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Selfie: “dissolvenza della carne” o autoritratto senza privilegi?

Molti interpreti della contemporaneità vedono nella diffusione dei Selfie il segno di una fragilità identitaria diffusa. Il bisogno così impellente di autoritrarsi viene quasi sempre letto come una richiesta incessante di conferme, una compensazione narcisistica di un sé incerto e vacillante. L’enorme diffusione dei Selfie sarebbe così il segnale di un circolo vizioso che rimanda a una carenza: meno sentiamo chi siamo più ci fotografiamo, più ci fotografiamo meno sappiamo chi siamo, e via così in un cortocircuito senza fine. Non di rado le letture del Selfie come sintomo di narcisismo, fragilità identitaria o vuoto esistenziale sono accompagnate da una tonalità moralistica che finisce per trasformare sottilmente il Selfie in oggetto di biasimo prima ancora che di comprensione. Il Selfie sembra godere di uno statuto singolare: raramente viene osservato con curiosità antropologica, molto più spesso viene assunto come prova a carico della società contemporanea e delle sue presunte insufficienze. Per come ha descritto la situazione Giovanni Stanghellini in un volume intitolato Selfie. Sentirsi nello sguardo dell’altro (Feltrinelli,2019) il Selfie sarebbe il sintomo di un depotenziamento cenestesico: sintomo dell’evanescenza della carne, a cui si tenta di supplire tramite la visibilità del corpo. “Nello specchio del Selfie …. vediamo riflessa una delle mutazioni antropologiche più caratteristiche, e per alcuni più preoccupanti, del nostro tempo: la dissolvenza della carne”.

Questa interpretazione coglie un aspetto essenziale del Selfie e della natura dei mutamenti di carattere sociale e antropologico a cui siamo andati incontro ma rischia di lasciare in ombra un aspetto fondamentale, spesso trascurato: il Selfie non è soltanto un “sintomo” psicologico. È anche il risultato di una straordinaria espansione delle possibilità di autorappresentazione offerte dalla tecnica. Un’altra tappa di un lungo cammino.

La svolta è recente. La fotocamera frontale degli smartphone è stata introdotta nel 2003. Questa nuova fotocamera ha reso possibile realizzare con grande facilità ciò che fino a quel momento era difficile, complicato, costoso o addirittura impensabile: ritrarsi autonomamente, in qualsiasi momento, senza l’aiuto di nessuno.

Ve lo ricordate quanto tempo ci voleva a scattare un autoritratto con le vecchie macchine fotografiche? Bisognava sistemare l’apparecchio su un tavolo o un cavalletto, controllare l’inquadratura, attivare l’autoscatto, correre a mettersi in posizione, sperare di essere entrati nell’inquadratura e attendere lo sviluppo della pellicola. Non era impossibile autorappresentarsi, ma era laborioso, costoso e incerto. Oggi quella stessa operazione richiede pochi secondi e nessuna competenza particolare.

Per comprendere la portata di questa trasformazione occorre allargare lo sguardo alla storia. Per millenni le possibilità di ritrarsi sono state rarissime. Nell’antichità romana e nel Medioevo l’idea stessa di rappresentare sé stessi era poco diffusa. Bisognava avere molto denaro per potere commissionare a un pittore un proprio ritratto. Come osserva Riccardo Falcinelli (2024), a cui sono debitore di molte considerazioni riportate in queste righe, nel Rinascimento un ritratto dipinto a olio o scolpito nel marmo poteva valere quanto una casa. Solo tra la fine del Medioevo e il Rinascimento iniziano a comparire i primi veri autoritratti. Da allora l’autoritratto rimane una pratica riservata a una ristretta élite di pittori e scultori. La diffusione dell’autoritratto tra i pittori è comunque legata a un’altra svolta tecnica decisiva: l’invenzione dello specchio moderno. All’inizio del cinquecento i vetrai di Murano perfezionarono una tecnica segreta basata sull’applicazione di amalgami di mercurio e stagno sul retro del vetro. Nacquero così specchi limpidi e di grandi dimensioni, molto diversi dai piccoli specchi metallici opachi utilizzati fino ad allora. Questa innovazione dischiude potenzialità fino ad allora inespresse. Per la prima volta l’artista poteva osservarsi con precisione, all’altezza degli occhi, per tempi prolungati. Lo sguardo frontale che caratterizza tanti autoritratti rinascimentali e moderni è in questo senso inseparabile dalla diffusione dello specchio. 

Ma è solo con l’invenzione della fotografia che la possibilità di farsi ritrarre si estende a macchia d’olio. Tanto che i quattro quinti delle foto scattate nell’ottocento – ricorda ancora Falcinelli – sono ritratti. Una nuova svolta tecnica allarga il campo di espressione di uno dei bisogni fondamentali dell’uomo e sostiene lo sviluppo di una nuova pratica sociale, a costo più contenuto e quindi a più elevata accessibilità.

Ritratto, autoritratto pittorico, ritratto fotografico appartengono a una stessa famiglia di pratiche. Sono modi diversi attraverso i quali l’essere umano tenta di oggettivarsi, di uscire per un momento da sé per guardarsi dall’esterno. Il Selfie rappresenta un ulteriore tappa di questa storia. Oggi ciascuno dispone di una capacità di produzione iconica che sarebbe sembrata impensabile anche ai più potenti sovrani del passato. Ma il Selfie non è semplicemente una fotografia. È qualcosa che fonde lo specchio e l’immagine in un unico oggetto. Lo smartphone permette infatti di vedere simultaneamente il proprio riflesso e di fissarlo come se ogni volta che toccassimo lo specchio in cui ci osserviamo il nostro riflesso si trasformasse in una immagine permanente. Tanto che Roberto Falcinelli (2024) propone di considerare il Selfie una sorta di “riflesso congelato”.

Rispetto all’autoritratto tradizionale, che è un’immagine che un soggetto produce di sé stesso, il Selfie acquisisce però una seconda caratteristica: la condivisione. Il ritratto rinascimentale era destinato a pochi osservatori. Il Selfie nasce invece già orientato alla pubblicazione. “Postare” significa rendere pubblico. Per questo motivo il Selfie è contemporaneamente un atto di autorappresentazione e un atto di comunicazione. Lo smartphone dissolve così il confine tra specchio e immagine, tra sfera privata e sfera pubblica. In questo modo ogni adolescente, ma direi anche ognuno di noi, ha dovuto imparare molto presto a distinguere tra il volto vissuto nella quotidianità e il volto destinato alla rappresentazione pubblica. È sempre divertente osservare con quale propria foto amici e colleghi si presentano al pubblico nell’account di Whatsapp o in altre applicazioni. Una immagine di sé giovanile anche quando si è avanti negli anni? Una immagine particolarmente seducente? Sé da bambino? Qualche volta salta gli occhi una marcata differenza tra immagine pubblica e quella che conosciamo nella realtà. Un problema, questo, che da sempre si sono posti sovrani, condottieri, religiosi, nobili e figure pubbliche di ogni tipo. In origine il ritratto non era centrato sulla somiglianza fisica dell’individuo, ma sull’identificazione del suo rango, della sua funzione o del suo status sociale. Il ritratto tipologico assimilava la persona a una categoria. Ciò che noi oggi consideriamo essenziale in un ritratto, vale a dire la somiglianza, era un aspetto non rilevante. Ciò che era rilevante era che si capisse di essere di fronte a un condottiero, a un re evidenziando tutti quegli elementi del ritratto che ne decretavano il ruolo. Il ritratto fisiognomico al contrario mette al centro della attenzione la rappresentazione realistica della persona: la somiglianza diventa cruciale. Oggi ogni adolescente si muove con disinvoltura all’interno del rapporto tra volto privato e volto di rappresentanza. La questione che si ponevano i potenti o i regnanti è diventata una questione che riguarda chiunque.

Ricondurre la proliferazione dei Selfie ad una analisi critica della nostra società, immaginare il Selfie come “sintomo” di un mal-essere contemporaneo rischia di non valorizzare la insopprimibile spinta umana al bisogno e al piacere della autorappresentazione. Le svolte tecniche che si sono succedute nel tempo hanno aperto nuovi spazi espressivi e le persone li hanno occupati. A nessuno verrebbe in mente di considerare l’aumento della altezza media degli italiani di circa dieci centimetri nel corso del novecento come un “sintomo”. Nessuno interpreterebbe questo dato come un “sintomo” di una deriva gigantistica reattiva a una ipotetica condizione di nanismo culturale! È il risultato di nuove possibilità biologiche e ambientali che, grazie alle mutate condizioni di vita, hanno trovato la possibilità di esprimersi.

Analogamente, l’esplosione dei Selfie non potrebbe riflettere una crescita senza precedenti delle opportunità di autorappresentazione? Il risultato di una rivoluzione tecnica che ha reso accessibile a tutti ciò che per secoli era stato privilegio di pochi? L’autoraffigurazione sembra rispondere a una tendenza profondamente umana: osservare sé stessi, rappresentarsi e lasciare traccia della propria presenza nel mondo. Il piacere di trasformarsi, almeno per un istante, da soggetto che guarda a oggetto guardato. Non si tratta necessariamente di narcisismo. Prima ancora di ammirarsi, l’essere umano desidera vedersi.

Eppure essere passati da una diffusione in verticale della immagina di sé a una espansione in orizzontale suscita spesso fastidio, ironia o aperto disprezzo. Ciò che per secoli appariva nobile quando riguardava artisti, sovrani e aristocratici sembra diventare immediatamente sospetto quando viene praticato dalle masse. Viene allora da chiedersi se il biasimo rivolto al Selfie dipenda davvero dal gesto in sé oppure dal fatto che una prerogativa un tempo elitaria si sia trasformata in una pratica ordinaria e universalmente accessibile. Molti fenomeni culturali attraversano una sorta di “paradosso della democratizzazione”. Finché una pratica riguarda pochi, viene interpretata come raffinata, significativa o addirittura sublime. Quando la stessa pratica si diffonde su larga scala, rischia di essere percepita come superficiale, volgare o degradante. Leggere libri era privilegio di una minoranza. Scrivere un diario era abitudine di pochi alfabetizzati. Viaggiare era un’esperienza elitaria. Farsi ritrarre era riservato ai potenti. In ciascuno di questi casi, la diffusione di massa ha generato “reazioni allergiche” e timori di impoverimento culturale. Si tratta di quel “risentimento elitario” provato da chi vede perdere valore simbolico a pratiche o stili di vita che funzionavano come marcatori di distinzione.

Forse il Selfie si scontra con una resistenza analoga. Non perché l’autoritratto sia diventato improvvisamente meno interessante, ma perché è diventato accessibile a tutti. Come se il valore simbolico di certe pratiche dipendesse, almeno in parte, dalla loro rarità. L’autoritratto di Rembrandt è certamente grande arte. Perché quello di milioni di persone si dovrebbe ridurre a una deriva narcisistica, al segno di una presunta “dissolvenza della carne” o di una “visione pornografica” di sè? Vale la pena chiedersi se questa differenza di giudizio dipenda sempre dalla natura del gesto o, almeno qualche volta, dal numero di persone che lo compiono. L’accesso universale mette in discussione gerarchie implicite, distinzioni culturali e identità costruite sull’esclusività. Ecco che gli intellettuali si “scandalizzano”. Salvo poi non mancare di autoritrarsi loro stessi nei luoghi più vari per affermare al mondo: “anche io sono qui!”

Mario Rossi Monti

Specialista in Psichiatra. Ha lavorato come psichiatra per 16 anni nei Servizi della Regione Toscana. In seguito ha insegnato per 25 anni Psicopatologia Clinica presso l’Università di Urbino Carlo Bo presso la quale è attualmente Prof. Emerito. Socio Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana, Socio Fondatore e Docente della Scuola di Psicoterapia Fenomenologico-Dinamica di Firenze.

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