Chi si occupa del Leib? Quali sono quei professionisti che, adeguatamente formati, si occupano di accompagnare le persone ad approfondire l’esperienza, la conoscenza e la consapevolezza del proprio essere corpi vivi e senzienti in un mondo? Chi si occupa di affiancarle nell’esplorazione del confine sempre mobile e sfumato tra l’essere corpo e l’avere un corpo? Tra corpo vissuto e corpo posseduto, corpo soggetto e corpo strumento, corpo sentito e corpo pensato, guardato, usato, disciplinato, padroneggiato. Perché sì, sia detto per inciso, del “corpo che ho” posso anche disporre e fare uso come più mi aggrada, in modi più o meno liberi e creativi o socialmente e culturalmente condizionati, avvalendomi delle mie capacità di lettura critica del contesto storico-sociale e delle sue pressioni condizionanti, ma le mie scelte e le mie inclinazioni saranno determinate in modo decisivo dal grado di consapevolezza e sensibilità che avrò sviluppato nei confronti del “corpo che sono”, che ad ogni istante mi informa su come mi sento in relazione a ciò che incontro. Il corpo che sono, a differenza del corpo che ho, non può mai essere cosa tra le cose, non è un corpo che si possa esibire o nascondere, correggere o modificare, aggiustare, istoriare o mortificare. Il corpo vivo e senziente è centro e sorgente di ogni mia azione volontaria, consapevole e intenzionale. Al tempo stesso, è ricettacolo di affezioni e di afflizioni, sede di impulsi e automatismi innati e appresi (e poi dimenticati) che diventano postura esistenziale, modo di essere, punto di vista non visto e non pensato sugli altri e sul mondo.
E allora, per dirla più semplicemente, chi si occupa nello specifico di aiutare le persone a meglio sentire il proprio corpo e più accuratamente sentirsi nel proprio corpo, mentre abitano un mondo e si relazionano ad altri? Diciamocelo con franchezza: certamente non il medico. La categoria professionale che rappresenta la massima autorità riconosciuta sul fronte della salute e della cura dell’umano (una delle pochissime, peraltro, che nel nostro paese è pienamente autorizzata a toccare i corpi delle persone con le proprie mani), viene sistematicamente addestrata all’esercizio rigoroso di uno sguardo obiettivante, che consenta al bravo professionista di incontrare sempre il Körper e mai lasciarsi traviare dal Leib. Beninteso, possono esistere singole e luminose eccezioni personali, che tuttavia confermano la regola di una figura professionale il cui rapporto con la corporeità umana è, per statuto epistemologico e preciso obbligo metodologico, ben rappresentato dalla pratica del cosiddetto “esame obiettivo”: una palpazione asettica e talvolta intrusiva della macchina somatica, volta a passarne in rassegna le unità funzionali con meticoloso piglio investigativo, al fine di scovare anomalie ed eventuali segni di malfunzionamento da evidenziare nella diagnosi e da avviare al processo di correzione della terapia.
Né, d’altra parte, chiederemmo al medico qualcosa di diverso, specialmente se si trattasse di un chirurgo che ci deve salvare la vita operandoci a cuore aperto o asportando qualche centimetro di massa tumorale dal nostro cervello. Il corpo che abbiamo, a volte, ha bisogno di essere riparato. E a chi ce lo ripara chiediamo innanzitutto competenza ed efficacia tecnica: che aggiusti presto e bene quel che c’è da aggiustare. Se poi, nei nostri brevi incontri, ci trattasse anche con un pizzico di sensibilità psicologica, allora ci sentiremmo grati e addirittura fortunati.
Sensibilità psicologica, dicevamo. Sarà dunque nello psicologo che dovremo riporre le nostre speranze? È forse questa la figura professionale a cui viene insegnato come accompagnare le persone, con presenza e connessione, alla scoperta del proprio sentire corporeo, della qualità autopercepita dei propri gesti, del proprio camminare, del proprio stare in piedi o seduti, del proprio respirare, del proprio distendersi o contrarsi, irrigidirsi o ammorbidirsi, espandersi o ritirarsi in risposta a determinate situazioni o pensieri? È lo psicologo il professionista che viene formato per aiutare le persone a “sentire da dentro” il proprio stesso corpo, il corpo che esse sono, e prendervi così tanta confidenza da diventarne intimamente amiche? Anche in questo caso dobbiamo rispondere negativamente. Come potrebbe una psicologia fondata sulla vulgata del dualismo cartesiano e ossessionata dalla rincorsa del rigore scientifico obiettivante dell’approccio biomedico incontrare qualcosa come una soggettività corporea? È già sufficientemente problematico, come evidenziato dalle ben note critiche husserliane (Husserl, 2008), che una psicologia che reclama per sé stessa uno statuto propriamente scientifico possa realmente incontrare una soggettività senza previamente ridurla ad oggetto (e dunque smarrendone ogni tratto essenziale). Figuriamoci, poi, se si trattasse di entrare in quel corpo a corpo in cui consiste la relazione tra due soggettività incarnate. Anche se prescindessimo dai pur rilevanti ostacoli epistemologici, dovremmo chiederci dove si trovano, nel curriculum accademico dello psicologo (ma anche, purtroppo, nei percorsi formativi proposti dalla maggior parte delle scuole di specializzazione in psicoterapia) gli elementi di training esperienziale che preparano realmente ad entrare in relazione consapevole con la propria e con l’altrui esperienza corporea. Esistono, è doveroso segnalarlo, alcune preziose eccezioni: la Terapia della Gestalt (con le sue varie anime e declinazioni), la Psicoterapia Funzionale, l’Analisi Bioenergetica e la Psicoterapia Biosistemica, per citare quattro delle più note scuole di psicoterapia che riservano al corpo una particolare attenzione (Kepner, 2005; Frank, 2005; Rispoli, 2016; Lowen, 2004; Liss, 1994). Bisognerebbe, poi, entrare in un più dettagliato confronto per valutare in quale misura e in che modo ciascuno di questi approcci (e altri qui non citati) sia in grado di rivolgersi all’esplorazione consapevole del Leib e quanto, invece, alcune “tecniche corporee” non rischino di ricadere nella sfera della sollecitazione fisica e correttiva del Körper, se applicate senza la dovuta consapevolezza epistemologica e relazionale. E bisognerebbe confrontarsi anche su quanto del percorso formativo è realmente dedicato a fare esperienza pratica e concreta di ascolto del corpo e di accompagnamento nell’ascolto del corpo, magari anche attraverso il movimento e il contatto, che è cosa diversa da una riflessione teorica, per quanto illuminata e illuminante, sul ruolo del corpo in psicoterapia.
Potremmo proseguire l’indagine, passando in rassegna l’intero elenco delle professioni medico-sanitarie e di quelle socio-educative, ma credo che, oltre ad annoiarci terribilmente, non faremmo che trovare avvilenti conferme di un triste fatto: la dimensione del Leib, pur così centrale nell’esperienza umana, è gravemente negletta nella formazione accademica e istituzionale di chi dell’umano dovrebbe occuparsi e prendersi cura. Può accadere che venga qua e là menzionata, che ci si rifletta sopra. Può persino capitare di avere la rara fortuna di partecipare a qualche decina di ore di laboratorio di psicomotricità o di pedagogia del corpo, per esempio, oppure l’onere di frequentare un costoso master universitario in cui si offre un assortimento di piccoli assaggi di metodi e approcci differenti, presi a prestito da varie fonti. Ma la verità è che, se si vuole realmente intraprendere un percorso formativo e trasformativo centrato sull’esperienza dell’essere corpi vivi e senzienti, bisogna volgere lo sguardo altrove, a una vasta galassia di metodi e discipline che vivono perlopiù fuori dalle accademie e dalle istituzioni, in quella zona spesso considerata grigia e ambigua dal punto di vista del riconoscimento professionale a cui ci si riferisce con locuzioni come “promozione della salute e del benessere olistico”, “discipline bionaturali” e simili, oppure alla zona di intersezione tra queste ultime e l’universo delle arti performative, del teatro, della danza e del canto.
In quello che, non senza ragioni, può apparire come un variopinto e confuso calderone di metodi e discipline dalle più svariate origini e provenienze, spesso portatrici di visioni del mondo tra loro anche molto lontane e non sempre conciliabili, in cui si spazia dal Reiki, all’iridologia, alla kinesiologia, dallo shiatsu, alla pranoterapia, alle tecniche manuali ayurvediche e alla biodinamica craniosacrale, potremmo innanzitutto tentare di delimitare e far emergere il perimetro di quelle metodologie che puntano più espressamente ad educare le persone alla consapevolezza del proprio corpo in movimento.
Metodo Feldenkrais, Tecnica Alexander, Body-Mind Centering® e Approccio Trager® spiccano in questo panorama, nei limiti delle mie conoscenze, in virtù della marcata vocazione “educativa” e non “correttiva” né “performativa”, ossia per il fatto di non puntare sulla riproduzione di forme e gestualità ortodosse a cui adeguarsi, né sulla manipolazione meccanica dei tessuti corporei finalizzata ad ottenerne il cambiamento plastico. Piuttosto, il canale utilizzato da queste discipline è l’esplorazione aperta e sensibile, orientata dalla parola, dall’immagine e dal tocco, del movimento corporeo e delle percezioni che ne derivano, al fine di consentire un progressivo e naturale affinamento della consapevolezza sensomotoria e dell’organizzazione tonico-posturale (Ginsburg & Schuette-Ginsburg, 2023; Alexander, 1998; Bainbridge-Cohen, 2020; Liskin, 1996; Semenzato, 2010). In territori confinanti, ma più vicini all’orizzonte dell’espressione creativo-simbolica e della comprensione psicodinamica dell’esperienza umana, si muovono metodi come DanzaMovimentoTerapia, Movimento Autentico e Life/Art Process®, per citare quelli a me più noti (Adorisio & Garcìa, 2008; Di Quirico, 2012; Adler, 2006; Halprin, 1995). Su un altro versante, contiguo ai primi due ma intermedio rispetto a quello delle psicoterapie, possiamo incontrare il lavoro di Eugene Gendlin, che a partire dalla sua “filosofia dell’implicito”, ha sviluppato diverse tecniche basate sul cosiddetto felt-sense (sensazione sentita del corpo nella sua globalità, che include anche una componente di intuizione, di significato e direzione esistenziale) la più nota delle quali è il Focusing, ed è senz’altro doveroso menzionare Somatic Experiencing®, il metodo psicofisiologico ideato da Peter Levine per la rinegoziazione delle memorie traumatiche (Gendlin, 2001; Levine, 2014). Quest’ultimo, pur essendo animato da un chiaro intento terapeutico ed essendo guidato da una comprensione neurofisiologica delle risposte allo stress, nella pratica concreta si traduce in un attento e profondissimo accompagnamento sintonizzato all’ascolto dei segnali del corpo, delle più fini variazioni dell’esperienza interocettiva e propriocettiva, dei più sottili impulsi involontari di movimento che scaturiscono in risposta a ricordi, pensieri, immagini, significati e situazioni, ai quali si dà tempo e modo di manifestarsi e completarsi naturalmente. È come se entrambi i soggetti coinvolti, nei diversi ruoli di operatore e di cliente, nello spazio d’incontro della relazione intercorporea e dell’ambiente che li ospita, si aprissero insieme all’ascolto della pulsazione profonda del Leib, disponendosi ad accoglierla, riconoscerla, legittimarla e integrarla nell’esperienza vissuta, anche prima e al di sotto delle parole e delle spiegazioni.
L’elenco dei metodi che ho fin qui citato è inevitabilmente parziale e sono certo di aver omesso per mia ignoranza o trascuratezza discipline e approcci che avrebbero meritato una menzione. Vorrei evidenziare, però, che ho scelto deliberatamente delle metodologie che, al netto di eventuali fraintendimenti di singoli operatori, difficilmente possono essere intese come forme di fitness o di allenamento finalizzato a modificare e migliorare il Körper in un’ottica prestazionale come quella oggi dominante. Sono piuttosto delle vie per approfondire la conoscenza di sé, per arricchire ed ampliare l’esperienza di sé stessi e il contatto con il mondo e con gli altri. Ho scelto inoltre, volutamente, di citare metodi nati in seno all’orizzonte culturale occidentale, che non richiedano a chi di noi vi si approcci particolari acrobazie di pensiero nel tentativo di appropriarsi di concetti che appartengono a visioni del mondo e patrimoni culturali molto distanti dal proprio, finendo spesso per cadere in banalizzazioni e semplificazioni poco rispettose di venerabili tradizioni altrui o trasformando in un inseguimento di vertigini esotiche ed esoteriche la riscoperta di ciò che dovrebbe esservi di più prossimo e banale: la vita vissuta del corpo, in tutta l’inesplorata e scontata ricchezza dei suoi gesti quotidiani.
Ciò non toglie, naturalmente, che anche discipline come yoga, tai chi e qi gong, per esempio, possano diventare per un occidentale delle vie di esplorazione di sé, della natura stessa del sé e di affinamento della consapevolezza del corpo vissuto. Ritengo, però, che ciò richieda un livello di approfondimento e dedizione che non di frequente si incontra, mentre ben più diffusa pare essere la tendenza a scivolare in sottili travisamenti o discutibili forme di appropriazione culturale (Ranganathan, 2025). Inoltre, se ciò che si intende fare è approcciarsi al sentire corporeo in quanto tale, con sincera apertura fenomenologica, trovo sia molto più d’aiuto usare un linguaggio semplice, elementare, legato all’immediatezza dell’esperienza qualitativa: caldo, freddo, pesante, leggero, stretto, largo, disteso, contratto, spazioso, costretto, duro, morbido… Ciò che è precategoriale per natura mal si concilia con le categorie: più il linguaggio si allontana dal quotidiano e più rischiamo di perdere l’essenziale. Ed è infatti già problematico, da un punto di vista fenomenologico, l’utilizzo di un riferimento alle strutture anatomiche e al funzionamento fisiologico del Körper per supportare l’esperienza del Leib. Tuttavia ritengo che, se appropriatamente declinato, come in certe forme di anatomia esperienziale, possa trattarsi di un espediente di grande aiuto: la forma di certe ossa che posso sentire, toccare e in parte vedere sottopelle, come le costole, lo sterno, le clavicole, gli ischi, il movimento e la forma di certi muscoli che posso contrarre o lasciar andare, muovere e soppesare, l’informazione di come accadono e come si collocano certi processi corporei da un punto di vista biologico, evoluzionistico, neurofisiologico ed ecologico… diventano supporti immaginativi e stimoli per un’esplorazione somatica in prima persona che, sviluppandosi in modo libero a partire da quelle provocazioni e con quei riferimenti, crea consapevolezza e affinamento delle capacità propriocettive ed interocettive, giocando sul confine tra il corpo che sono e il corpo che ho, tra ciò che sento, ciò che vedo e ciò che so. Ancor più problematico, mi pare – e certamente più difficile, a causa dei miei limiti personali – è fare la stessa cosa cercando di rintracciare nell’esperienza corporea strutture e concetti di anatomie “altre” e sottili, spesso invisibili e intangibili ai più, lontane non solo dall’esperienza ingenua ma anche dall’orizzonte culturale, dal linguaggio e dai sistemi di spiegazione del mondo in cui perlopiù siamo immersi e che sostengono la nostra quotidianità. Si ripresenta il tema dell’esotismo di fronte alla prossimità, alla semplicità, alla profondità insondata di ciò che è più banale e quotidiano. Sembra che per vedere il valore di ciò che è vicino si debba andare molto lontano, viaggiare fino a perderlo di vista per ritrovarlo altrove, sotto nuovi cieli e nuovi nomi. Mi piace pensare che, in alternativa, basti guardare con maggiore attenzione.
Guardare con occhi nuovi ciò che è da sempre sotto lo sguardo di tutti, ripensare ciò che tutti pensano e che danno per assodato perché così si pensa, si dice e si fa, rimettere in discussione le abitudini più consolidate, sottoponendole non soltanto al vaglio della critica razionale ma anche alla paziente azione riplasmatrice dell’askesis, dell’esercizio, della cura di sé che diventa etopoiesi, costruzione attiva e creativa di un ethos, di un modo di essere nel mondo e con gli altri, sono alcune delle caratteristiche fondamentali della filosofia, se non altro di quella antica, nella lettura che ne danno Pierre Hadot (2010; 2005) Michel Foucault (2001; 2003; 2009) e molti altri che, sul loro solco, hanno dato vita al movimento delle pratiche filosofiche contemporanee (Madera & Tarca, 2003; Brentari, Madera, Natoli & Tarca, 2006; Montanari, 2009; Candiotto & Tarca, 2013). Una filosofia che, fin dalle origini, ha avuto con il corpo un rapporto problematico e conflittuale, se è vero che Platone poteva scrivere che “…i filosofi sono per ogni rispetto in discordia con il corpo e hanno desiderio di essere soli con la propria anima” e che “…questo appunto è lo studio e l’esercizio proprio dei filosofi, sciogliere e separare l’anima dal corpo”, arrivando a costruire una vera e propria dicotomia tra philosophos e philosomatos, descritti come due tipologie umane contrapposte e reciprocamente escludentisi: gli uni amanti del sapere, della ragione, della verità, dell’anima e del bene, gli altri costretti dall’amore per il corpo a inseguire le brame più insensate, come quelle di gloria, onori e ricchezza, torturati da dolori, sofferenze, vecchiaia, passioni e malattie, vessati, soprattutto, dal timore della morte. Oso affermare che, invece, diventare philosomatos sia uno dei modi possibili per essere filosofo. E aggiungo, anzi, che sul frontone dell’Accademia platonica, con buona pace dei geometri, si sarebbe dovuto scrivere “Nessuno entri, che non sia philosomatos”. Se anche il corpo, infatti, fosse stato davvero una sorta di bestia da ammansire per non esserne divorati, non sarebbe stato meglio disporsi a conoscerla e farsela amica, sviluppando con essa un rapporto di philia, di amorevole e fraterna intimità, piuttosto che rinnegarla e pretendere di separarsene? D’altra parte, non è lo stesso Platone a scrivere, nel Timeo, che c’è un solo rimedio per entrambi quei mali che sono la follia e l’ignoranza: “Non muovere né l’anima senza il corpo, né il corpo senza l’anima” e a proporre come strumento terapeutico, nel medesimo dialogo e nelle Leggi, la pratica del movimento coreutico e della danza (Donato, 2024)?
Diventare philosomatos, dedicarsi a sviluppare la consapevolezza del proprio essere corpo è una forma di esercizio filosofico, un modo per essere filosofi. Qui non posso che limitarmi a enunciare questa tesi, ripromettendomi di svilupparla altrove, ma con la consapevolezza di non essere l’unico ad avere imboccato un sentiero così poco frequentato. Richard Shusterman (2012; 2013), filosofo analitico americano poi approdato al pragmatismo, nonché insegnante di Metodo Feldenkrais, scrive molto chiaramente: “…concepita come un’arte del vivere, la filosofia dovrebbe occuparsi più da vicino della coltivazione del corpo senziente attraverso il quale viviamo”, affermazione che condensa l’istanza propulsiva della disciplina da lui inaugurata e denominata somaestetica. La filosofa e danzatrice Maxine Sheets- Johnstone (2011) ha sviluppato un ambizioso programma di ricerca in cui, spaziando tra fenomenologia, scienze cognitive e biologia evoluzionistica, dimostra l’importanza fondamentale del movimento corporeo e dell’esperienza cinestetica non soltanto nella costituzione del sé e del senso di agency, ma anche delle nozioni di spazio e tempo, nonché delle nostre capacità di pensiero e di linguaggio, sia in senso ontogenetico che filogenetico. L’esperienza del movimento corporeo, con le sue diverse sfumature e ambivalenze (muoversi volontariamente con un progetto d’azione consapevole, muoversi inconsapevolmente secondo abitudine, abbandonarsi a qualcosa o qualcuno di esterno che ci muove, essere mossi da impulsi interni involontari e incontrollabili o solo parzialmente controllabili…) è punto d’osservazione privilegiato per conoscere sé stessi, in accordo con l’antico motto delfico, non soltanto in senso psicologico e personalistico, ma anche nel senso di volgersi a conoscere l’esperienza stessa dell’emergere e costituirsi di un sé, più precisamente di un sé e di un mondo come distinti e in relazione.
Il corpo stesso, d’altra parte, è tanto mondo quanto sé, tanto Körper quanto Leib. Finché vivo sono in questa ambivalenza, sono dentro questa danza. Sono io che mi muovo ed è la vita del mondo che mi muove: perché anima quel pezzo di mondo che è il mio corpo e da dentro lo possiede o perché urta il mio corpo animato da fuori e lo provoca ad agire. Ma il mio corpo, come Leib, non è né dentro né fuori. È nel mio fare esperienza, nel mio sentire di muovermi nel mondo e sentire di esser mosso dal mondo. “La filosofia”, dice il padre della neofenomenolgia Hermann Schmitz (2011), “…è autoriflessione dell’uomo su come egli si sente nel proprio ambiente”. Al centro di questo sentire, aggiungo, si trova sempre l’esperienza del movimento, a partire da quel moto elementare che è l’oscillazione tra Enge e Weite, angustia e ampiezza, i due poli basilari dell’intera dinamica vitale secondo Schmitz, da cui derivano le successive polarità, come contrazione/espansione, tensione/distensione. Non è questo, in fondo, il cuore dell’esperienza interocettiva e propriocettiva che tanto viene approfondita nella pratica di Somatic Experiencing® e, in proporzioni e modalità variabili, degli altri metodi da me citati in precedenza?
Mai come oggi c’è bisogno di coltivare e diffondere una pratica filosomatica che ci faccia innamorare del Leib, che torni a farci abitare il corpo vivo che siamo, nella pulsante e sentita appartenenza al mondo che vive attorno, dentro e attraverso di noi. A chiedercelo è la crisi ecologica che, ovunque, grida a noi umani di svegliarci dalla vertigine prometeica e narcisistica che ci ha permesso di dimenticare che il nostro stesso corpo è parte integrante del corpo del pianeta. Thomas Fuchs (2024) invoca un nuovo “umanesimo dell’incarnazione”, in grado di riconoscere “…che l’antropocentrismo che contraddistingue la nostra visione del mondo debba essere rivisto; che la convivialità con tutti gli esseri viventi debba soppiantare lo sfruttamento narcisistico della Terra”, per poi aggiungere, molto chiaramente: “Mi sembra che
un riallineamento di questo tipo debba basarsi necessariamente sulla nostra corporeità, cioè sulla nostra parentela con tutte le forme viventi. Solo se abitiamo davvero il nostro corpo potremo far sì che la Terra rimanga un pianeta abitabile”. Ad urlarcelo è la triste visione di un’umanità sempre più costituita di corpi disabitati, un’umanità che sempre più si sta plasmando nel crogiolo di relazioni mediate da mezzi digitali distanzianti e decorporeizzanti, sempre più indebolita e sradicata dal terreno fondante dell’intercorporeità, sempre più circondata da immagini luminose e bidimensionali di corpi innaturalmente perfetti e prestazioni innaturalmente elevate. Esasperazione del visivo, depauperamento del tattile, del cinestetico, dell’interocettivo e del propriocettivo, diseducazione al contatto e alla relazione tra corpi: tutto questo spinge a guardare il proprio soma come oggetto da confrontare e da esibire, oppure nascondere, oppure ancora modificare e correggere a piacimento. Assistiamo ad un continuo slittamento di piani tra una vera o presunta cura e autodeterminazione di sé e una disperata ricerca di appartenenze e conferme che puntellino fragili identità, prive della consistenza del corpo vissuto e del sostegno di forme di socialità incarnata, attraversate da spinte inconsapevoli e insospettabili ad adeguarsi a logiche predatorie di produzione, prestazione, consumo e sostituzione che permeano il sistema economico, sociale e culturale in cui siamo immersi.
Dalle intricatissime e delicate trame della differenza sessuale e dell’identità di genere (Cavarero & Guaraldo, 2024), fino alle derive cyber-escatologiche di certo transumanismo (Benanti, 2018; Fuchs, 2021; 2024), davvero rischiamo di perdere l’equilibrio e smarrirci tra opposti estremismi, se ci disancoriamo ulteriormente sia dall’esperienza in prima persona del corpo vivente, senziente e vissuto, sia da una lettura critica del mondo sociale che ci circonda e del sistema che lo regge. Un sistema, vale la pena ricordarlo, che fa di tutto per esasperare la dimensione della voglia e della sua più immediata soddisfazione, che patologizza il dolore, la dissonanza, la frustrazione, che fomenta i desideri trasformandoli in diritti da reclamare e perseguire fino allo stremo, mentre nega visibilità e sostanza ai diritti sociali più elementari. C’è chi ha parlato di “capitalismo limbico” (Courtwright, 2019), evidenziandone la connessione con il dilagare delle dipendenze patologiche e non patologiche (Lembke, 2022). C’è chi ha parlato di “licitazionismo” (Madera, 2012), con riferimento alla dantesca Semiramide “che libito fe’ licito in sua legge”: un modo per sottolineare come la dimensione appetitiva e desiderante venga fatta assurgere a comandamento, a imperativo che, se tecnicamente può essere soddisfatto, allora deve essere soddisfatto, poiché ciò risulta essenziale a un sistema di produzione e consumo votato alla propria illimitata espansione.
È senz’altro vero, per dirla con Martha Nussbaum (1997), che abbiamo bisogno di una terapia del desiderio. Una terapia filosofica, secondo l’autrice del ponderoso volume sulla teoria e la pratica dell’etica ellenistica. Sono d’accordo. Ma con la clausola che, oggi, una simile terapia deve includere e presupporre una cura dell’attenzione e dell’ascolto del corpo, oltre che del pensiero (Semenzato, 2013). C’è bisogno di una pratica filosomatica trasversale, inclusiva e transdisciplinare, che cresca e si nutra del confronto e della compenetrazione di metodi e saperi, dalle psicoterapie alle discipline di educazione e consapevolezza somatica come quelle citate in precedenza, dalla biologia e dall’ecologia, alla fenomenologia e all’estetica del quotidiano, dalla psicofisiologia e dalle neuroscienze dell’embodiment alla sociologia e all’antropologia del corpo, dove la parola “embodiment” assume un diverso significato. Soprattutto, c’è bisogno di una pratica filosomatica che sia pratica e somatica davvero, che richieda e consenta a chi si vuole formare all’aiuto, alla cura e all’educazione dell’altro, di mettersi realmente in gioco e dedicare tempo, attenzione, apertura e disponibilità personale all’esperienza concreta, incarnata, trasformativa, in prima e in seconda persona, dell’essere corpi viventi in relazione.
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