PsicoterapiaPsicoterapia fenomenologica

La relazione terapeutica nella Daseinsanalyse di Ludwig Binswanger

Durante la pratica terapeutica incontriamo una persona che soffre, questo non dobbiamo mai dimenticarlo.

A volte, però, ci sentiamo spaesati dalle difficoltà e dal dolore che incontriamo e sentiamo il bisogno di trovare (se mi è permesso il termine) un’essenza/definizione (un ancoraggio) di quello/chi incontriamo. Queste situazioni possono portarci ad irrigidirsi su termini come (es.): disturbo borderline di personalità, disturbo d’ansia generalizzata, disturbo bipolare, etc.; termini che certamente hanno valore clinico, ma che rischiano di diventare chiavi di lettura e di soluzione esaustivi. Diventa allora importante ricordare che abbiamo sempre a che fare con esistenze (che aprono all’incondizionato) e non con essenze (che tranquillizzano nel condizionato).

Il nostro lavoro parte da concetti cari alla fenomenologia (dove il manifestarsi/disagio è sempre sullo sfondo di un io/persona) e da concetti legati all’opera Essere e tempo di Martin Heiddeger (1889-1976); per arrivare, poi, all’opera/proposta di Ludwig Binswanger (1881-1966): la DaseinsanalyseLa riflessione di Binswanger che proponiamo riprende i temi heideggeriani e ne offre un passo in avanti nella/per la gestione della psicopatologia; ci offre (accanto alla diagnosi clinica) delle direttrici/esistenziali per l’operare terapeutico. Di Binswanger utilizzeremo (senza darne una presentazione esaustiva) qualche concetto e nozione contenuti nelle pagine di Daseinsanalyse Psichiatria Psicologia di Be in the world – Essere nel mondo; spunti che propongono una possibile bussola per le difficoltà che si vivono e che si prova a gestire, quando, carichi di chiavi di lettura nosografiche, incontriamo una storia di vita di una persona che soffre, che ex-siste.

È risaputo come la Fenomenologia (Binswanger, 2018 – p.10)[1] costituisca una delle principali fonti dell’Esistenzialismo, e come Heidegger (considerato discepolo di Edmund Husserl – salvo quello che ne pensò Husserl stesso dopo aver letto l’opera del suo “allievo”), nella prima parte di Essere e tempo (analitica esistenziale), presenti il concetto di esistenza, non come semplice-presenza, ma come il modo di essere dell’uomo. Per Heiddeger l’uomo è quell’ente, quel Da-sein/Esser-ci (essere storicamente determinato che sperimenta le dimensioni dell’apertura, della progettualità, della coesistenza), che si presenta come un progetto gettato in questo mondo. L’uomo è l’unico essere capace di indagare, l’unico che può cercare di risalire al perduto senso dell’essere (dei significati): quell’ente che può indagare partendo solo dalla propria esistenza[2].

È nell’Esserci (In der welt sein) heideggeriano che possiamo inserire la riflessione di Binswanger, intesa come una riconsiderazione del fondamento antropologico del sapere psichiatrico; una riflessione che, se da un lato è in chiara polemica con una psichiatria di stampo positivistico, dove «il cervello, quasi una vecchia “res extensa”, viene “eretto a mitologia”/a chiave di significato per poter “comprendere” il piano mentale/psichico» (Binswanger, 2018 – p.10), dall’altro cerca anche di fare un passo in avanti rispetto alla proposta heideggeriana stessa. Un passo che possiamo prendere come un aiuto nella pratica clinica, per cercare di superare e di non incorrere in una visione epifenomenica della psiche, in un’etichettatura nosografica del disagio/dolore umano, molte volte umanamente comprensibile, ma troppo breve e sbrigativa.

Facciamo una breve premessa prima di arrivare a Binswanger: Heidegger parlava di modalità principali (esistenziali), le uniche che possano garantire una esistenza autentica; modalità tramite cui sperimentiamo il nostro essere-nel-mondo/In der welt sein: questi esistenziali corrispondono alla situazione emotiva e alla comprensione. Secondo questa prospettiva, per Binswanger, l’uomo non è da inquadrare come un portatore di diagnosi: l’uomo non è una diagnosi, ma è uno spettatore interessato-intenzionato (torna ancora latente il concetto tanto caro a Husserl, ereditato da Brentano, di intenzionalità) alla vita/al suo welt. La situazione emotiva di un paziente svela la sua finitezza e ci ricorda come l’esistenza (un uscire, un ex-sistere all’interno di una situazione) umana non sia mai assoluta ed etichettabile, ma relativa; come sia sempre immersa in una rete di pregiudizi, in un circolo di opzioni. Queste considerazioni ci dovrebbero portare a trattare qualsiasi parola in terapia sullo sfondo di un Erlebnis (esperienza vissuta), che può essere compresa, nella sua immediatezza, tramite una partecipazione affettiva.

Riprendiamo Binswanger: «Ponendo al centro della propria Daseinsanalytik l’a-priori ontologico dell’essere nel mondo, Heidegger avrebbe eliminato (nella prospettiva binswangeriana) l’eterno dilemma del rapporto tra soggetto e oggetto: quell’atavica dicotomia (di cartesiana memoria) mentale/psichico e corporeo/fisico che riduceva l’esserci umano a nudo soggetto privo di mondo» (Binswanger, 2018 – p.12)Ma, Binswanger non si limita a recepire il pensiero heideggeriano (elemento questo di maggior discontinuità con Heiddeger) come una passiva riproposizione in ambito psichiatrico e psicopatologico dell’analitica di Sein und Zeit; Binswanger ha pensato che una psichiatria sia impossibile senza una antropologia; ed è in questi termini che Binswanger vuole ridefinire la Sorge (prendersi cura di) heideggeriana nel senso di una dualità/relazionalità dell’Io con il Tu nella dimensione dell’amore (Liebe).

La proposta di Binswanger può aiutare la relazione terapeutica, tratteggiandone la dualità come una Noità/Wirheit[3] che si struttura su assi esistensivi (esplicitati nelle categorie della temporalità, della spazialità, della dualità, dell’emotività, del colore, del significato, etc.). L’obiettivo diventa, quindi, il cercare l’uomo nella/sullo sfondo della sofferenza/malattia, cercarlo nelle modalità (tempo, spazio, etc.) in cui l’individuo progetta il mondo (valori, significati). In questo senso, l’agire in terapia dovrebbe cercare la costruzione di un dialogo tra l’indicazione nosografica e quegli apriori esistenziali tramite cui si pone il Dasein con/nella sua fattualità.

La conclusione che se ne può trarre è che, per Binswanger, la Noità è da intendersi come un trascendentale (un costitutivo) dell’esserci umano, e non come l’incontro di un Io (il terapeuta) con una diagnosi (il paziente nosografico). La riflessione sulle modalità di ex-sistere nel tempo, nello spazio (etc.), nella costruzione del due (con l’emotività troppe volte solo detta, ma non espressa) da parte del paziente, vuole permettere di andare oltre il dato/causa di uno star male; vuole raggiungere una modalità di fondo, una categoria originari, un trascendentale della struttura globale dell’individuo: un suo modo di interpretazione comprensiva del mondo (anche e, soprattutto, clinicamente patologico).

Binswanger parla di essere l’uno con l’altro nell’amore (Mit einander sein in der Liebe) da intendersi, appunto, come condizione trascendentale di possibilità dell’intersoggettività e, quindi, come un possibile aiuto per strutturare l’essere del rapporto in terapia. Su questo presupposto l’essere umano diviene il fondamento antropologico della scienza psichiatrica e psicologica, aprendosi alla possibilità di essere fenomenologicamente incontrato nella sua normalità-patologia. Ciascun Dasein[4] sarà allora da vedere come un progetto di mondo (per quanto patologico e clinicamente segnato) che disegna il suo essere con l’altro nell’amore; ciascun esserci si apre all’altro in relazione ad un determinato progetto di mondo (Weltentwurf) che lo guiderà costitutivamente nella comprensione della realtà, della vita psichica di ogni individuo.

La Daseinsanalyse di Binswanger vede l’individuo clinicamente malato come custode di un progetto di vita instabile, privo di libertà, mancato; ma è un progetto da comprendere insieme al terapeuta. Il terapeuta diventa partner esistenziale, dice Binswanger: «… è del tutto insignificante la possibilità che colui che pratica la Daseinsanalyse abbia una formazione psicoanalitica o junghiana: egli si troverà sempre di fronte ai suoi malati al medesimo livello, vale a dire al livello della comunanza dell’esserci. Egli non farà del malato un oggetto di fronte al quale porre se stesso come un soggetto, ma vedrà in lui un partner esistenziale (Daseinspartner)» (Binswanger, 2018 – p.30).

La proposta della Daseinsanalyse ci porta verso un’indagine di carattere antropologico/intersoggettivo, in cui le cui principali modalità esistensive del Noi potrebbero aiutarci, insieme alla diagnosi clinica, ad incontrare/aiutare una persona. Una proposta, quella di Binswanger, che vuole ridare dignità alla intenzionalità e alla progettualità dell’uomo; una visione antropo-esistenziale che non vuole più limitarsi a oggettivare l’esserci umano in categorie nosografiche.

Facciamo una riflessione finale (che forse può aiutarci nel lavoro terapeutico): se Binswanger restituisce alla sofferenza mentale la dimensione esistenziale, la sua riflessione può risultare contestabile (Binswanger, 2018 – pp. 20-21): lo psichiatra di Kreuzlingen supera il classico dualismo cartesiano tra res cogitans e res extensa (in linea con quanto detto da Heidegger in Essere e tempo), ma rischia di incappare in una forma di dualismo tra teorico/nosografico e pratico/teoricoSembra, nella proposta di Binswanger, che la condizione di un’autentica psicoterapia possa essere valida solo in relazione ad una certa creatività (Einfall, trovata) del medico-terapeuta, quasi, perdendo di metodo.

Nella proposta di Binswanger, sembra quindi esserci una dialettica tra una visione puramente antropo-esistenziale della malattia mentale e una visione più concretamente medica (Binswanger era un medico); una dialettica che non porterebbe mai, le tesi in oggetto, ad una effettiva sintesi (ma, potrebbe effettivamente farlo?); che sembrerebbe sempre più dipendente da quello che succede/si costruisce nella relazione terapeutica.

Conclusioni

Binswanger, pur essendo medico, è perfettamente consapevole (come fenomenologo) che una visione puramente medica/nosografica della malattia e della sofferenza mentale siano inadeguate a comprendere l’integrità e l’unicità dell’essere umano. Forse, è proprio questo è il messaggio che potremmo far nostro: cercare di evitare, come terapeuti, pericolose derive di stampo manualistico/nosografico, di sforzarci sempre di interrogarci (forse senza mai arrivare a conclusioni/sintesi) su imperfezioni, limiti e condizioni di possibilità dell’essere umano che abbiamo di fronte. Forse, le bussole esistenziali proposte dalla Daseinsanalyse, quando costruiamo/percorriamo un pezzo di strada con una persona, potrebbero davvero salvare l’esistenza, pur clinicamente, ma non esistenzialmente, patologica della persona stessa.

Bibliografia 

Binswanger Ludwig, 2018, Daseinsanalyse Psichiatria Psicologia, (pag. 7), Raffaello Cortina Editore.

Binswanger Ludwig, 1973, Be in the world (Essere nel mondo), Casa Editrice Astrolabio, Ubaldini Editore, Roma.

Heidegger, M. (1927). Essere e Tempo, Longanesi, Milano, 1976.


[1] «… la fenomenologia si pone il compito di rendere visibile ogni esperienza vissuta (Erlebnis), rinunciando a spiegazioni di carattere meccanicistico-riduttivo che tendono a oggettivare i fenomeni umani all’interno di rigide categorie nosografiche».

[2] Nella nostra riflessione non ci interesseremo agli esiti (“svolta”) di Heiddeger (le difficoltà metafisiche di Essere e tempo); qua vogliamo solo mostrare come per Binswanger la Daseinsanalytik (l’a-priori ontologico di Heiddeger), possa costituire un’utile riflessione/aiuto in termini psicopatologici.

[3] Intesa come relazionalità originaria; come condizione trascendentale di possibilità dell’intersoggettività e, quindi, di qualsiasi manifestazione di spazialità e temporalità.

[4] Un progetto di mondo visto come una guida preliminare nella/per la comprensione; quasi una matrice pre-psicologica.

Giuseppe Camanini

Psicologo-Psicoterapeuta: laureato all’Università di Padova (“Neuroscienze e riabilitazione neuropsicologica”), iscritto all’Ordine degli psicologi della Lombardia. Ha conseguito un “Master in “Neuropsicologia clinica” e la specializzazione in “Psicoterapia cognitivo-comportamentale”. Ha conseguito una specializzazione base in Schema Therapy (trattamento dei disturbi di personalità) e una specializzazione in EMDR 1° e 2° livello. Si occupa di “disturbi della personalità” e di “condizioni legate a traumi”. La formazione è costantemente rivolta all’approfondimento negli interventi delle problematiche menzionate. Attualmente collabora con il centro HUMANS di Concesio (BS). Educatore: laureato all’Università Cattolica di Brescia (“Scienze delle formazione” – Educatore extrascolastico). Insegnante: specializzato presso l’Università Cattolica di Milano nell’insegnamento di “Filosofia, scienze umane e storia”; specializzato per l’insegnamento e il sostegno di situazioni di “disabilità”.

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