Dobbiamo partire da noi stessi per capire quello che Freud era.
(Paci E., Il ritorno a Freud, p.68)
Enzo Paci, filosofo cui si deve l’introduzione di Husserl in Italia1, è oggi relativamente poco ricordato e citato. Purtuttavia alcune sue “incursioni” nei territori della psiche, sebbene non molto frequenti2, possono fornire, a parere di chi scrive, non trascurabili spunti di riflessione per chi opera nel monde psy. Mi riferisco in particolare a due brevi lavori, uno a firma dello stesso Paci3 e l’altro in sua memoria, pubblicati rispettivamente nel 1967 e nel 1986 su aut aut, la rivista dallo stesso Paci fondata, e che mi è parso possano rivestire qualche interesse ai fini della pratica terapeutica.
Iniziamo dal più recente, a firma dello psicologo Renato Rozzi, dal titolo Il fenomenologo e i territori della psiche4, dove l’autore ricorda un incontro avvenuto trent’anni prima con il filosofo. I due – ricorda Rozzi – discutevano del problema della neutralità dell’analista in Freud (e dei risvolti corrispondenti in Husserl)5. Lo psicologo sosteneva la necessità per il terapeuta di “estrarsi dal rapporto, cercare di oggettivarlo”, giustificando “un distacco il più possibile obiettivo” ai fini del successo terapeutico. Al che Paci, “come disturbato”, ricorda Rozzi, esclamò: “con questo atteggiamento non sei proprio tu che costruisci l’altro come malato?”. Rozzi si sentì scosso nella sua “ingenuità fondante”, propria di colui che procede “sotto la protezione assoluta del pensiero freudiano”! È pur vero che per lui una neutralità “rigorosa” era giudicata già “impossibile”; anzi, per lui, la neutralità psicoanalitica non deve consistere in “una sterilizzazione della vita affettiva”, ma piuttosto nella “rivelazione delle reali componenti affettive nella reciprocità transferale (o intenzionale)”6. Pur tuttavia, di fronte all’esclamazione di Paci, Rozzi si sentì diventare “il rappresentante di coloro che, per essersi presi delle responsabilità pratiche, si credevano costretti a limitarsi a ciò che già sapevano, non entrando nel rischio della scoperta”. Scoperta che, aggiunge Rozzi, “se condivisa col paziente, ha grande valore terapeutico”. Ma, allora, cos’è “terapeutico” nella terapia?
Chiaramente, il mio intento è qui semplicemente quello di suscitare qualche spunto di riflessione, come quelli che a me sono sorti dalla lettura, quasi per caso, dei due lavori citati. Veniamo ora al lavoro di Paci del 1967. Il ritorno a Freud, cui è intitolato l’articolo, è inteso dall’autore come “riconsiderazione”, che non esclude però anche una “correzione”. Innanzitutto, Paci istituisce un parallelo fra Freud e Husserl, fra psicoanalisi e fenomenologia: una complementarità che è al tempo stesso discordanza. Entrambe sono “tema e svolgimento”, work in progress, per usare un’espressione meno obsoleta. Inoltre, entrambe hanno la pretesa di non essere scienze “allo stesso titolo delle altre”. La fenomenologia in quanto si considera una scienza dei fondamenti, del precategoriale. La psicoanalisi, dal canto suo, in quanto si presenta – o piuttosto ha la “pretesa di presentarsi” – come scienza naturalistica, separata dalla filosofia e dalla cultura; pretesa che, a dire di Paci, si è rivelata “illusoria”7. Qui il filosofo marchigiano fa entrare in gioco l’epochè fenomenologica, la messa fra parentesi del giudizio di realtà, che secondo Paci è implicita in ogni scienza e, più o meno inconsapevolmente, nella stessa psicoanalisi. A riprova di ciò, egli cita Franco Fornari, che nelle pagine immediatamente precedenti al lavoro paciano che stiamo analizzando, esamina gli aspetti cognitivi del controtransfert con gli schizofrenici8. In questo lavoro, Fornari si pone il problema “di come sia possibile effettuare una identificazione con la esperienza psicotica, senza negare l’esame di realtà da parte del terapeuta”. Fra le possibili soluzioni, Fornari ne propone una che “riguarda maggiormente gli aspetti cognitivi del controtransfert e si riferisce alla ‘sospensione di giudizio’ e al considerare l’attività delirante una specie di ipotesi affettiva che lo schizofrenico fa sul mondo”. In questo modo, secondo Fornari, il problema può essere accostato all’esercizio fenomenologico dell’epochè, intesa come quella sospensione del giudizio che mette tra parentesi non solo l’esperienza che lo schizofrenico ci presenta, ma la stessa attività giudicante dello psichiatra.
“Tale sospensione di giudizio – spiega Fornari –, benché abbia con essa analogie, non riguarda cioè solo la neutralità analitica, rivolta specialmente a evitare prese di posizione valutative in senso morale, ma il mantenere in sospeso il giudizio sul piano cognitivo, come precondizione per far sì che tutti i significati affettivi profondi che si mobilitano nel transfert e nel controtransfert possano compiutamente svelarsi in un rapporto interumano autentico.
All’interno di tale epochè diventa cioè possibile mantenere valide – benché in stato di sospensione – sia l’ ‘aver ragione’ del paziente, sia l’‘aver ragione’ del terapeuta come psichiatra.
La messa tra parentesi del momento cognitivo della esperienza relazionale tra paziente e psicoterapeuta, diventerà allora la precondizione per l’emergenza dei vissuti di transfert e di controtransfert…”
Fornari cita, per illustrare questa “messa tra parentesi del momento cognitivo”, il caso di Luigi, un giovane psicotico che gli racconta che sua madre una volta gli aveva messo davanti “un piatto contenete mozzarella che aveva la forma di pene circonciso”. Alla domanda di Luigi rivolta a Fornari, di cosa pensasse di tale episodio, lo psicoanalista rispose che non essendo stato presente alla scena non poteva emettere alcun giudizio al riguardo, se cioè effettivamente la madre gli avesse voluto fare un grave sgarbo, come Luigi credeva, o se si fosse trattato di una sua interpretazione delirante, come sarebbe stato quasi scontato nel giudizio clinico. Fornari conclude che “gli aspetti cognitivi del controtransfert possono costituire un discorso introduttivo ad una teoria della conoscenza…” (la psicoanalisi non slegata dalla filosofia e dalla cultura, di cui parlava Paci). Questa psicoanalisi degli psicotici intesa, per alcuni aspetti, come teoria della conoscenza deve partire, per Fornari, “dalla necessità di identificazione [del terapeuta] con le forme patologiche dell’esperienza psichica” ma “senza alienarle”, senza cioè considerarle come definitivamente anormali e patologiche (è quanto aveva fatto nella risposta a Luigi). Fornari cita a questo proposito una affermazione di Erikson, secondo il quale uno dei grandi principi della psicoanalisi è: “tu (analista) non vedrai in un altro ciò che prima non hai imparato a conoscere in te stesso”. Sulla base di tale principio epistemologico, Fornari può considerare la normalità non più come “qualcosa di statico”, corrispondente “ad un dato modello di pensiero prevalente in una data cultura”, ma piuttosto come “uno stato tendenziale che può essere considerato come direttamente proporzionale al grado di conoscenza che uno ha di se stesso”9. E poiché la conoscenza di sé non riesce mai ad essere totale e completa, non esiste una normalità assoluta; “la definizione di normalità – conclude Formari – implica cioè l’accettazione in se stessi di una parte di anormalità… In tal modo la identificazione tra il malato e il terapeuta avverrebbe non come l’identificazione di un sano con un malato, ma come l’identificazione tra due soggetti che si muovono ambedue dall’ignoranza verso la conoscenza di sé”.
Fin qui arriva Fornari, con un concetto del tutto relativo di “normalità” e con la messa in discussione della dicotomia normale/anormale e sano/malato. Concetti in verità abbastanza scontati, oggi, o che perlomeno lo dovrebbero essere (il lavoro di Fornari è d’altronde del 1967). Ma torniamo a Paci. Nell’incontro con Renato Rozzi, che ho citato all’inizio, Paci aveva esclamato, di fronte all’atteggiamento di “distacco il più possibile obiettivo” del terapeuta: “con questo atteggiamento non sei proprio tu che costruisci l’altro come malato?” Qui, a ben guardare, il filosofo Paci non fa che ribadire con altre parole quanto dice lo psicoanalista Fornari rispetto alla dicotomia sano/malato (e terapeuta/paziente). Tuttavia Paci, nel lavoro del 1967, va oltre: considerando l’epochè fenomenologica come implicita, anche se inconsapevolmente, pure nella psicoanalisi (il che è quanto fa, esplicitamente, il Fornari citato da Paci), il filosofo afferma che “nello stesso rapporto fra terapeuta e paziente, essa si rivela necessaria perché il rapporto stesso non si fissi nella lotta tra servo e signore…” Qui, a mio avviso, sta il passo in più compiuto da Paci rispetto alle posizioni psicoanalitiche, che ho esemplificato in Fornari. Ma come può concretizzarsi, per Paci, questo rischio di “deriva” verso una dialettica servo-signore nell’esercizio della psicoanalisi?10 Poche pagine più avanti il riferimento è esplicito: “questo rapporto [fra analista e paziente] non deve tener conto dei pre-giudizi, del fatto cioè che l’analista ha sempre ragione perché è stato ‘psicoanalizzato’. Altrimenti riflette la figura hegeliana del servo-signore, e in una forma tale che, alla fine, sia l’analista che l’analizzato non possono che chiudersi in una dialettica circolare che non apre una nuova dialettica”.
Orbene, quali sono i “pregiudizi” cui Paci fa riferimento, oltre all’“aver sempre ragione” dell’analista? E quale significato riveste (o non riveste) per Paci l’“esser stato psicoanalizzato” dell’analista? Sappiamo da Gadamer che qualunque sapere e qualunque pratica non può non avere i suoi pregiudizi; anzi sapevamo già da Kierkegaard (su cui Paci ha lungamente meditato e scritto) che ogni sapere, qualsivoglia scienza ha e deve necessariamente avere i suoi “presupposti” che ne delimitano il campo e ne rendono possibile il discorso (si veda, per esempio, l’Introduzione a “Il concetto dell’angoscia”, commentato dallo stesso Paci). Quali sono dunque, per il filosofo marchigiano, i pregiudizi o presupposti della psicoanalisi, oltre e comunque in relazione alla posizione dell’analista come di colui che, in quanto psicoanalizzato, ha sempre ragione? Con un discorso non certo lineare né sempre facile da seguire nell’intreccio delle argomentazioni – non certo derivante dalla incapacità del filosofo di esporre i suoi ragionamenti in maniera chiara ed esplicita, ma come manifestazione dello stesso svolgersi complesso del pensiero nel suo sforzo interpretativo – Paci si sforza di comprendere Freud al di là della lettera dei suoi scritti e delle interpretazioni “canoniche”, in un “ritorno” che è una “riconsiderazione” quasi “filologica”, allo scopo di “riattivare Freud com’era… per non ripeterlo nella presenza, il che sarebbe la negazione della presenza”.
“Dobbiamo partire da noi stessi – dice Paci, con la frase che ho posto come esergo a questo lavoro – per capire quello che Freud era. Dobbiamo compiere la nostra autoanalisi per capire la sua autoanalisi: c’è, anche qui, un rapporto tra noi e lui, come c’è tra l’analista e il paziente”. La psicoanalisi, ha già notato l’autore, ha la pretesa di presentarsi come una scienza naturalistica, ma tale pretesa si è rivelata illusoria (e basti qui pensare anche alle sole critiche popperiane). In questo, per il filosofo, si rivela il rifiuto, da parte della psicoanalisi, di porsi il problema della fondazione (problema che Paci fa derivare dal rifiuto dell’epochè, anche se, in qualche modo, quest’ultimo è stato superato, ad esempio nelle riflessioni di Fornari citate più sopra). Freud, prosegue Paci, “ha tentato invano un sistema psicologico naturalistico; il suo ritorno al soggetto, e alle sue strutture, ha superato parzialmente il naturalismo…” Si pensi a questo riguardo al Progetto di una psicologia, e a come questo, nella imprescindibile lettura ricoeuriana, sia l’antecedente del VII capitolo de L’interpretazione del sogni; si pensi ancora alla lettura binswangeriana dell’homo natura di Freud, e a come le ultime parole di Binswanger sul fondatore della psicoanalisi ne rivalutino l’impostazione, scorgendo in filigrana una visione della natura, da parte di Freud, di stampo goethiano. Ma proseguiamo con le riflessioni paciane sul superamento “parziale” del naturalismo freudiano: Freud, nel suo ritorno al soggetto, “si è trovato, infine, di fronte ad un problema naturale quando il ritorno al soggetto si è rivelato consapevolmente… come un’autoanalisi”. Ritornare alla soggettività, oltrepassando un naturalismo riduttivo, implica cioè la necessità di una conoscenza di sé, dunque l’autoanalisi. Qui Paci pone alla psicoanalisi, esplicitamente, quella che a mio avviso è la domanda in cui si condensa il problema fondativo (e, allo stesso tempo, il valore dell’epochè fenomenologica); la domanda “banale, e, nello stesso tempo, profonda”: chi per primo compie l’autoanalisi? In fondo, esplicitando la catena dei rimandi sottesa nel discorso paciano: se l’analista ha sempre ragione, è perché è stato a sua volta analizzato; e l’analista didatta che lo ha analizzato è stato a sua volta analizzato, e così via fino a Freud, che è stato il primo ad autoanalizzarsi. È vero, si risponde, Freud era Freud, ed inoltre ha avuto Fliess… Ciononostante, permane la concezione di Freud “come padre di una tecnica e [la] ostinata interpretazione per cui la psicoanalisi è già costituita, è una scienza che non deve essere più fondata, una scienza che non richiede più l’autoanalisi” (dove l’autoanalisi ha il significato e il valore del gesto fondativo)11.
Facciamo un passo indietro, per poter comprendere appieno tutta la cogenza e la portata di questa argomentazione paciana. Secondo Fink, citato da Paci, la psicoanalisi crede di sapere cosa sia la coscienza, e pertanto non si pone il problema di una analisi precategoriale fondativa necessaria a capire cosa si intenda per coscienza e inconscio. La fenomenologia (e qui il riferimento è soprattutto alla fenomenologia husserliana, magari nella rilettura che ne fa Merleau-Ponty) con l’epochè, “ritrova tutti i problemi costitutivi, il tempo, lo spazio, il corpo proprio, la prassi, la presenza come origine, l’oblio dell’inizio, la concatenazione genetica degli antenati, alla quale si ricollega il problema del padre…” E allora “il padre diventa il simbolo della concatenazione genetica passiva e negativa, il rappresentante dell’evoluzionismo naturalistico”. Ecco che il cerchio si chiude; o, meglio, nella prospettiva di una dialettica non hegelianamente chiusa ma sempre asintoticamente aperta, ecco che ritorniamo al punto precedentemente attraversato, che ora possiamo osservar da una prospettiva (in un orizzonte) più ampia: se la psicoanalisi diventa una “tecnica ripetitiva” – si chiede Paci – non si pone lo stesso Freud nella posizione del padre? E non nasce da ciò la necessità di “riconsiderare la sua fondazione”? Finché si considera Freud come il fondatore (il padre) di un sapere e di una tecnica già costituite (sia pure con le successive variazioni che però non ne intaccano il “nocciolo duro”, per dirla alla Lakatos), la situazione, conclude Paci, “è senza via d’uscita e il controtransfert riproduce tra analista e paziente proprio il rapporto che vuol negare”. Rapporto con il padre inteso come simbolo dell’evoluzionismo naturalistico e della concatenazione genetica (l’homo natura freudiano inteso alla Binswanger); rapporto con il padre del “romanzo familiare”, con la sua “cornice riduttiva e chiusa” (e qui si potrebbero riprendere le considerazioni “antiedipiche” di Deleuze e Guattari); rapporto infine con il padre-psicoanalista come “colui che ha sempre ragione”, riproducendo dunque la dialettica hegeliana signoria-servitù (paziente/terapeuta, sano/malato). Ecco dunque ancora l’esclamazione di Paci a Rozzi: “con questo atteggiamento non sei proprio tu che costruisci l’altro come malato?” In realtà, secondo Paci, sia il paziente che l’analista devono praticare l’epochè: “il ritorno al soggetto non deve essere compiuto una sola volta e per tutti da Freud, ma deve essere sempre di nuovo compiuto, in prima persona, in ogni nuova situazione”. Solo in questo modo è possibile costruire un rapporto intersoggettivo autentico, che non ripeta coattivamente il rapporto con il padre, né ricada nella dialettica servo-signore. Solo in questa Paarung (evidente qui il riferimento alla Quinta meditazione cartesiana) si può riuscire ad evitare la pretesa di possedere la verità e la convinzione di aver instaurato un rapporto intersoggettivo che sia “completo e concluso”. Altrimenti si rischia di ricadere “nel feticismo e nell’idolatria”, nel ritorno “ad una ribellione al padre che ignora… che il padre è un simbolo dell’evoluzione naturalistica e storica così come finora si è svolta ed è stata oggettivata”. Paci rileva come Freud, “dietro le coperture e le difese”, abbia scoperto un uomo che non si è realizzato come uomo; un uomo che è il risultato di “un evoluzionismo naturalistico che si trova di fronte al paradosso di dover far coincidere il desiderio… con il meccanismo della natura… L’uomo è soltanto animale e non può che agire in tal senso, non può superare l’aggressività; per essenza la sua realtà è necessitata – prosegue Paci – e l’Eros come direzione verso la verità coincide con la direzione verso la morte”. Se questo è per Paci l’homo natura freudiano, l’homo husserliano, per così dire, è l’uomo dotato di intenzionalità, che nel suo trascendersi intenzionale:
“parte dalla coscienza, dalla riflessione, dal giudizio, incarnato nel corpo proprio, nelle sue cinestesi, nel suo fare consapevole che, dopo l’epochè, è un punto di partenza positivo, l’unico punto che gli può permettere di parlare di inconscio senza restare prigioniero dell’inconscio”. Per la fenomenologia “ogni soggetto deve cominciare da se stesso e trovarsi, con l’altro, nell’esercizio dell’epochè… Sia io che l’altro partiamo dal principio della nostra fallibilità… Così nel controtransfert l’analista diventa colui che impara e che deve discendere insieme all’altro nel mondo degli inferi senza restarne prigioniero. Si tratta di un esercizio, che non si chiude nel laboratorio e nella pretesa di una scienza isolata e obiettivata. Se il male è dell’altro è anche mio, e se l’altro rifiuta, rifiuta nella misura in cui io ho già precedentemente giudicato che il male è solo il suo”.
Lo psicoanalista, tuttavia, prosegue Paci, “può sempre rimproverare al fenomenologo di voler ignorare l’analisi del profondo”. Il fenomenologo, a sua volta, risponde che non solo per parlare di inconscio è necessario porsi il problema di cosa sia la coscienza, come diceva Fink; ma anche che il significato non è solo nel profondo ma nella intenzionalità alla quale il profondo tende (il caso della coppa d’argento mostrata per ultimo al doganiere nel sogno citato da Binswanger12). “E tuttavia – dice ancora il marchigiano – il fenomenologo non può a priori rifiutare il rimprovero della psicoanalisi: egli può sempre riconoscere di non aver compiuto l’epochè; anzi, merleaupontinianamente, che non esistendo un’epochè totale e definitiva, l’epochè va sempre ripetuta e rinnovata. Il fenomenologo deve dunque riconoscere “che in lui agiscono impulsi non controllati”. La conclusione cui giunge Paci in questo lavoro è che “non solo la fenomenologia è infinita, ma sa che deve tener conto, e ogni fenomenologo in prima persona, dei propri errori.
* * *
Questo abbozzo di lavoro su Enzo Paci potrebbe terminare qui. Tuttavia, alcune considerazioni a carattere “storico” di Renato Rozzi nell’articolo citato, mi spingono a qualche ulteriore considerazione. Rozzi osserva che “quando si apre la scena sessantottesca, la psichiatria fenomenologica sparisce”. Forse, si chiede l’autore, la reazione antipsichiatrica ha “inavvertitamente” messo da parte “anche questa cultura libera e rispettosa”; forse questa “sparizione” è stata dovuta “al prevalere Sessantottesco dell’attivismo sulla conoscenza”. Anche se non sono del tutto sicuro che effettivamente la psichiatria fenomenologica sia “sparita” o sia stata “messa da parte” dopo il sessantotto, lo stesso Rozzi sottolinea come, negli anni cinquanta, “un giovane psichiatra isolato si riferisse in modo pienamente formativo alla psichiatria fenomenologica, scrivendone con grande finezza”. Si tratta naturalmente di Franco Basaglia, “la cui aspra crisi, – prosegue Rozzi – quando agli inizi degli anni sessanta entrò nel manicomio di Gorizia, divenne capovolgente anche nei riguardi di questa stessa formazione”. La fenomenologia, comunque, venne sempre considerata da Basaglia “primo strumento di smascheramento del terreno ideologico su cui la scienza si fonda” (citato da Rozzi). Una analoga spinta allo “smascheramento”, aggiungo io (non da ultimo per ragioni “affettive”), venne ad un altro psichiatra, meridionale stavolta, che in quegli stessi anni cinquanta ebbe l’incarico di somministrare a 155 pazienti psichiatrici ricoverati nella Clinica universitaria e nel Manicomio di Napoli, “buio e terribile”, un test di disegno per una ricerca “sulla cui correttezza ed utilità nutriva non pochi dubbi”. Ma la somministrazione del test comportava la “necessità di parlare con i pazienti, talora lungamente”.
Così Sergio Piro, questo il nome dello psichiatra meridionale quasi coetaneo di Basaglia, cominciò ad annotare le frasi dei pazienti e a fare le prime congetture sulle peculiarità del loro linguaggio, fino a scriverne una monografia, Semantica del linguaggio schizofrenico, che ebbe un discreto successo anche in campo internazionale. Tuttavia nel prosieguo della ricerca, Piro non si accontentò, per così dire, dell’impostazione logico-empiristica iniziale del suo lavoro, ma sentì la necessità di rivolgersi anch’egli alla fenomenologia. Ma il “parlare con i pazienti”, lo scoprire in loro la persistenza di quell’umanità che la gran parte della scienza psichiatrica ufficiale dell’epoca aveva “mascherato” nella reclusione istituzionale, l’osservazione di alcuni “strani casi” come quello dell’Avvocato B. (che, allontanatosi dal Manicomio di Materdomini dove era recluso e di cui Piro era il direttore, per alcuni giorni si comportò come una persona del tutto “normale”), tutto ciò insegnò, o meglio “ricordò” a Piro:
“qualche cosa che ogni psichiatra avrebbe dovuto sapere, ma che solo in quegli anni andava facendosi più evidente e comprensibile: la variazione delle condizioni non è solo quella indotta dall’accendersi di una relazione terapeutica o dallo stimolo alla partecipazione, quella che artificialmente e transitoriamente provoca lo psichiatra, ma è principalmente quella determinata dalla restituzione al paziente o dalla sua riappropriazione (come per tre giorni aveva fatto l’Avv. B) del diritto ad esprimersi, della sicurezza di essere ascoltato, dalla certezza che il proprio dire ha conseguenze”13.
Analoghe le considerazioni di Basaglia, come riportate da Rozzi: “Attraverso l’esperienza goriziana l’insufficienza dell’atteggiamento fenomenologico gli appare evidente ‘proprio nel momento in cui l’elaborazione intellettuale si scontra con la realtà del malato mentale, come si presenta nell’istituzione psichiatrica deputata alla cura: il manicomio’ “Ecco che il momento conoscitivo si scontra con la violenza di una realtà, rispetto alla quale l’“immedesimazione comprensiva” della fenomenologia “ha perso ogni effetto”. La vicenda di Basaglia e Piro, e le altre simili di quegli anni, mostrano come la via da seguire non è più “psichiatrico-esistenziale”, ma “politico-sociale e perciò sovraindividuale”. Si pensi agli scritti di quegli anni, da L’istituzione negata di Basaglia (recepito all’epoca da tanti giovani come un “manuale per cambiare il mondo”, secondo la bella definizione che recentemente ne è stata data in una trasmissione televisiva14) a Le tecniche della liberazione di Piro. Queste considerazioni aprono un altro discorso, che tuttavia esula dallo scopo del presente lavoro. Torniamo infine a Enzo Paci e alle conseguenze che il sessantotto e lo sviluppo del movimento anti-istituzionale ebbero sulla ricezione del suo pensiero. L’argomento meriterebbe di essere analizzato in maniera filosoficamente e filologicamente documentata, ma questo non è il mio scopo, né presumo di averne la capacità. Mi limiterò quindi alle considerazioni che Renato Rozzi fa nel lavoro citato.
“Di quegli anni – dice Rozzi – Paci fu al centro… in virtù del suo stile difensivo-anticipatorio”, fondato su una temporalità non adesa solo al presente, ma più ampia, “piena di speranza filosofica”. La proposta implicita nella sua visione fenomenologica era, per Rozzi, un “conoscere modificativo senza violenza”; il suo tentativo era di “costruire un sistema difensivo contro la possibilità dello spezzarsi della relazione… vera e propria interruzione del rapporto dell’uomo col mondo”; il suo sforzo è stato “di unificare filosoficamente in un processo conciliabile e mai chiuso i territori della psiche”. Ma questo sforzo, conclude Rozzi, “ha cominciato ad esser dimenticato, anzi saltato via, già allora”.
Non è forse il caso, oggi, di riprendere quel tentativo e questo sforzo?
Note:
- In realtà il primo a introdurre Husserl in Italia fu il maestro di Paci, Antonio Banfi, ma l’impatto più ampio e durevole fu dovuto a Paci, per esempio con la pubblicazione della traduzione italiana de La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale di Husserl. ↩︎
- Mi riferisco qui ai soli lavori direttamente rivolti ad aspetti psicopatologici, non a quanto Paci ci ha lasciato su aspetti psicologici più generali (i commenti a Il concetto dell’angoscia di Kierkegaard, per esempio). ↩︎
- Paci E., Il ritorno a Freud, aut aut n° 98, marzo 1967, pagg. 62-73. ↩︎
- Aut aut, n° 214-215, luglio-ottobre 1986 pagg. 38 segg. Il fascicolo è interamente dedicato a Enzo Paci. ↩︎
- Rozzi si era laureato con una tesi sulla problematica della neutralità in Husserl e Freud. ↩︎
- Si noti l’uso quasi intercambiabile di termini husserliani e freudiani che fa l’autore.“l’epoché non [è] il semplice render nullo qualcosa, ma lo scoprire qualcos’altro, un mondo prima occultato (o inconscio)”. ↩︎
- Per entrambe, Paci propone il riferimento ad una “enciclopedia delle scienze”, intesa in senso fenomenologico; tuttavia addentrarci su questo accidentato sentiero non mi è parso opportuno né strettamente necessario in questa sede, dato anche il carattere di abbozzo preliminare del lavoro. ↩︎
- Fornari F.: Aspetti cognitivi del controtransfert nella psicoanalisi degli schizofrenici, aut aut cit., pag. 52 segg. ↩︎
- In questa definizioni Fornari si rifà allo psicoanalista klieiniano Roger Money Kyrle. ↩︎
- In questo lavoro Paci fa riferimento esclusivo alla psicoanalisi, ma evidentemente il discorso può essere allargato, con poche variazioni, ad altre forme di psicoterapia. ↩︎
- En passant, è da notare quanto questa concezione di una scienza già fondata, una volta e per tutte, sia differente dall’impostazione husserliana del fenomenologo come “eterno principiante”! ↩︎
- Binswanger L.: Sogno ed esistenza, SE, Milano, 1993, pag. 6 ↩︎
- Piro S.: Parole di follia, FrancoAngeli, Milano, 1992, pag. 23. ↩︎
- Passato e presente. ↩︎



Caro professor Orlandella,
grazie per questo articolo prezioso che ri-apre un discorso secondo me centrale per la psicologia fenomenologica, e in particolare per quelle sue declinazioni cliniche che spesso ci troviamo a discutere su questo blog. Impressionante è la parola giusta per descrivere la profondità di un pensiero come quello di Paci, che fa impallidire anche molti filosofi contemporanei. Il modo in cui lei ha riportato questo pensiero alla luce, rinnovando delle domande utili per la nostra clinica trovo sia molto azzeccato.
Alcune considerazioni sparse più vicine alla clinica che alla filosofia: mi chiedo quanto la psicoterapia fenomenologica sia in grado oggi di mettere a tema la struttura servo-padrone (il ‘peccato originario’ di Freud, con l’attenuante di essere stato figlio del suo tempo). L’asimmetria di potere tra terapeuta e paziente nel setting è da considerarsi una condizione necessaria al cambiamento? O si tratta di una fase transitoria, indispensabile forse, ma superabile col tempo nella trasformazione del rapporto terapeutico? Anche Sartre ha mostrato la centralità di questo discorso, proprio in quegli anni di cui lei parla. Gianluca D’Amico ci ha scritto un bel pezzo qualche anno fa: https://www.psicologiafenomenologica.it/un-singolare-gatto-selvatico-jean-jacques-abrahams-luomo-col-magnetofono-recensione-di-gianluca-damico/.
Anche Straus in “Sull’ossessione” cita la dipendenza che si costruisce nella relazione psicoanalitica come Il Problema che la fenomenologia clinica sarebbe forse in grado di superare. Ma mi chiedo, in che modo? In che modo nella pratica?
Come lei dice riportando le parole di Paci e di Rozzi, sicuramente l’epoché è un punto di partenza molto diverso concettualmente dall’autoanalisi, come “strumento di garanzia”. Ma in che modo sarebbe in fondo diversa? Tralasciando la difficoltà pur fondamentale a metterla in pratica e a spiegarne il funzionamento nella clinica, non andrebbe comunque insegnata e trasmessa come metodo dal maestro all’allievo? Non si crea lo stesso rischio di regresso all’infinito che finisce poi per spegnere la fiamma della lavoro clinico nell’autorità dei padri fondatori? Husserl non assomiglierebbe a Freud alla fine come il primo che pratica l’epoché? Con queste domande provocatorie nel corpo (piuttosto che in testa) la mia personale ricerca e riflessione si sta muovendo sempre di più verso la ricerca di un metodo per mettere in pratica l’epoché nella clinica. Mi pare che tuttavia siamo ancora lontani dal possedere un metodo chiaro e trasmissibile. Lo vediamo messo all’opera dai maestri, ne restiamo affascinati, ne comprendiamo la centralità, comprendiamo anche l’importanza del lavoro della terapia personale, ma come possiamo chiarirne il funzionamento per renderlo qualcosa di meno legato all’autorità e quindi al potere?
Infine, la ringrazio anche per aver citato Basaglia e Piro. Al primo abbiamo dedicato l’anno scorso il nostro Numero 1 di “Adombramenti – Rivista di Psicologia Fenomenologia”, al secondo spero riusciremo a dedicare qualche momento di formazione prossimamente. Entrambi riportano il discorso di una “cura disarmata” nel campo della salute mentale, spostando il piano della riflessione sul versante politico e sociale. Qui dobbiamo continuare a muoverci – come stanno facendo Stanghellini per esempio, vedi “Disincanto e passione” (https://www.youtube.com/watch?v=7lbyZ3_njSQ) – perché la fenomenologia possa arrivare ai molti e non rimanere solo appannaggio dei pochi interessati alla filosofia.
Spero che questo articolo apra nuove riflessioni nel nostro gruppo e ci permetta di muoverci sulla via che ci indica
Caro Giuseppe (consentimi di darti del tu, dal momento che mi sembra possiamo considerarci “compagni di strada”), mi dà grande soddisfazione il vivo apprezzamento che hai espresso riguardo all’articolo su Paci e il controtransfert. Soprattutto mi fa piacere che sia stato di stimolo a sollevare una costruttiva discussione. Cercherò di accennare una risposta alle questioni che hai posto, anzitutto sull’asimmetria di potere fra terapeuta e paziente. Credo che il punto centrale sia evidenziabile in quella parentesi nel lavoro di Gianluca D’Amico, laddove dice che lo psicoterapeuta “cerca di farsi un’idea (sulla base di una teoria) di chi ha di fronte e di cosa soffre…” (corsivo mio). Il terapeuta, in questo caso lo psicoanalista, interpreta “chi ha di fronte” incasellandolo in una teoria; ritengo viceversa che la pratica dell’epoche’ (o della “pausa cronodetica”, come la articola Piro) abbia il precipuo significato di guardare a chi ci sta di fronte per come ci si dà. Qui veniamo al secondo punto: come insegnare l’epoche’? A mio parere ciò che si può insegnare (ma forse sarebbe più giusto dire trasmettere) è la pratica dell’epoche’, della pausa cronodetica. Si tratta di una sorta di “esercizio fenomenologico”, per dirla con Calvi, quale ad esempio nella Scuola di Piro e in quella a lui ispirata si cerca di implementare nella “fluenza d’espressione” (sorta di terapia di gruppo a conduzione debole e non interpretante).
Infine molto giustamente hai menzionato il “versante politico e sociale”, senza tener conto dei quali la fenomenologia rischia effettivamente di rimanere una pratica per pochi addetti ai lavori. Credo che a questo riguardo una possibile indicazione ci venga proprio da Piro e, in misura ancor più diretta, da Basaglia, che dalla fenomenologia e forse grazie ad essa sono stati condotti ad una prassi attiva. Nella situazione attuale, diversa ma non del tutto dissimile dalla loro, la fenomenologia potrebbe apportare un contributo significativo ad una “psicologia della liberazione” o “della resistenza” quale ad esempio quella tratteggiata nel recente libro di Giampaolo Contestabile, di cui non a caso si è discusso con l’autore nel Gruppo di ricerca sulle antropologie trasformazionali presso la Casa del popolo “Villa Medusa” di Bagnoli. Naturalmente si tratta di un discorso e di una prassi tutte da costruire.