La pratica fenomenologica in psicoterapia e la cura “Antropologico-Trasformazionale”
Come sappiamo bene, non è semplice identificarci agli occhi di noi stessi e del mondo come psicoterapeuti a orientamento fenomenologico. Dalla sua entrata in scena, la fenomenologia è apparsa un dispositivo estremamente potente per affrontare i temi legati all’esperienza sofferente umana. Tuttavia, se è stata evidentemente di successo la sua applicazione in psicopatologia, nella descrizione dell’esperienza degli ammalati psichici, molto più incerto è stato il suo cammino rispetto all’intervento di cura.
Gli psicoterapeuti fenomenologi, finanche i padri della psichiatria fenomenologica (su tutti Binswanger), hanno propeso per l’inquadrare la fenomenologia come sfondo epistemologico rispetto alle azioni del terapeuta e non come un vero modello di cura. La fenomenologia è stata intesa in questo senso come una cornice che avrebbe dovuto spazzar via le metapsicologie e le loro tendenze psicologistiche e positiviste, mantenendone tuttavia l’impianto tecnico. Per quanto possa apparire agli addetti ai lavori come un sapere elitario, ricercato, quasi iniziatico, la fenomenologia è un corpus inclusivo, che in nessun modo contraddice i principi della cura legati alle varie forme di sostegno alla salute mentale, ma, pur sottraendosi al gioco della “teoria migliore”, è capace di mettersi accanto, tentando di sostenere nella comprensione e nell’intervento ciò che già viene fatto nelle molteplici tradizioni psi.
Tutt’oggi nel nostro paese le scuole di psicoterapia a orientamento fenomenologico maggiormente di successo si affiancano a pratiche che trovano la propria origine in altre tradizioni, su tutte quella psicodinamica (Rossi Monti, 2005), quella cognitivista post-razionalista (Arciero, Bondolfi, Mazzola, 2019) e quella gestaltica (Francesetti, 2020).
Esiste tuttavia una corrente di studiosi e professionisti “fenomenologi radicali” che, seguendo la lezione di Lorenzo Calvi (2000), sostengono la possibilità di una cura che possa dirsi fenomenologica e autosufficiente, che non si poggi su altre metateorie sistematiche. L’operazione è ambiziosa e inevitabilmente complessa. Nel suo voler discutere un ordinamento di pratiche, di farsi metodo pratico, inevitabilmente la fenomenologia si allontana dalla possibilità di rimanere “sulle cose stesse”, e incorre in astrazioni necessarie per poter discutere di una pratica da svolgersi “in generale”, per quanto agisca di volta in volta sul particolare di un incontro e di un’esperienza di vita. Nello specifico, Grieco e Vivard (2022) hanno tentato di tracciare una linea metodica che descriva come lo psicoterapeuta fenomenologicamente orientato costruisce il suo lavoro a favore del processo di cura individuale all’interno di una terapia. Tale linea permette di tracciare la continuità tra il metodo fenomenologico e ciò che avviene in una psicoterapia. Una forte ipotesi portata avanti dai due è che i “fattori comuni” che permettono il successo di una psicoterapia (l’empatia, la validazione delle emozioni, l’alleanza terapeutica, ecc.), siano le dirette conseguenze di un approccio fenomenologico alla relazione di cura. Tuttavia, chiariscono, il metodo fenomenologico è anche dotato di una sua specificità, di passi e operazioni che lo caratterizzano (tra esse su tutte ovviamente l’epoché, ma anche le riduzioni, la prassi mimetica, l’utilizzo delle metafore, tutte sapientemente applicate non in astratto, ma in una relazione duale viva, fatta di corpi ed emozioni).
La prospettiva di una fenomenologia clinica autosufficiente è affascinante ed indica sicuramente una strada a cui dare seguito nella ricerca e nella formazione. La fenomenologia deve chiarirsi internamente e operare anche nella comunicazione con l’esterno per darsi gli strumenti per ciò che gli è forse sempre mancato, una prassi e un linguaggio specifici che gli consentano di descrivere il processo terapeutico e i suoi effetti complessi.
Nella mia formazione ho avuto la fortuna di trovare un alleato che fornisse un supporto in questa direzione. Sergio Piro, che può senza dubbio essere considerato un fenomenologo, con la costruzione di quel campo di saperi chiamato “Antropologia Trasformazionale” (o, in seguito, “Antropologie Trasformazionali”) ha tentato senza dubbio di valicare il confine segnato da quella che chiamava “faglia disastrosa della coscienza tetica“, la distanza che c’è tra la conoscenza e la pratica, proiettando il sapere fenomenologico nello studio delle trasformazioni umane. Attraverso i suoi testi e la sua scuola, Piro ha dotato i suoi allievi e lettori di un lessico creato ex novo, che potesse sostenerli del descrivere le questioni inerenti alla relazione tra cura e destini individuali e collettivi. In questo, pur restando in un rifiuto radicale della causalità lineare, ha messo i clinici di formazione fenomenologica nelle condizioni di pensare e praticare operazioni di intento trasformativo, allontanando la fenomenologia da quel rischioso embrassons nous, che non gli consente di dirsi pienamente disciplina terapeutica.
Nel glossario di Introduzione alle antropologie trasformazionali (1997), la voce terapia rimanda alla voce cura, termine centrale nel linguaggio antropologico trasformazionale che indica un’attività in cui “il progetto consiste nell’inseguire, come conseguenza dell’agire trasformazionale, una transpersonalizzazione, cioè un mutamento significativo del destino di coloro che son detti «curati»”. Pur servendosene e analizzando la terapia individuale come una delle modalità della cura[1], Piro rimase fortemente critico sulla centralità della psicoterapia rispetto alle pratiche di promozione della salute mentale, tanto da dissociarsi radicalmente dall’iniziativa di alcuni suoi allievi, rispetto alla fondazione di una scuola di psicoterapia ad orientamento antropologico-trasformazionale: “… l’ipotesi che esista una macrodisciplina stabile chiamata «antropologia trasformazionale» capace di far da base a una psicoterapia sistematica non è stata mai da me proposta o sostenuta […]. Le antropologie trasformazionali (così si deve dire) sono discorsi multipli, fluenti, intrecciati e contraddittori e dal 1978 a oggi istigano senza posa a prassi alternative: ma non producono scuole di psicoterapia…”[2]. Questa presa di posizione così netta è legata a numerose ragioni di carattere epistemologico-scientifico (il causalismo tradizionalmente adottato dalle teorie retrostanti alle psicoterapie, il disagio inteso come interno all’individuo e risolvibile in una relazione duale che non includa la società), tecnico (le scuole di psicoterapia producono metodi sistematici, incompatibili con pratiche creative e innovative come quelle promosse dall’antropologia trasformazionale), di politica sanitaria (la psicoterapia si applica in regime prevalentemente privato o, quando raramente messa in atto nei servizi pubblici, come servizio specialistico, non integrato nei centri di salute mentale).
Consapevoli dei rischi, ci pare tuttavia difficilmente negabile la fecondità dell’applicazione dei concetti dell’antropologia trasformazionale al cambiamento innescato dalle psicoterapie individuali, che ci sembra offrire una promessa di una terapia generativa che oltrepassi fenomenologicamente i limiti di una psicoterapia classica. Una psicoterapia orientata fenomenologicamente in senso antropologico trasformazionale non punta il suo sguardo su un passato e/o su un interno, né sulla loro disfunzione, ma, come da indicazione heideggeriana, accompagna la donna e l’uomo per come vengono “tirati davanti” nella trasformazione dei loro progetti.
Accanto al coté esplicativo-comprensivo delle psicoterapie tradizionali, la cui ermeneutica della reminiscenza e del disvelamento inclina verso concetti come coazione a ripetere, nemesi, resistenza, compare l’antropologia trasformazionale, un coté inedito della cura che ha carattere “inaugurale”, un’antropologia progressiva che ha la sua cifra in concetti come mutazione, salto, nascita.[3]
Nel far ciò, la terapia incontra la molteplicità dell’altro, le sue contraddizioni personalistiche, i lineamenti storico-culturali che l’attraversano e lo tirano o alternativamente lo bloccano nella sua sofferenza oscura.
Piro si esprime con un linguaggio misterioso per i suoi nuovi lettori, ma dotato di precisione e organizzazione (per quanto, come da lui sottolineato, abbia sempre carattere strumentale e provvisorio). I suoi sforzi vanno nella direzione di dotare i curanti degli strumenti, anche linguistici, necessari per “inventare” la cura, consentire forme terapeutiche che non imbriglino i curati in nuove catene (fisiche, relazionali o epistemiche che siano), ma li proiettino verso cambiamenti di destino, che mutino le loro dimensioni di vita. Piro rimane volontariamente coerente con i principi fenomenologici (il rifiuto della separazione tra individuo e mondo, della causalità lineare, dello psicologismo), ma traghetta innanzi il tentativo della fenomenologia di farsi “pratica” trasformativa:
La fenomenologia è una descrizione astratta e qualche volta rarefatta dell’accadere umano, mentre la psichiatria alternativa l’afferra e ne fa pratica, cioè, trasforma la fenomenologia in antropologia. Il grande salto è quando la fenomenologia si declina in “Antropologia-Alternativa-Pratica”. Diventa una antropologia perché non c’è più una concezione psicologico-psichiatrica o altro, ma diventa una concezione dell’uomo alternativa (non nel senso sentimentale del termine), perché è, appunto, alternativa a tutte le altre concezioni. Diventa “Pratica” perché concretizza i presupposti teorici fenomenologici.[4]
La fenomenologia clinica radicale e l’antropologia trasformazionale ci chiariscono dunque che cosa fa una psicoterapia fenomenologica. Nel rifiutare il riduzionismo accetta la complessità umana o, come preferisce Piro, la molteplicità, non si dà come modulare, non aggiusta, non predefinisce un futuro, pur proiettandosi in avanti, verso il cambiamento. Non si dota di procedure, ma utilizza un metodo che, non riducendosi nella tecnica, si permette di esprimersi attraverso differenti tecniche, a patto che lavorino per far emergere e toccare i fenomeni. Nel suo essere ateorica e atecnica, si dà potenzialmente come politeorica e politecnica, aprendosi al dialogo con teorie (narrazioni) di differente natura sull’uomo e con un’infinità di potenziali applicazioni.
Un agire caotico, non casuale
Pur coscienti delle pressioni del tempo entro cui pratichiamo, scegliamo di difendere un modo di lavorare che non sacrifica sull’altare di un supposto pragmatismo le peculiarità della materia umana che trattiamo.
La ricerca mainstream, sia chiaro, utilizza una forma che ci appare fornire elementi senza dubbio interessanti per il dibattito intorno a ciò che produce una psicoterapia. Tuttavia, essa è fondata su presupposti che, a nostro avviso, non le danno la possibilità di farsi criterio principe per legittimare o meno una tradizione di pratica. Essa si costituisce inevitabilmente intorno alla psicometria, quella forma di matematizzazione del fluire coscienziale che Husserl riconosceva come errore fondamentale delle scienze psicologiche. Il suo tentativo di applicare le osservazioni rispetto alla variazione di certe variabili in un gruppo mal si concilia con le caratteristiche dell’esperienza umana, relative al fluire della coscienza e alla sua irriducibilità.
In quanto fenomenologi, riconoscendo l’unicità e l’unità olistica di ogni esperienza umana, siamo impossibilitati a immaginarci forme di cambiamento replicabili e modulari, che agiscono, in situazioni inevitabilmente differenti per quanto simili, su componenti singole della mente o psiche, per produrre i medesimi risultati. Riconosciamo tanto la molteplicità quanto la complessità dinamica dell’esperienza umana, inequivocabilmente multideterminata (Gelo e Salvatore, 2016). L’unica forma di causalità realisticamente riscontrabile nel campo psicologico agisce nell’umano attraverso la concatenazione di un’infinita di variabili intrecciate tra loro entro mosaici letteralmente incontrollabili. La difficoltà nell’individuazione scientifica di nessi causali reali, una volta riconosciuta, può scoraggiare rispetto all’intervento, a tal punto che la psicoterapia rischia di apparire, dopo aver chiarito i presupposti precedenti, tanto a professionisti quanto a pazienti, come un agire randomico, una pratica senza direzione, un consegnarsi dell’umano interamente nelle mani del caso.
Una simile prospettiva è assolutamente improponibile come fondativa di un agire professionale, tanto meno in campo sanitario. Di fatto, come argomentato nel dettaglio da Bruno Orlandella (1996), in una polemica interna alle antropologie trasformazionali, la causalità a cui fanno riferimento gli antropologi trasformazionali e i fenomenologi è quella che è andata affermandosi anche in fisica, che in qualche modo mette d’accordo determinismo e imprevedibilità, connessioni e salti relazionali, ordine e caos. In altre parole, se il battito d’ali di una farfalla in Brasile può causare un tifone in Cina, la “trovata” comunicativa di un terapeuta può cambiare il destino di un paziente. Tutto ciò non significa che non esistano forme o strutture relative all’esperienza umana. La teoria del caos descrive come “attrattori” quelle strutture strane e complesse, ma riconoscibili, che descrivono gli andamenti in un certo senso regolari, seppure evidentemente imperfetti, dei fenomeni indagati.
Consapevoli di questo, gli psicoterapeuti fenomenologi scelgono di imbarcarsi nel cammino dell’intervento clinico entrando direttamente nell’umano, utilizzando un dispositivo, la psicoterapia, culturalmente destinato a individuare le condizioni dell’esistente e muoversi verso nuovi orizzonti di significato. Come fenomenologi, non osserviamo dall’esterno limitandoci a una comprensione psicopatologica[5], né operiamo una somministrazione di una tecnica che, sappiamo, rischia di andare in fuori gioco rispetto ai bisogni del paziente.
La terapia fenomenologica è una terapia che, al contrario, si lancia direttamente nel mondo del paziente, partecipandovi empaticamente e provando a “inventare le cose”. I destini raggiungibili attraverso questo tipo di cura, a differenza dei presupposti delle cure evidence-based che si muovono aspettandosi un beneficio pre-codificato, vanno oltre i presupposti stessi della cura. Secondo Bellachioma (1996): «Ogni pratica disegna il mondo in modo molto peculiare e nel contempo apre possibilità che vanno molto al di là dei suoi inizi, i quali vengono continuamente reinterpretati e rivissuti entro nuovi orizzonti di senso.» Nel suo essere gesto sanitario, pur dandosi quindi come telos trasformativo sottinteso una condizione di salute, una psicoterapia fenomenologica si apre all’ulteriorità (Piro, 1997), si lancia verso il nuovo, verso forme di esistenza ancora da costruire, da schiudere attraverso l’incontro interpersonale, condizione fondamentale per il mutamento di destino che si propone.
Conclusione
Fenomenologia e antropologia trasformazionale possono dunque darsi come sfondi coesistenti e imparentati, cornici per una pratica terapeutica volta da un lato a una messa in discussione radicale del darsi dell’esperienza, dall’altro all’apertura completa verso le possibilità umane raggiungibili attraverso un orizzonte trasformativo. Tale pratica può servirsi di prassi molteplici, variegate, preordinate, originali o addirittura improvvisate, se, sulla base di una valutazione che abbia come sfondo i terreni della cura, possono prestarsi all’innesco di un processo che tramite l’incontro faciliti una trasformazione, che consenta il passaggio da un attrattore a un altro, disegnato, inventato, grazie all’incontro tra curato e curante.
Una concezione della cura così descritta può destare perplessità all’occhio della scienza contemporanea e dei lettori non psi. Il rischio che i pazienti si imbarchino in terapie inefficaci risulta oggi inaccettabile. Molto più accettabile, a quanto pare, è il rischio di verificare l’efficacia delle terapie solo all’interno di un sistema chiuso, pronto a riconoscere solo ciò che già si conosce, di tenere in piedi macchine sofferenti, senza curarsi intenzionalmente di generare condizioni per il sorgere del nuovo, di garantirsi dietro a numeri che misurano la nostra codificazione degli oggetti di studio e non le variazioni negli oggetti stessi.
Al di là delle evidenze positive, gli psicoterapeuti di tutti gli approcci lo sanno, c’è un mondo lontano dalla scienza, fatto di corpi vivi, parole ed emozioni non codificate che giocano la vera partita della trasformazione. A questo mondo noi, psicoterapeuti fenomenologi e antropologi trasformazionali, tenteremo di dare un supporto finché l’ordine del discorso ci darà spazio.
Starà, tuttavia, a noi chiarire l’importanza e il senso di questo spazio.
Bibliografia
Arciero, G., Bondolfi, G., & Mazzola, V. (2019). Fondamenti di psicoterapia fenomenologica: cura di sé e psicologia non razionalista. Bollati Boringhieri.
Bellachioma, F. (1996). Le sabbie dorate del fiume. Rivista delle antropologie trasformazionali, N. Uno.
Calvi, L. (2000). Fenomenologia è psicoterapia. Comprendre, 10, 49-62.
De Vincenzo, C., Stocco, N., & Modugno, R. (2023). A critical sociocultural understanding of evidence-based research and practice paradigm in contemporary psychology. Integrative Psychological and Behavioral Science, 1-18.
Franceschetti, G. (2020). Fondamenti di psicopatologia fenomenologico-gestaltica: una introduzione leggera. Giovanni Fioriti editore.
Gelo, O. C. G., & Salvatore, S. (2016). A dynamic systems approach to psychotherapy: A meta-theoretical framework for explaining psychotherapy change processes. Journal of counseling psychology, 63(4), 379.
Grieco F., Vivard, E. (2022). La cura fenomenologica. Aracne.
Orlandella B. (1996). I dadi truccati del padreterno. Rivista delle Antropologie Trasformazionali, N. Tre.
Piro, S. (1971). Le tecniche della liberazione: una dialettica del disagio umano. Feltrinelli.
Piro, S. (1997). Introduzione alle Antropologie Trasformazionali. La Città del Sole.
Rossi Monti M. (2005): Nuovi stili interpretativi in psicoanalisi: progresso o contaminazione? Il rapporto tra psicoanalisi e psicopatologia fenomenologica, in G. Foresti, M. Rossi Monti: Esercizi di Visioning. Psicoanalisi, psichiatria, istituzioni. Borla.
[1] Ne parlava già in “Le tecniche della liberazione” (1971)
[2] Sergio Piro, Voci perdute. Articoli, Lettere, Commenti da “la Repubblica, Napoli” 2000-2008 (2022). Istituto Italiano degli Studi Filosofici Press, Napoli, p. 165
[3] Sergio Piro, Introduzione alle antropologie trasformazionali (1997). La città del Sole, Napoli, p. 551.
[4] http://www.psychiatryonline.it/node/3982
[5] Lo chiarisce Lorenzo Calvi, nel suo breve ma fondamentale scritto “Fenomenologia è psicoterapia” (2000).


