E’ stato recentemente pubblicato il volume Esistenza e psiche, curato e tradotto da Aurelio Molaro che raccoglie quattro articoli dello psichiatra francese Eugène Minkowski tra il 1948 e il 1959, riguardanti il rapporto tra la psicopatologia, la psicologia e la filosofia. Gli scritti definiscono pertanto un volume che si presenta come la costruzione della propria psicopatologia fenomenologica, fondata, tra i vari aspetti, sul metodo della diagnosi per penetrazione. È proprio l’intenzione di penetrare il vissuto psicopatologico che ci consente di registrare una divergenza fondamentale dall’approccio di Binswanger, ossia, l’attenzione che lo psichiatra francese dedicò alla struttura del tempo vissuto: fu proprio lo studio sulla temporalità vissuta dei disturbi psichici che permise infatti allo psichiatra di scovare un luogo comune da cui far partire l’atto di penetrazione empatica. In tali scritti, Minkowski sembra vestire progressivamente la propria prospettiva di una totale autonomia di pensiero, mostrandosi critico nei confronti delle concezioni dei suoi predecessori e dei suoi contemporanei, persino del suo amico e collega Ludwig Binswanger e la sua analisi esistenziale, accusando quest’ultima di presentarsi piuttosto come una “storia esistenziale” (p. 136). A tale proposito, infatti, nel primo scritto del 1942 lo psichiatra francese torna ancora una volta sull’analisi del caso di Ellen West del collega svizzero: Binswanger sembra tradirsi quando, discutendo il caso di questa paziente schizofrenica che mostrava un’intensa paura di ingrassare, fece riferimento al fatto che ella sin da piccola rifiutava il latte materno. Tale accenno pone, immancabilmente, l’esistenza schizofrenica della paziente su una narrazione temporale, dando una storicità al disturbo e facendo quasi presagire il principio della malattia nell’età infantile: come a dire che Ellen West fosse destinata a essere schizofrenica. Viene spontaneo chiederci, come probabilmente fece anche Minkowski, che fine ha fatto la nozione di epochè fenomenologica, la sospensione del giudizio che l’analisi esistenziale tanto si propugnava di assumere come proprio fondamento?
La diagnosi per penetrazione di Minkowski si emancipa allora gradualmente dall’analisi esistenziale e l’autonomia di pensiero dell’autore si riflette nella sua scrittura critica, ma al contempo estremamente riconoscente. Difatti, lo psichiatra coglie e assorbe con destrezza concezioni dagli studi altrui, menzionandone l’ammirazione, ma allo stesso momento si allontana da altre: egli allora ritaglia da altri, cuce su di sé e si sofferma sugli scarti, senza mai gettarli via superficialmente – una prassi, aggiungerei, apertamente dichiarata, con voce incantevolmente poetica, dallo psichiatra nella prefazione della ristampa dell’opera Verso una cosmologia del 1967, durante la quale egli presenta il proprio lavoro come nascente dalla produttività degli scarti cui fu costretto a incorrere nel mezzo della scrittura de Il tempo vissuto. Così, ad esempio, fa persino con il pensiero di Bergson, la cui portata e influenza sul proprio pensiero sono più volte dichiarate nel corso dei suoi lavori. Nell’ultimo scritto del 1959 infatti afferma “se la distinzione, operata da Bergson, tra tempo vissuto e tempo misurabile ci ha permesso di descrivere, nell’ambito della schizofrenia, il razionalismo e il geometrismo morbosi, la portata della nostra posizione non si limita affatto a questa descrizione” (p. 284). Si avvicina, coglie, e poi si allontana.
Il medesimo trattamento viene servito alle prospettive di Jaspers, Freud e Husserl: il primo, per esempio, ebbe il merito di presentare la necessità di collaborazione tra la fenomenologia e la psichiatria, tuttavia, se il testo Psicopatologia generale aveva l’obiettivo di presentarsi come un manuale di psicopatologia fenomenologica, per Minkowski quest’opera è “ancora troppo poco fenomenologica” (p. 88); il secondo, nonostante il merito di aver dato inizio a una psicologia affettiva ed essersi focalizzato per primo sull’essere umano nella sua portata antropologica, riduce la propria teoria a una concezione biologista dando fin troppo rilievo al concetto di “pulsione”; per ultimo, Husserl viene presentato nell’ultimo scritto come una fonte d’ispirazione, ciò nonostante, afferma che “non abbiamo la necessità di seguirlo fino in fondo”.
A mio avviso, seppure il primo articolo sia quello argomentativamente più vasto, è nel secondo che si afferma il movente che accompagna tutti e quattro gli scritti, cioè il rapporto tra la filosofia e la psicopatologia; a questo articolo viene infatti dato da Minkowski stesso il titolo “Psicopatologia e filosofia”. Qui lo psichiatra francese si accinge a definire la necessità di un dialogo e apertura reciproca tra la psichiatria e la filosofia: entrambe difatti perseguono l’obiettivo comune di una ricerca antropologica; pertanto, non si capisce perché gli esponenti di entrambi gli ambiti siano così restii a un dialogo. Scrive Minkowski: “Spesso mi sono sentito chiamare ‘metafisico’ dai miei colleghi e ‘psichiatra’ dai filosofi, entrambi – mi pare – animati dalla preoccupazione di proteggere il proprio territorio da qualsiasi incursione straniera” (p. 201). La critica più animata dello psichiatra verso Binswanger fu infondo quella di essersi troppo proteso o verso la filosofia, o verso la psicologia clinica: se si riflette, infatti, l’opera dello psichiatra svizzero è segnata da un’eccessiva fedeltà alla filosofia di Heidegger, ma, d’altro canto, egli risente l’influenza della psicoanalisi freudiana, e nonostante tenti di discostarsene criticandolo a sua volta, la risonanza resta perpetua e si palesa tramite l’unidirezionalità storicizzante che assume la sua prospettiva, ad esempio, sul caso di Ellen West.
Minkowski suole invece saltellare sulle pozzanghere del sapere psichiatrico e filosofico, e con un piede in una e uno nell’altra, è ben lieto che le gocce si mischino.
Torniamo per un attimo al primo articolo poiché è proprio qui che lo psichiatra francese ci racconta come e perché si appassionò alla fenomenologia. L’interesse, ci narra, nasce da un bisogno profondo e da due letture che calzarono a pennello: Sui dati immediati della coscienza di Henri Bergson e la Fenomenologia e teoria dei sentimenti di simpatia, dell’amore e dell’odio di Max Scheler. Minkowski in quei tempi cominciava ad avvertire la ristrettezza dei metodi delle scienze naturali basati sul principio di causalità e su principi biologici. “Mi sentivo come un viaggiatore disperso nel deserto che, circondato da corsi d’acqua, muore letteralmente di sete” (p. 89), scrive. È da questo senso di inappagamento, dal vuoto, che nacque nello psichiatra l’esigenza di rivolgersi a ciò che è vivo e aperto: così si avvicinò alla fenomenologia, la quale fu un lampo improvviso di luce in un sentiero oscuro. Da allora, si rivolse alla stessa maniera verso i suoi pazienti: ricercando, cioè, lo stesso lampo di luce che si manifesti come segnale permissivo dell’atto penetrativo nei confronti del vissuto dei malati. Non a caso negli articoli è ricorrente il riferimento a un paziente affetto da un delirio melanconico che presentava idee deliranti di rovina e di colpa, che divenne noto come “il caso della politica dei resti”, poiché l’uomo si mostrava convinto che tutti i resti, qualsiasi scarto, fossero selezionati appositamente al fine di prender parte alla punizione che gli sarebbe stata inflitta: tutti i rifiuti, che siano mozziconi di sigarette, bottiglie vuote o capelli tagliati, gli starebbero stati inseriti nel ventre al fine di condurlo alla morte. Il caso presentava naturalmente la stratificazione del tempo vissuto sul piano dell’attesa dell’evento che ne causerà la morte, recidendo pertanto lo slancio personale che non si orienta più sull’avvenire, ma resta piuttosto immobilizzato. Ciò che in primo luogo mi preme osservare, al di là della struttura temporale del caso, è il sentimento di vertigine cui lo psichiatra fa accenno rispetto alle affermazioni del paziente: quando provava a mostrargli l’infondatezza delle sue paure, l’uomo gli rispondeva: “D’accordo, finora ha sempre avuto ragione lei, ma che cosa mi prova che avrà ragione anche domani?” (p. 214). Dinnanzi a tali affermazioni, Minkowski si sentiva vacillare, comprendendo immediatamente di trovarsi di fronte a un’espressione di alienazione, proveniente da un mondo distinto dal proprio e che trovava conferma dal fatto che i due non stessero più parlando la stessa lingua. È da quest’atto intuitivo di comprensione – e solo da questo – che allo psichiatra si rende tangibile una modifica sul piano della struttura del tempo vissuto. Ogni analisi, ogni penetrazione, nasce dunque in prima istanza da un lampo, un’intuizione, una vertigine.
Il volume è dunque un affascinante intreccio tra filosofia e psicopatologia che si ripete lungo i quattro articoli. Per i dettagli clinici rimando alla prefazione di Molaro, il quale definisce l’analisi di Eugène Minkowski come una “psichiatria non euclidea”, al fine di mostrare come la scoperta delle geometrie non euclidee non sia degna di nota solo per i matematici, ma venga in ausilio persino alla psichiatria nel considerare l’uomo come portatore di infiniti campi di significati: tale prospettiva si palesa e prende forma nella proposta psichiatrica dal taglio spazio-temporale dell’autore francese, come emerge dalla lettura di Molaro. Dal mio canto, non posso che cogliere l’immenso valore filosofico che presenta ad oggi questo lavoro; alla fine del primo articolo, Minkowski infatti scrive con tono polemico: “Non sono mai riuscito a comprendere il senso di questo entusiasmo per i neologismi tipici soprattutto della filosofia tedesca, come se l’essenziale non potesse essere espresso in maniera più semplice. […] Ciò che ha ispirato il mio impegno […] è la convinzione che la filosofia, lungi dall’essere una prerogativa di qualche spirito elitario, fosse potenzialmente alla portata di tutti” (p. 146).
Condividendo la polemica dell’autore, mi sento di esprimere lo stesso bisogno, per la filosofia, di estendersi e rendersi sempre più interdisciplinare, e soprattutto di abbandonarsi alla semplicità ricordando, come si evince dal testo, l’importanza dell’autonomia di pensiero, l’essenzialità della curiosità e, soprattutto, il valore degli scarti.


