terapeutica, dopo aver detto qualcosa del tipo di analisi dei trascritti da noi utilizzato.

 

2.Un metodo di ricerca: l’analisi cognitivo-conversazionale dei trascritti di seduta

Lo studio delle sedute di Vittorio Guidano è stato affrontato nell’ambito di un progetto di ricerca avente per oggetto le interazioni e gli scambi linguistici che avvengono nelle sedute di psicoterapia cognitiva. Le sedute, necessariamente video o audio-registrate e trascritte, sono state inizialmente analizzate mediante strumenti tecnici mutuati dalla pragmatica linguistica (teoria degli atti linguistici di Austin, logica conversazionale di Grice), da teorie dell’interazione sociale (frame analysis di Goffman) e specialmente dall’Analisi Conversazionale (AC), che dà al nostro lavoro l’orientamento metodologico di fondo. Non si sono adottate nella parte iniziale del progetto le teorie cui si riferiscono i terapeuti che conducono le sedute: in questo senso la nostra analisi, con tutti i suoi possibili difetti e pregiudizi d’altro genere, può essere considerata “neutrale” rispetto alle teorie

cliniche, e mira in primo luogo a descrivere la tecnica terapeutica quale risulta dall’effettiva interazione in seduta fra terapeuta e clienti, documentabile appunto col metodo adottato[3].

 

Per conversazione si intende l’intera classe di fenomeni che coinvolgono l’attività di parola (talk in interaction) nei contesti più diversi (Galatolo e Pallotti 1999). L’idea di fondo degli analisti della conversazione è che ogni tipo di conversazione sia reso possibile dalla implicita competenza degli interlocutori su un’ampia varietà di pratiche e regole. Il fine dell’AC è quello di descrivere, accanto agli aspetti relativi ai contenuti espliciti del discorso, le tacite procedure che informano la produzione delle conversazioni. Gli studi delle interazione professionali “tendono a cogliere, in ogni tipo di incontro istituzionale studiato, i modi in cui le generali strutture dell’interazione sono selettivamente usate e trasformate allo scopo di portare avanti i compiti istituzionali”. Tutto questo comporta uno sforzo di descrizione del dettaglio di come il professionista e i suoi clienti eseguono

il loro compito nell’interazione e attraverso l’interazione. L’analisi eseguita descrive dunque le attività che si realizzano in seduta, ovvero ciò che si fa con ciò che si dice, intendendo per “ciò che si fa” non singoli atti individuali, bensì configurazioni interattive di mosse prodotte in sequenza e manifestamente interpretate dai partecipanti. L’obiettivo della ricerca è quello di descrivere da questa particolare angolazione lo svolgersi della terapia, a vari livelli di complessità strutturale: a partire dai repertori di mosse, che vengono a costituire gli

specifici tipi di attività interne alla seduta (frame), fino alla configurazione complessiva delle singole sedute e di intere serie di sedute (sequenze di frame). Applicando l’analisi a un significativo corpus di sedute, diviene possibile ricostruire la tecnica terapeutica come repertorio di attività tipiche; e si possono identificare i princìpi che organizzano l’integrazione delle attività elementari in un processo coerente – dotato di alcune costanti e molte varianti. Con un metodo simile è stata ricostruita la Intervista Circolare come specifica tecnica di terapia familiare (Leonardi e Viaro 1990); e si sono analizzate una varietà di metodologie proprie della terapia cognitiva (Lenzi e Bercelli in press).

È importante ricordare che l’analista non si basa sulla propria interpretazione delle intenzioni comunicative del locutore, bensì considera come attività ciò cui i partecipanti, Terapeuta (T) e Paziente (P) nel nostro caso, mostrano l’un l’altro di essere orientati mentre le mettono in atto e reagiscono ad esse[4].

Nell’analisi delle sedute di terapia cognitiva (Bercelli Lenzi 1998) si è indirizzata l’osservazione su alcuni punti fondamentali:

  1. descrivere i tipi di atti linguistici presenti: i singoli enunciati, le singole mosse di una conversazione, contribuiscono a realizzare attività sociali quali ad esempio asserire, esprimere uno stato d’animo, lamentarsi, accusare, comandare, incoraggiare ecc.
  2. ipotizzare sistemi di regole che riflettano la distribuzione degli atti linguistici tra i partecipanti, le modalità della presa del turno e della correzione conversazionale;
  3. descrivere il modo in cui le regole di interazione vengono comunicate e negoziate dai partecipanti (cooperazione);
  4. descrivere le modalità tipiche di sviluppo della sequenza conversazionale;
  5. descrivere le configurazioni ricorrenti (in termini di attività linguistiche, sequenze e formati di interazione);
  6. definire le competenze che vengono presupposte in quel tipo di terapia (vale a dire le competenze necessarie per produrre quelle configurazioni conversazionali) per esempio i modi in cui il terapeuta tratta l’esperienza del paziente o esprime il proprio parere di esperto.

Le analisi hanno permesso di identificare e connotare due attività di base nelle sedute di terapia cognitiva: l’indagine e la ridefinizione (Bercelli e Lenzi 1998, 2005; Lenzi e Bercelli 1999, Lenzi e Bercelli 2006) che vanno a realizzare le due fasi principali dell’intervento cognitivista: l’elicitazione/monitoraggio e la rielaborazione dell’attività cognitiva. Nell’attività di indagine il terapeuta principalmente attraverso domande elicita informazioni riguardo ai problemi e alle vicende del paziente, in forma narrativa e non-narrativa –informazioni in senso lato: fatti, opinioni, sentimenti, ecc.- principalmente attraverso domande. Di specifici modi dell’indagine –sovraepisodica ed episodica in particolare- si dirà a proposito degli esempi riportati. Solitamente nella ridefinizione il terapeuta produce un enunciato che si presenta e viene trattato dal paziente come una riformulazione di ciò che egli stesso ha detto, o come basato su ciò che ha detto, subito prima o in una parte precedente della seduta o in una seduta precedente. In questo tipo di attività il paziente può replicare confermando o contestando o commentando o aggiungendo elementi pertinenti – contribuendo così alla rielaborazione – o limitandosi a mostrare di avere inteso.

La descrizione dell’andamento di una seduta attraverso le attività conversazionali in essa realizzate può essere integrata con la valutazione di particolari aspetti delle attività conoscitive individuali, così come essi possono risultare dall’analisi del discorso praticata sempre sui trascritti di seduta. Poiché i temi delle sedute vertono comunque intorno al racconto di vicende autobiografiche abbiamo utilizzato i marcatori linguistici dell’attivazione dei sistemi di memoria, così come essi risultano dal Rating System dell’Adult Attachment Interview (Main, Goldwin in press, Crittenden 1999). Lo studio della memoria umana, così come osserva Tulving (1995, 2007), ha subito nel corso degli anni una profonda evoluzione passando dall’analisi delle performances a quella dei processi, per arrivare allo studio dei sistemi di memoria, fino ad individuare diversi sistemi di memoria separati e in interazione tra loro. Crittenden (1999, 2006) in una rielaborazione del Rating System dell’Adult Attachment Interview ispirata alla classificazione di Tulving, utilizza sei sistemi di memoria intesi come ambiti di funzionamento conoscitivo – procedurale, per immagini correlati ad un tipo di funzionamento preconscio e non verbale; memoria semantica e memoria legata all’uso connotativi del linguaggio (funzionamento conscio e verbale); memoria episodica o di fonte, memoria di lavoro che si collegano al funzionamento riflessivo e integrativo (Crittenden 2008) – per rendere conto delle varie modalità di organizzare gli stati mentali individuali in relazione a esperienze interpersonali ed emotive significative. Ci viene fornito in questo modo uno strumento per classificare e descrivere empiricamente, attraverso l’analisi del discorso, i pattern di funzionamento conoscitivo relativamente alla elaborazione delle esperienze personali. Dall’utilizzo combinato dell’Analisi della Conversazione e degli equivalenti linguistici dell’attivazione dei Sistemi di Memoria deriva un metodo di studio di quello che accade in seduta in grado di cogliere in modo integrato gli aspetti essenziali di una metodologia terapeutica. Questa metodologia integrata di osservazione realizza quella che denominiamo analisi cognitivo-conversazionale.

 

[1] Numerosi sono i risvolti epistemologici inerenti il metodo dell’auto-osservazione, specie inerenti all’accezione di self-observation proposta da Guidano collegandola al metodo della moviola e differenziandola dal self-monitoring (1995). Possiamo mettere in evidenza alcuni aspetti di tali problematiche attraverso le questioni poste da Giovanni Stanghellini sui limiti dell’empatia e sulle possibilità di esplorazione della soggettività tramite la negoziazione dialogica delle narrative personali. La tesi di questo lavoro è che tale modalità conoscitiva trovi nella metodologia conversazionale della moviola una sua innovativa e sistematica modalità di attuazione.

“Can subjectivity be made accessible for direct examination, or does such examination necessarily imply an

objectivation and consequently a falsification? The objectification of subjectivity may occur:

  1. in the process of reflection (does reflection imply a third person approach to oneself?);
  2. in the phenomenon of remembering (how does someone remember his past experiences as his own? Does remembering also imply a third-person perspective?)
  3. and in general in any kind of typification of personal experiences (since every type of self-awareness is intersubjectively mediated, how does this mediation of intersubjectivity – e.g. through commonly shared meanings – modify our own experiences?).

A special kind of falsification of subjective experiences is the one entailed in personal narratives: “Does self-awareness necessarily have an egocentric structure, or is self-awareness rather the anonymous acquaintance of consciousness with itself?” (Zahavi, 1999). Are experiences related to each other and connected to an ego (as we all presuppose), or are they just fragments fluctuating in the stream of consciousness? If the latter were the case, would every narrative be an overwriting, for the purpose of meaningfulness, of originally egoless experiences? What sort of understanding is possible beyond the limitations of empathy? One possible answer is: The Narrative Approach. In this perspective understanding is not view as the effect of empathy, the “internal actualisation” of the other’s experience; rather, as the outcome of shared narratives, the point of intersection of two subjectivities” (da Stanghellini 2004, modificato).

[2] Questa posizione non va confusa con quella propria delle psicoterapie umanistiche che pongono l’empatia e l’autenticità come elemento caratterizzante la metodologia di intervento.

[3] L’AC si basa su un metodo trasversale alle diverse teorie e modelli dei terapeuti, tuttavia può entrare in dialogo con

esse secondo tre diverse modalità (Peräkylä 2003):

  1. l’AC può confermare o correggere alcune assunzioni che le teorie comunemente accettate fanno relativamente

all’andamento delle sedute;

  1. l’AC può fornire una descrizione più dettagliata di pratiche già descritte dai modelli correnti;
  2. l’AC può aggiungere una nuova dimensione alla comprensione di una pratica descritta.

[4] È importante notare come attraverso questo tipo di analisi possano essere rilevati comportamenti comunicativi non necessariamente collegati alle intenzioni o alle esperienze interne, implicite od esplicite che siano. In questo modo la rappresentazione delle attività degli interlocutori (terapeuta e paziente) potrebbe divergere da quella da essi stessi riferita. Una simile differenziazione tra due tipi di resoconto su di sè, in prima e in terza persona se così si può dire, si realizza anche nella metodologia terapeutica presa in esame, la tecnica della moviola, in cui il paziente parla di sé stesso in riferimento a episodi interpersonali di cui è protagonista e che riferisce in seduta, sottoponendoli alla rielaborazione “della rievocazione di episodio”, ricostruendo il sé protagonista dell’episodio attraverso la sceneggiatura dell’episodio stesso vedendosi ora dall’interno ora dall’esterno. Questa è la peculiarità della conoscenza di sé sviluppata attraverso il metodo dell’auto-osservazione (Guidano 1991, 1995) che cerca di riconoscere oltre agli aspetti dell’esperienza immediata anche aspetti dell’agire comunicativo (Habermas 1981) potenzialmente eccedenti le rappresentazioni esplicite ed implicite di sé.