PsicoanalisiRecensioni

Psicoanalisti in lockdown

Il libro Psicoanalisti in lockdown è particolare perché pone una questione senza la pretesa di chiuderla, saturarla, darne una risposta. Il testo non mette un punto definitivo, anzi, rilancia.

“Infatti checchè se ne dica, nessuno può essere battuto in absentia o in effigie”. É così che Freud chiude il testo sulla dinamica di transfert. Ma cosa avrebbe detto se avesse sperimentato le sedute a distanza e il vissuto transferale quando l’assenza si fa presenza?” (Pag. 193).

Quattordici psicoanalisti durante il primo lockdown (marzo-giugno 2020) hanno deciso di costituire un gruppo studio che, per certi versi, è stato anche un semplice momento di confronto; gli incontri sono avvenuti a distanza grazie all’utilizzo di piattaforme digitali che hanno permesso di far incontrare professionisti da diverse parti del mondo. Il testo in questione è il frutto di questo lavoro. Due spinte hanno animato il collettivo: da un parte la necessità di poter dire qualcosa rispetto alla drammatica situazione pandemica che ha paralizzato e spaventato il mondo per diverso tempo, dall’altra la confusione, il timore e il dubbio, di praticare la psicoanalisi in tale contesto.

Può esistere una psicoanalisi a distanza?
Con il lockdown non si è potuti uscire di casa se non per spostamenti essenziali e strettamente necessari (fare la spesa alimentare ad esempio); la casa è diventata di colpo l’unico posto in cui potersi muovere liberamente e in cui dover rimanere per un periodo di tempo inizialmente indefinito.
Un paziente non poteva raggiungere lo studio dell’analista, o il servizio sanitario pubblico di riferimento, e l’analista, a sua volta, non poteva recarsi nel suo studio o nell’ ambulatorio in cui prestava servizio.
Le cure si sono interrotte.
In alcuni contesti lavorativi si è ovviato a questa criticità con il cosiddetto smart working. La possibilità di lavorare da casa, e più in generale con un computer e una connessione Internet, è diventata rapidamente una realtà che ha coinvolto tantissimi professionisti, permettendo il ripristino e il prosieguo di tante attività lavorative.
L’analista si è trovato spiazzato rispetto a tutto ciò, principalmente per due motivi.
Il primo evidentemente contingentale, una pandemia mondiale; il secondo di natura teorica: nel vasto apparato teorico psicoanalitico (con le varie ramificazioni) non è contemplata la voce “psicoanalisi a distanza”. La pandemia, però, in un certo senso pone in maniera autoritaria la questione. Che fare dunque?
Gli psicoanalisti in lockdown, riprendendo il titolo del libro, si sono trovati davanti ad una scelta: interrompere le cure (interrompendo anche le possibilità di guadagno economico) oppure continuare i percorsi di cura in modalità online, proprio per far fronte alle misure di restrizione straordinarie introdotte dai vari governi nazionali.
Immediatamente, forse, avrà riecheggiato nella testa di tutti i quattordici psicoanalisti la celebre affermazione di Sigmund Freud per cui nessuno può essere battuto in absentia o in effigie.
Il libro curato da Monica Horovitz Adelia Lucattini è un testo che potremmo definire per non addetti ai lavori, ma scritto da addetti ai lavori. Il contenuto è meramente psicoanalitico, poichè scritto da psicoanalisti, però al tempo stesso si lascia andare a riflessioni, ragionamenti e dichiarazioni che riguardano i vissuti quotidiani e le vite private dei singoli autori.
Il testo si organizza come uno scambio epistolare tra colleghi durante i mesi del primo lockdow. Gli incontri online sono svuotati dalla cornice istituzionale di un’ipotetica associazione psicoanalitica e sono invece alimentati dal desiderio di condividere e di costruire un discorso attorno a ciò che ha coinvolto tutti, il COVID-19.
Gli scritti del libro sono raggruppati in quattro atti: 25 aprile 2020, 9 maggio 2020, 30 maggio 2020 e 27 giugno 2020. Nei quattro atti gli stessi autori scrivono delle riflessioni, indipendenti tra loro ma accomunate dal filo rosso della pandemia annodata alla loro pratica clinica. Ogni autore, dunque, contribuisce con circa quattro saggi, uno per ogni scansione temporale. Leggendo il libro si avrà la sensazione di prendere parte ad una chiacchierata tra amici, oltre che colleghi.

Gli autori scrivono e condividono i loro pensieri nel corso di questi mesi del 2020, nello stesso periodo in cui avvengono i loro incontri online. Lo “scambio epistolare” ha un tono disteso e amichevole, non si tratta infatti di articoli accademici, rivolti alla comunità psicoanalitica di riferimento, ma piuttosto di un tentativo volto ad esorcizzare la situazione sconcertante che loro stavano vivendo in primis come cittadini e poi come professionisti.

La psicoanalisi (sarebbe più corretto parlare delle psicoanalisi) non prevede nel proprio apparato teorico la possibilità di un percorso di cura a distanza, un’analisi con Skype o Whatsapp, o tramite delle chiamate telefoniche nei casi più estremi; certamente perchè queste possibilità, e Internet, non esistevano ai tempi di Freud, Klein e Lacan.

La storia, però, ha obbligato gli psicoanalisti a fare i conti con un lockdown che li ha costretti a stare nelle loro abitazioni, impossibilitati a continuare la loro pratica clinica e per di più con una teoria che “non dice nulla al riguardo”.
La psicoanalisi, a mio avviso non una scienza, ma scientificamente orientata (come direbbe un mio carissimo docente), è una pratica teoria. La teoria struttura la pratica e la pratica ridefinisce la teoria; teoria e pratica sono in continuità e non è possibile separarle. Potremmo definirle una mescolanza (prendo in prestito questo termine e la sua accezione dal testo di Emanuele Coccia La vita delle piante. Metafisica della mescolanza).

I quattordici psicoanalisti che animano il libro si trovano a dover fare i conti proprio con questa questione, che, ripeto, si impone.

“Se fatichiamo ad immaginare che una cura possa a priori iniziare a distanza, è perchè, ancora una volta, sottintendiamo alcune invarianti indispensabili all’avviamento di un processo analitico. In altre parole, siamo tenuti ad esplicitare l’ambito della regia psicoanalitica, questo sfondo così difficile da identificare che il lockdown ha permesso di svelare con maggiore chiarezza. É come se da tale sfondo assicurasse, da dietro le quinte, il funzionamento della scena analitica dall’inizio alla fine della terapia. Quando poi essa appare minacciata, ormai priva di punti di riferimento, la regia viene in soccorso.” (Pagg. 195-196).

La prima parte del libro si caratterizza per l’introduzione del lockdown nelle vite dei cittadini, una misura straordinaria che trasforma radicalmente le abitudini degli psicoanalisti in questione e che inizia a minare dei dubbi rispetto al prosieguo del loro lavoro. La seconda parte fa emergere il modo singolare in cui ogni autore si sia adattato a questo cambiamento radicale, a questo nuovo modo di vivere. Emergono i primi confronti sulle analisi a distanza, sull’utilizzo del dispositivo tecnologico nel setting analitico; gli autori scrivono riguardo ai possibili risvolti e alle paure che la situazione comporta. La terza parte, invece, delinea la possibilità di un ritorno alla normalità, la possibilità di uscire dalla morsa della reclusione, e dunque il conseguente riorganizzarsi con nuove abitudini. Di nuovo un cambio di scenario che comporta una ridefinizione del setting analitico e della quotidianità. I mesi in questione si caratterizzano per un equilibrio precario, in sintonia con le scelte politiche dei singoli governi che hanno navigato a vista cercando di contrastare la diffusione del virus.

L’ultima parte del libro mette gli psicoanalisti di fronte al fatto che nonostante il lockdown sia finito, il virus e le implicazioni pandemiche rimangano. Per alcuni analisti, così come per alcuni pazienti, c’è una sorprendente nostalgia nei confronti della reclusione casalinga. Nonostante le restrizioni siano state allentate rimane nella mente degli psicoanalisti la questione della cura online, a distanza.

Il COVID-19 ha introdotto l’oggetto tecnologico all’interno del setting analitico e ora spetta alle comunità psicoanalitiche lavorarlo e capire come annodarlo (se sarà possibile) ai vari paradigmi teorici.
Mi pare che i piani su cui si articolano i discorsi degli autori siano due, quello personale, più intimo, e quello professionale, caratterizzato dal rapporto non solo con i pazienti ma anche con i colleghi. La pandemia ha fatto dunque collidere dei mondi paralleli, come direbbe la psicoanalista francese Janine Puget. Il mondo esterno, la pandemia, Internet, i governi nazionali, impattano con il mondo interno dell’analista (la stanza d’analisi ma non solo), dei pazienti e della psicoanalisi.

Far navigare la psicoanalisi nell’etere sembra essere una sfida, un problema o un dubbio che la storia impone e con cui gli autori fanno i conti.
Inevitabilmente questo porta con sè delle questioni delicate e al tempo stesso essenziali, da affrontare in maniera elastica ma rigorosa.

“La domanda iniziale, “Ma io sono davvero uno psicoanalista’”, può essere così riformulata: “Posso essere uno psicoanalista in qualsiasi circostanza?” (Pag. 284).

“Come conservare la specificità del lavoro dell’analista? Sotto quale forma e a quali condizioni?”

I frammenti del libro riportati sottolineano come per la psicoanalisi la dimensione teorica strutturi la dimensione clinica, la controversa tecnica e l’essenza dell’essere analista.
La possibilità di seguire un paziente online, di accogliere una nuova richiesta di cura via telefono, sono questioni che rimandano all’analista le seguenti domande (in forma invertita direbbe Lacan): cos’è il setting? Quali sono le invarianti del setting? Ma soprattutto, quali sono le invarianti che garantiscono una psicoanalisi al di là di possibili variazioni e declinazioni della pratica?

La psicoanalisi è la clinica dell’uno per uno, è la clinica dove i presupposti teorici, universali, si definiscono a partire dal singolare, dal discorso di ogni paziente; discorso che è unico e irripetibile per ognuno.
Quello che emerge dagli scritti del libro Psicoanalisti in lockdown è una tensione, a cui gli autori non si sottraggono, tra il desiderio di condividere dei vissuti, dei dubbi, delle paure e delle criticità, che partono dalla situazione pandemica universale, e la singolare pratica clinica di ognuno di loro in questo contesto anomalo.

La possibilità o l’impossibilità di una cura a distanza nel libro vengono raccontate come una scelta emergenzialedettata dal momento; necessaria per molti psicoanalisti, per continuare a lavorare, e per altrettanti pazienti per proseguire i loro percorsi di cura.
Per alcuni analisti, invece, il lockdown è coinciso con una sospensione delle cure.

Al tempo stesso, però, l’utilizzo di un dispositivo tecnologico per la conduzione delle cure è una sorta di pagina bianca che si aggiunge all’impianto teorico psicoanalitico.
La psicoanalisi, a partire dal lockdown dunque, inizia a fare i conti e a costruire teorie sulla possibilità o meno di un’analisi a distanza. Siamo in un periodo di sperimentazione potremmo dire. Il libro Psicoanalisti in lockdown, allora, lo possiamo considerare come una bozza, un incipit.

A partire da una serie di confidenze e dichiarazioni tra colleghi si delinea un nuovo filone di ricerca che si intreccia in maniera decisa rispetto all’inconscio e ai suoi destini.
I quattordici psicoanalisti che hanno raccolto i loro testi in questo libro, scrivono come se fossero riuniti in un cafè parigino, chiacchierano di ciò che ha sconvolto il mondo esterno e che interferisce con il loro mondo interno.

Il mondo parallelo collide con il mondo quotidiano… Ancora una volta.

“Nella psicoanalisi, l’evoluzione dei concetti ha sempre tratto profitto dai periodi, a volte tragici, della storia per mettere in luce nuovi itinerari di ricerca a cominciare dalla svolta freudiana del 1920 o dai lavori sull’attaccamento dopo la Seconda Guerra Mondiale” (Pag. 194).

Una piacevole lettura che permette anche di dare uno sguardo agli scambi informali che avvengono tra colleghi e amici appassionati del loro lavoro, un po’ più liberi di dire e pensare lontano dai contesti delle comunità psicoanalitiche.

Luca Sansò

Nato e cresciuto in provincia di Lecce, vive e lavora da anni a Torino. Psicologo clinico, appassionato e studioso di psicoanalisi lacaniana, ha frequentato IRPA ed è socio di Jonas Italia. Si occupa di cura e trattamento delle forme contemporanee della sofferenza psichica (attacchi di panico, anoressie-bulimie, dipendenze, obesità etc.).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to top button