Articolo di Gilberto Di Petta che riprende i temi della nostra intervista a Piero Cipriano Basaglia e le metamorfosi della psichiatria”.

La redazione

 

Premetto che mi considero un seguace di Cipriano, tanto che sono solito leggere alla fine di ogni riunione di équipe con gli infermieri in SPDC una pagina dei suoli libri. Di Cipriano apprezzo il coraggio, la persistenza insieme alla riluttanza, lo slancio e l’energia con cui sostiene il suo discorso, il suo operato e l’incarnazione che dà al pensiero di Franco Basaglia. Mi sento, inoltre, vicino a lui perché lavoriamo entrambi in Servizi di emergenza ad elevata criticità e ogni giorno fendiamo come salmoni la cascata controcorrente. Per acchiappare, a volte, un moscerino. A volte neanche quello.

Ci terrei tuttavia a fare delle precisazioni a proposito del tema “coinvolgimento dei fenomenologi nel superamento del manicomio”, più che altro di carattere storico e di prospettiva. Ho vissuto a stretto contatto con Bruno Callieri dal 1992 al 2012, anno della sua morte.  In questi 20 anni abbiamo ripercorso insieme, più volte, diversi nodi cruciali della storia e dell’epistemologia della psichiatria. Bruno Callieri lascia la Direzione dell’Ospedale Psichiatrico di Guidonia nel 1978. Aveva 55 anni. Verso la fine degli anni Sessanta aveva contribuito attivamente alla formulazione della legge Mariotti, del 1968, la quale introduceva una serie di criteri atti a rendere meno eterno il regime manicomiale, ad esempio flessibilizzando la questione delle dimissioni. La sua permanenza a Guidonia era stata contrassegnata, e poi minata, da tutto il suo orientamento volto all’alleggerimento e alla liberazione dei pazienti ricoverati. Certo, non vi fu l’eclatanza di quanto accadde a Sergio Piro (a tutti gli effetti un fenomenologo) a Nocera inferiore, il quale era stato sospeso dall’Amministrazione per il suo orientamento aperto alla libertà dei pazienti. A proposito di Piro non mi pare rispettoso utilizzare l’espressione “gorizieggiare”, come dal testo attribuito a Slavich, citato da Cipriano. Arnaldo Ballerini era stato a Parigi e aveva studiato la psichiatria di settore francese. In quegli anni la realizzò nel Valdarno, riuscendo a territorializzare i pazienti e ad ottenere dei posti letto di emergenza nel locale ospedale Serristori di Figline Valdarno, precorrendo l’accesso dei pazienti psichiatrici in un ospedale civile, come tutti gli altri pazienti.

Ma questa mia non vuol essere una difesa di parte dei fenomenologi. Ognuno combatte la sua battaglia con i mezzi che ha, ma soprattutto con le attitudini che ha. C’è chi imbraccia le armi e chi fa del proprio pensiero un’arma. Il concetto di “messa tra parentesi”, che Basaglia applica alla malattia mentale, lo mutua da Husserl attraverso la mediazione dei francesi, soprattutto di Sartre, con cui Basaglia aveva rapporti diretti.  Il concetto di alterità, in luogo di quello di alienità, applicato al campo dei disturbi mentali, in una disciplina che dopo l’ultima guerra si chiamava ancora alienistica o freniatria, rappresenta lo spostamento  di un macigno. Se è stato possibile compierlo è stato possibile grazie al certosino lavoro che Cargnello, a partire dal 1947, fa su testi di Binswanger. Il concetto di alter terrà occupato Bruno Callieri tutta la vita. La psichiatria italiana nei 30 anni che separano la Seconda Guerra Mondiale dalla Legge 180 è sprofondata in un provincialismo deteriore. Piro e Ferro si sono occupati di tracciare una precisa storia di quegli anni. Circolano, in quegli anni, ancora termini come “demenza precoce”, “degenerati”, “imbecilli”. Jaspers viene tradotto nel 1964. Basaglia si impregna della Daseinsanalyse. Poi, soprattutto attraverso le parole di Franca Ongaro, si consuma la rottura con la fenomenologia.

La fenomenologia è stata frettolosamente rottamata dal movimento, prima che potesse prendere una posizione, che non poteva essere che di simpatia e di affinità per quanto stava accadendo, e per quanto da essa stessa era scaturito. Ricordo in proposito le posizioni di Laing nel Regno Unito. A me fa piacere che Cipriano si consideri un fenomenologo radicale, perché mi sembra ci siano gli spazi per rintracciare orizzonti comuni. Ad ogni modo, si è radicali in quanto fenomenologi, e non si è fenomenologi in quanto radicali. E’ la fenomenologia che mira al grado zero dell’esperienza, là dove la vita sorge ed assume una sua forma. Ad ogni modo, c’è un tempo per le parentesi e un tempo per toglierle le parentesi. L’inerzia istituzionale e non solo hanno fermato lo slancio rivoluzionario degli anni Settanta. Le parole di Sartre sono state profetiche, a proposito delle rivoluzioni che diventano istituzioni, e le parole di Basaglia relative al fatto che le idee camminano sulle gambe degli uomini, ci fanno interrogare su quali gambe hanno camminato le idee in questi quaranta anni. Certo, ci sono stati boicottaggi, depistaggi, inerzia istituzionale, coperture finanziarie non adeguate, ma, più di questo, è mancata una visione, una prospettiva, una filosofia. L’occasione perduta è stata da ambo le parti. La fenomenologia avrebbe potuto diventare la teoria di riferimento dell’onda riformista. Così non è stato se non nelle fasi iniziali, ovvero nella testa del padre fondatore. Credo che con serenità possiamo dire che questo incontro mancato abbia nuociuto ad entrambi.

La fenomenologia da sempre è stata esclusa dalla becera accademia italiana, che salda la neonata (1976) psichiatria alle cattedra di neurologia. E tutti gli psichiatri fenomenologi italiani hanno pagato la scelta vocazionale con la privazione di qualcosa che doveva appartenergli di diritto. Sono diventati maestri senza cattedra, clerici vagantes. Se oggi in Italia ancora esiste una psicopatologia lo si deve alla loro caparbietà, al fatto di essere riusciti a non mollare, a costituire una Società, una Scuola di psicopatologia e una di Psicoterapia a Firenze, dove centinaia di giovani vengono educati al rispetto dell’altro e all’esercizio di un pensiero critico. Senza un costante pensiero critico ogni rivoluzione si insabbia. Dare per scontato che il paziente è innanzitutto un essere umano e dare per scontato che questo si mantenga vivo nella mente degli operatori e della gente è un grave errore. La marginalizzazione, l’internamento, la tortura dei sofferenti psichici era cominciata almeno trecento anni prima della nascita della psichiatria, con l’inquisizione, le navi dei folli e le segrete con catene. La psichiatria nasce il giorno che un medico libera un uomo. Questo è un miracolo che si rinnova ogni momento che un medico libera un uomo. La costituzione del paziente come alter non è scontata nel modello biologico-cognitivista, e non è scontata né garantita dall’approccio semplicemente umano. Se la società occidentale aveva iniziato il grande internamento prima ancora che noi cominciassimo a riempire i nostri ospedali, i folli hanno trovato scampo nei nostri ospedali, finendo, certo, in una segregazione sub specie medica, ma altrimenti sarebbero morti di stenti nelle patrie galere e nelle segrete dei vari paesi.

Forse è vero che dentro la prospettiva dei fenomenologi (Cargnello, Calvi, Callieri, Gentili, Ballerini) sussisteva un’ipotesi mediana, una sorta di rivoluzione conservatrice, la quale accanto alla colonizzazione del territorio prevedeva la conservazione di alcuni reparti di cronicità negli ospedali psichiatrici, certo riadattati. Come in parte è accaduto nel mondo anglosassone e nordeuropeo. Ma è lecito gettare fango su chi nutriva un’idea diversa? Soprattutto quarant’anni dopo? Quando una valutazione di bilancio prevede anche la stima delle cose che non sono andate bene. Io mi sento un verme quando al mattino trascorro mezza giornata a telefono pregando le strutture private convenzionate di dare accoglienza a quei nostri pazienti che non hanno altro se non l’SPDC dove ritornare. Sento che ogni volta che collochiamo qualcuno in queste strutture, ci stiamo vendendo una vita. Stiamo consegnandola a chi non ha il rapporto di un operatore ogni tre pazienti, come noi del pubblico. Credo che non sia il caso di ingiuriarci tra di noi, visto che ci sta a cuore il destino dei nostri pazienti alla stessa maniera. Il nemico è un altro. Il nemico è altrove.

Ti abbraccio Cipriano.

 

Gilberto Di Petta

 

 

 

Guarda l’intervista a Piero Cipiarano: