Malato di tempo
disse
Si accascia la sera
colma di rimpianti
di addii privati
Prima del tempo
Tic tac
Sonniferi per sognare, di nuovo
Illusione crudele
Il cassetto è vuoto
Solo rimane
del vecchio ciarpame – segatura rimasticata
Il resto è consumato, volato
Passato,
Ormai
Tic tac
Sabbia che scorre tranquilla
tra dita frenetiche
Un maledetto
trionfante trambusto, per coprire
Tic tac
Il tremendo rumore del giorno
Che muore
Cos’è che rimane?
Gianmarco Massaro
Commento
L’eco minkowskiana (e non solo) di questa poesia non passerà inosservata. Il cruccio del tempo, soffrire di tempo. Essere malati di tempo. Può il tempo essere una malattia? Ma quale tempo? E’ il tempo cronologico, scandito dalle lancette o il tempo interno?
Cos’è che rimane di fronte alla frenesia di un presente che sembra inghiottirci? Un presente troppo istantaneo: un vorticoso presente che ci sradica, spesso, nei nostri propositi di autenticità e ci consegna a una meccanica, asettica lista di cose da fare. Agende piene che gridano al mondo che anche noi siamo troppo impegnati, anche noi partecipiamo alla gara per decretare chi è il più esausto. Così ogni giorno, “segatura rimasticata”. Eppure giunge la sera che comincia a mostrarsi a noi come momento terribile della resa dei conti con noi stessi.
“Sabbia che scorre tranquilla
Tra dita frenetiche”
La vita, quella sabbia che può assumere le forme più disparate in quell’incrocio tra l’involontario, l’Alterità, da una parte, e la nostra presa di posizione dall’altra, scorre. Nella frenesia di dita che si muovono spasmodicamente la vita ci sfugge.
Eppure, voglio, in questo brevissimo commento, riprendere due considerazioni di Minkowski che troviamo in uno dei pilastri della letteratura fenomenologico-clinica, ovvero “Le temps vecu”. La prima è di carattere preliminare. Evitare forme di “nostalgia” per un tempo passato in cui il rapporto con la temporalità era più lento: così come ogni ambito di studio e ricerca il passato nostalgico può essere di ostacolo a qualsiasi epoché, perché pre-giudica cosa è giusto da cosa non lo è, lasciando in ombra il fenomeno dal suo manifestarsi.
Il secondo è di carattere metodologico, che voglio riprendere un po’ a modo mio. Chiedersi cos’è il tempo. Minkowski se lo chiede più volte nella prima parte del testo, dando una forte centralità al divenire, al fluire. Eppure, indipendentemente dalla risposta, mi colpisce la considerazione secondo cui il tempo non può essere compreso secondo il pensiero discorsivo, perché appartiene al mondo-della-vita. Il pensiero discorsivo de-limita, discerne, scompone, analizza e focalizza, “mentre il divenire non contiene né tollera una tale disgiunzione, poiché tutto in esso si confonde e niente di ciò che possiede può essere da lui separato […] Esso è troppo vicino a noi. Volerlo conoscere, analizzare, rappresentare, non corrisponde a niente, poiché in ogni momento possiamo viverlo, possiamo averlo tutto davanti agli occhi” (Minkowski, 1971, p.20).
Proprio perché radicato in e fungente l’esistenza umana, il tempo allora può essere accostato, reso solo tramite un linguaggio che sbaraglia il pensiero logico. E questo non può che essere il linguaggio dell’arte e, in questo caso specifico, della poesia, ovvero quel linguaggio chiaroscurale (Daemmerung), che allo stesso tempo svela ma lascia quella numinosa coltre di mistero che appartiene al fenomeno stesso: il tempo (divenire) lo si vive e rimane inaccessibile alla conoscenza, “perché si trova per così dire tutto dato, senza porre a proposito della sua natura, alcun problema che sia proprio del pensiero discorsivo” (ibidem). Non è, in fondo, questo il senso della celebre espressione di Agostino d’Ippona: “Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so” (Confessioni XI). Qui lo “scire per causas” (spiegazione) perde la sua potenza conoscitiva e rende necessaria la parola poetica, che affonda e sgorga dall’humus dell’esistenza.
Sebbene, quindi, l’atmosfera di perdita che la poesia trasmette, qui non si vogliono celebrare “i bei tempi quando tutto scorreva lentamente”, ma si vuole parlare di un rapporto con qualcosa di primigenio, che è appunto il fluire.
Carmelo Pacino


