FilosofiaSalute mentale

L’incontro con L’Altro.  

Questo saggio, che vuole mettere in evidenza il rapporto con l’altro, inteso come colui che si allontana dalle caratteristiche socialmente standardizzate, prende spunto dalla XI conferenza sul Mediterraneo che si è tenuta a Napoli ad opera dell’istituzione internazionale MED – istituzione che si propone di arricchire il dialogo di cooperazione tra i popoli del Mediterraneo; popoli che, nonostante siano “vicini di casa,” ancora non riescono a trovare un equilibrio “di buon vicinato” a causa delle profonde differenze culturali e religiose che incidono anche sulla quotidianità della vita del comune cittadino. Qui si vuole mettere a confronto l’esperienza dell’incontro con l’altro con il singolo, con colui che presenta caratteristiche diverse dalla norma. Vale a dire, un incontro con l’altro, visto come popolo nemico, perché parla una lingua che non conosciamo e professa una religione da noi rifiutata. Infatti, se andiamo a fondo della questione, il popolo contro cui si combatte viene visto come qualcuno che ci dà fastidio, che essendo diverso da noi non ha diritto a risiedere nello stesso territorio, e quindi deve essere espulso, mandato in altra sede, lontano dalla nostra cultura e dalle nostre genti.

La pace è il tema centrale di tante discussioni politiche, dove la fenomenologia sembra lontana, perché, come afferma Husserl (Husserl E., La filosofia come scienza rigorosa, Laterza, Bari, 2001: 97), si dovrebbero prendere decisioni e posizioni fondate non sulla propria soggettività, ma sulla conoscenza reale del mondo e dei suoi valori, così da considerare in un’ampia visione sociale i problemi dei vari paesi. Si tratterebbe di valutare il singolo individuo nella sua duplicità, come soggetto nel mondo e soggetto per il mondo, quindi immesso nel suo tessuto sociale e intimo dando valore alla sua esistenza e a quella del gruppo. Ne deriverebbe che queste discussioni politiche se affrontate con spirito oggettivo, libere da ideologie politiche forzate, dove l’uomo viene visto sotto l’aspetto personale e sociale, con tutti i suoi problemi umani e quelli derivanti dalla comunità, darebbero maggiori frutti su come intervenire per avviare colloqui che dovrebbero condurre a risoluzioni pacifiche tra quei popoli che negano il concetto di umanità.

Nella suddetta conferenza internazionale, si sono alternate relazioni di oratori da tutto il mondo su argomenti che hanno toccato varie tematiche, dalla politica all’economia, dalle risorse energetiche tradizionali e rinnovabili alla medicina, dalla cultura in generale alle religioni. Questi dibattiti hanno lo scopo di mettere a fuoco il concetto che la collaborazione tra i popoli è un elemento essenziale per la crescita dell’intera umanità. Il Presidente dell’Istituto Italiano per gli Studi di Politica Internazionale (MED ISPI), Franco Bruni (oggi sostituito da Mariangela Zappia), e il Ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani hanno aperto i lavori accentuando l’importanza di una intesa seria e sentita tra tutti i popoli del Mediterraneo. Solo così si potrà raggiungere un vero dialogo di pace, di sicurezza, di prosperità, che vada dall’India al Mar Mediterraneo. Tutti i relatori hanno portato parole di speranza, enfatizzando quanto la conoscenza diventi potere per riuscire ad affrontare con consapevolezza qualsiasi argomento. Le relazioni sono state di altissimo livello, (ed essendo numerosissime menzionerò solo quelle che ho potuto seguire ed apprezzare: Knowledge as Power: the Mattei Plan and Africa’s Path to Inclusive Growth (El Aynaoui, Al-Dardari, Tottolo,Rassas, Cirielli); Syria’s Transition: Taking Stock a Year in (Eyadat, Turmani. Gallagher, Délétroz, Browne); The Sacred and the Political: Religion and Public Space in the Mediterranean (Melloni, Stoeckl, Crociata, Bongiovanni, Chanea), Bridging shores: roots, memories and identities (Goracci, Binebine, Zayed, Rym Ali)), Le parole chiave erano tutte volte ad inneggiare ad una pace illusoria, perché il vero senso della pace si costruisce solo quando si considera l’altro parte di noi stessi. Non è l’altro qualcuno diverso da noi; nel senso che, pur adottando cultura, lingua, costumi e religioni differenti, rimane pur sempre un essere umano. Quell’essere umano che ha dato vita alla rivoluzione psichiatrica voluta tanto intensamente in Italia da Basaglia e da Piro, e all’estero da Foucault, Binswarner, Cooper etc.  Un essere umano che non si deve rinchiudere ed annientare in camice di forza o sedare, ma che va compreso ed aiutato come faremmo con noi stessi. Un essere umano con il quale condividiamo sentimenti e patologie fisiologiche, con il quale anche se ha diverso colore di pelle, di occhi, di capelli, presenta le stesse nostre caratteristiche umane. Infatti, una relazione molto toccante è stata quella di Mahi Binebine, uno scrittore ed artista le cui opere si concentrano soprattutto sulla rappresentazione delle tensioni che esistono tra Occidente e Medio Oriente. Nei suoi lavori si delinea chiaramente non solo la sofferenza del suo popolo ma anche quella di tutto il genere umano, il quale non rimane estraneo, ma assorbe il tormento e il dolore dei vari paesi in un connubio di vero senso di comunità, rafforzando in questo modo il sentimento di appartenenza, al di là della lingua parlata e della terra abitata.

Anche le parole spese sul tema delle religioni, che partendo dal concetto di fede, dovrebbero rispettare principi condivisi da tutto il genere umano, hanno toccato questi punti salienti, inglobando in una unica comunità i vari popoli sparsi su questo pianeta. Infatti, se valutiamo a fondo l’umanità, possiamo affermare che l’essere umano fondamentalmente condivide gli stessi sentimenti, le stesse sensazioni, che prendono un risvolto differente solo perché si adattano ad un cerimoniale che è stato influenzato da caratteri culturali diversi, che, a loro volta, sono diventati diversi perché si sono dovuti adattare anche ad un ambiente fisico diverso. Questo concetto, già precedentemente evidenziato in vari miei lavori, enfatizza il fatto che non si può negare che tutti soffriamo allo stesso modo sia per la perdita di persone care, o per violenze subite ingiustamente, o per il caldo, per il freddo, per la fame, ecc. Ma, aiutati dallo spirito di sopravvivenza, ci adattiamo pur di superare difficoltà sia intime che ambientali. Tutti abbiamo sentito e continuiamo a sentire il bisogno di protezione di un ente supremo. Nella preistoria predominava l’approccio definito ‘naturalistico’ da Müller, dove il sole, le stelle, l’acqua, il fuoco, ecc. erano considerati oggetti di adorazione e di devozione. Man mano che il genere umano si è evoluto, si è passati alla personificazione di entità associate a questi elementi naturali: vento, pioggia, raccolto (ancora oggi Thanksgiving festeggia il buon raccolto), ecc.

I Greci hanno perfezionato questo concetto e sono passati al dio di concetti; troviamo, infatti, il dio della guerra, le muse delle arti, ecc. ecc. Già nei Veda, Vāc, che in sanscrito significa voce, era la dea del linguaggio, visto come conduttore sociale. Dal momento in cui subentra la personificazione di enti naturali, quindi, non più il sole, ma il dio del sole, non più la guerra ma il dio della guerra, ecc. ecc., si comincia a delineare la dimensione religiosa. Si amplia il numero degli esseri con i quali si può comunicare, perché la comunicazione è sempre stata il tratto fondamentale della crescita dell’umanità. Ma la comunicazione con l’altro (sia esso il singolo o una intera comunità)non deve portare alla sopraffazione dell’altro, ma deve avviare alla scoperta del mondo in cui si muove l’altro; alla scoperta delle sue esperienze, dei suoi vissuti per aprire il nostro ristretto mondo, per aumentare le nostre scoperte, per aprire nuovi orizzonti, per avviare una crescita individuale e sociale.

Anche i rituali contemplati per entrare in comunicazione con gli dei puntavano sulla dimensione sociale, per cui entriamo in una analisi che, come la definisce Durkheim, diventa “socio-strutturale.” Lo scopo principale di quei riti sarebbe stato quello di promuovere l’aggregazione e la solidarietà tra il gruppo; in queste funzioni, quindi, si intrecciano elementi rituali ed elementi linguistici. Ed è proprio sulla parola, che racchiude importanti elementi culturali, più che sui riti, che si basa la differenza tra le varie religioni. Le cosiddette Religioni del Libro, come ho già ribadito molte altre volte, nonché nel mio libro (The Evolution of the Idea of God, L’Orientale, 2021), fondano i dogmi del loro credo su quei sentimenti comuni a tutti gli esseri umani, rispecchiando una natura umana che non ha distinzioni di fondo. Ma è soprattutto la dimensione linguistica delle religioni che interpone differenze di tipo sociale. Se riuscissimo ad andare veramente a fondo sia dal punto di vista linguistico che sociale su questo problema, ci accosteremmo all’altro più facilmente, senza essere offuscati da dubbi e preconcetti. Quando Piro analizza il linguaggio schizofrenico, si prefigge di scoprire l’associazione tra certe espressioni, incomprensibili dal punto di vista linguistico tradizionale, ma che si scoprono significative se si è capaci di abbandonare preconcetti e stereotipi entrando nell’esperienza personale dell’altro. Questi muri sarebbero annullati da una maggiore conoscenza del tessuto linguistico e sociale appartenente al soggetto esaminato. Da qui nascono le battaglie di Basaglia e Piro per la chiusura dei manicomi, dove l’uomo perde ogni dignità umana. Per Basaglia, che aveva anche vissuto l’esperienza del carcere come prigioniero politico durante Resistenza, ambedue carcere e manicomio erano associati ad un letamaio. Applicare la fenomenologia durante la cura, servirebbe a creare una specie di connubio tra paziente e psichiatra, i quali entrerebbero in una simbiosi che renderebbe chiari “quel diverso modo di essere al mondo.” (Colucci M., Di Vittorio P., Franco Basagli Pensiero, pratiche, politica, Meltemi, 2024).

Nel manicomio, afferma Basaglia. l’uomo perde ogni dignità umana; anche il manicomio era un enorme letamaio paragonato al carcere dove lui stesso era stato durante la Resistenza come prigioniero politico. “Il percorso del malato mentale e quello dello psichiatra sono due percorsi paralleli perché si muovono in una dimensione dominata dalla sfiducia, dall’impossibilità di comunicare, dallo scetticismo, dalla crudeltà e dalla violenza che vengono ad assumere lo stesso significato sia per chi agisce che per chi subisce: vittime e carnefici, chiusi nello stesso cerchio di valori distruttivi, fondati sull’ideologia della morte e dell’annientamento.” (Basaglia F., “Prefazione a La marchesa e i demoni”, in Colucci e Di Vittorio: 29).

Nel valutare il diverso modo di essere al mondo. Foucault passa da una considerazione del mondo personale del paziente ad una più ampia immersione nel mondo in senso generale, quando afferma che “…. è solo nella storia che si può scoprire l’unico a priori concreto da cui trae origine la malattia mentale.” (Foucault L., Truth and Power, in Power Knowledge: 109).

Naturalmente il pensiero di Foucault mi richiama quello di Binswanger. In Dream and Existence, Bingswanger esplora l’essenza dell’essere umano attraverso il sogno, perché il sogno è una caratteristica propriamente umana: “…i suoi sentimenti, il suo umore appartengono solo a lui, vive completamente nel suo mondo; ed essere completamente soli significa, psicologicamente parlando, sognare.” L’interesse verso il malato deve in primo luogo affrontare il vero significato di cosa si intenda per ‘essere umano.’ Nell’Introduzione al testo di Bingswanger, Dream and Existence, Foucault per comprendere l’essenza dell’essere umano, anche lui parte dal sogno, visto comunque oltre i confini di Freud. Il sogno non è una variante dell’immaginazione ma è, al contrario, la più importante condizione della sua possibilità: “Il sogno non è una modalità dell’immaginazione, il sogno è la prima condizione della sua possibilità.”

L’Introduzione di Foucault viene ad inserirsi nella tradizione di pensiero dove il termine Existenz assume un significato molto particolare poiché si riferisce esclusivamente all’essere umano e al suo ruolo nel mondo, e non va interpretato secondo la traduzione più generica di esistenza anche di cose ed animali. Foucault cerca di individuare la vera essenza dell’essere umano e del suo rapporto con il mondo non attraverso la percezione (intuizione) ma proprio attraverso il sogno che sarebbe stato trascurato dall’ambito filosofico rispetto allo stato di veglia. Partendo, quindi, da due termini tedeschi Dasein e Existenz, vale a dire esserci, essere nel mondo “beings in the world (esseri umani nel mondo)” Foucault, riprendendo il concetto di Ludwig Binswanger, per il quale la fenomenologia è alla base della psicopatologia e, quindi, della psicoterapia, attribuisce all’essere umano una dimensione antropologica. Riesce a dare un vero significato alla malattia mentale vista come uno dei tanti modi di porsi nel mondo nei confronti della realtà e della vita interpersonale del soggetto. Il malato deve essere visto come un essere umano immerso nel mondo e non estraniato e allontanato da esso. Foucault M., Binswanger L., Dream and Existence, Review of Existential Psychology and Psychiatry, Archive: 22).

Possiamo affermare che Binswanger, proveniente da una famiglia di noti psichiatri, si sia battuto per una riforma nella pratica della cura della malattia mentale. La malattia mentale deve essere vista come uno dei modi di porsi dell’essere umano, una modalità del suo essere-nel-mondo, una peculiare disposizione soggettiva o un atteggiamento individuale nei confronti della realtà e della vita interpersonale all’interno dell’esistenza stessa. Il rispetto del mondo dello psicotico e dei suoi modi di essere, è il principio fondamentale della visione di Binswanger, che lo condurrà appunto ad un’analisi antropologico-fenomenologica dell’esistenza umana. La fenomenologia e l’esistenzialismo, quali correnti filosofiche, saranno i presupposti cardine del suo indirizzo, per il quale l’uomo è essere-nel-mondo. L’Anti-psichiatria, termine coniato da David Cooper (1931-1986) nel suo libro, The language of madness (David Cooper, Penguin Books, Allen Lane, London, 1978. Archive), denuncia soprattutto il capitalismo come la prima delle cause che ha portato all’esclusione del malato mentale. Cooper, a sostegno della sua tesi, analizza non solo il pensiero di Foucault, ma anche i vari movimenti di Psichiatria Democratica come si stavano evolvendo in Italia per merito di Basaglia fino a toccare anche il Sud, dove, come abbiamo visto, lo psichiatra Sergio Piro si batteva per la chiusura dei manicomi.

“La pazzia è un altro modo di esplorare i mondi, sia quelli interni che quelli esterni” dichiarava David Cooper.” (idem: 155)

L’Anti-psichiatria si poneva come obiettivo di valutare la malattia mentale come uno dei modi di porsi dell’essere umano, una modalità, come abbiamo visto, del suo essere-nel-mondo: una particolare disposizione soggettiva o un atteggiamento individuale nei confronti della realtà personale, all’interno dell’esistenza stessa.

Per arrivare a stabilire il valore di certe espressioni che comunemente vengono enunciate quando si parla di malattia mentale, anche Basaglia parte dalla valutazione del concetto di realtà “e quale senso venga ad essa attribuito,” specialmente quando si esaminano casi di autismo. Questi concetti diventano i punti fermi della sua lotta politica per la chiusura dei manicomi: “Tuttavia, quando ci si riferisce alla realtà, pensiamo si debba considerarla prima di tutto nel suo aspetto umano, senza limitarsi unicamente al carattere strumentale delle nostre relazioni con essa: ed è appunto per questo suo carattere di umanità che la realtà non può essere nettamente divisa da tutto ciò che è irreale, dato che l’uomo stesso, che la vive, necessita di continui riferimenti all’irreale.” Basaglia, per affermare il suo pensiero, continua citando Minkowski: “‹‹Reale ed irreale non si oppongono e non si escludono›› dice E. Minkowski ‹‹essi si integrano l’uno con l’altro per non formare che una sola ed unica realtà››.” (Basaglia F., Scritti 1953-1980, Prefazione P.A. Rovatti e M. Colucci, Franca Ongaro Basaglia a cura di, Il Saggiatore, 2023: 207).  Basaglia parla, quindi, di pensiero dereistico, vale a dire la follia o la sragione non devono essere esclusi dalla realtà perché fanno parte del mondo che ingloba tante differenti sfaccettature, tutte ugualmente accettabili e non opposte a quell’ideale illusoria realtà che non fa altro che creare dei solchi tra gli esseri umani.

L’analisi del linguaggio, affrontata da Piro nel suo trattato Il Linguaggio schizofrenico (Feltrinelli Editore, Milano, 1967) serve proprio per capire questo diverso modo di essere al mondo. L’analisi del linguaggio, quindi, diventa una sorta di traduzione di parole, apparentemente sconnesse, che acquisiscono invece significati logici attraverso un approfondito esame del vissuto del paziente; un esame che ci permette di far risalire quel determinato vocabolo ad una particolare esperienza personale basata su connessioni tra ricordi ed immagini. Immagini degli occhi trasformate dalla mente. Questi scritti di pazienti potrebbero essere considerati poesie, dove tutto è soggettivo, e tutto prende forma attraverso emozioni personali, dove si inventano nuovi schemi arricchiti da nuovi verba. Nel paragrafo Linguaggio e personalità (Il Linguaggio Schizofrenico) Piro, mentre esamina le varie teorie (Sanford, Johnson, Busemann, Feldmann, Newman), afferma che “è notevole il contributo che l’analisi del linguaggio può dare allo studio della personalità sia normale che patologica.” (101) Parlando delle componenti emotive del linguaggio, Piro ne identifica tre: 1) atmosfera emotiva, 2) risonanza emotiva, e 3) reazione emotiva (di situazione). (idem: 139).

Solo avendo un rapporto stretto con il vissuto del paziente si riesce ad identificare la “traslazione del significato dal segno originario o la sua distorsione semantica,” e, quindi, a comprendere il valore semantico di barbiglione, o’ curutiello (idem: 408), oppure mazzucchella (Piro S., Parole di Follia, Franco Angeli, 1992: 65).

Il paziente avvocato, descritto da Piro, sembrava aver perso il linguaggio, per cui era difficilissimo comunicare con lui chiuso nel Materdomini. Ma una volta riuscì ad evadere la sorveglianza e ritornò clandestinamente nella sua città. Si recò nella biblioteca di Avellino, parlò normalmente con chiunque incontrasse, e nessuno notò il benché minimo disagio di comunicazione linguistica. Al di fuori delle ristrettezze del luogo di cura il suo linguaggio era riapparso come per magia liberandosi dalle catene della costrizione. Da questo episodio, avvenuto al Materdomini di Nocera Superiore, Piro ebbe una maggiore spinta per battersi per lo “slegamento” dei ricoverati, giustificandolo dal punto di vista terapeutico, e offrendo loro alternative di cura basate sul teatro, sulla musica, sulla poesia e sulla danza. Il calore di queste arti ha la potenza di riscaldare non solo il corpo ma soprattutto la mente dell’altro. Prendere consapevolezza del proprio corpo nella sua totalità (Körper/Leib “Esplorare il corpo vivo in movimento. Sull’esigenza di una pratica filosomatica,” M. Semenzato, Psicologia Fenomenologica, 2026).

Ritornando alle religioni, anche qui il divario più che dai credi si prefigura proprio dal punto di vista linguistico. Sono le parole diverse da lingua a lingua, più che il credo, che stabiliscono la diversità tra le religioni; una diversità che rimane, comunque solo apparente. Con questo non si intende dire che si debbano conoscere tutte le lingue afferenti alle diverse religioni per stabilirne una confluenza di sentimenti e di sentieri. Certo, avvicinarsi linguisticamente ad un popolo non solo faciliterebbe la comunicazione, ma riuscirebbe a farci penetrare nella loro cultura in modo molto più significativo e, quindi, a farci capire i diversi punti di vista. Uno sforzo per instaurare rapporti di “buon vicinato” con i paesi del Mediterraneo, quindi, potrebbe partire dal non considerare le lingue Semitiche come difficili da apprendere e lontane da quelle Indoeuropee. Un recente lavoro di ricerca di prossima pubblicazione sulla rivista scientifica Atiner, mette in evidenza quanto forte sia il legame sia fonetico che semantico-morfologico, tra lingue anche di ceppo differente, come l’ebraico, il greco, il sanscrito e il tamil. Partendo dalla parola αρχον (re in senso generico), riscontrata nei testi di letteratura classica di queste lingue, l’autore del saggio risale ad un connubio culturale oltre che linguistico (Sanga Ilakkiyam (Tamil), Rig Veda, Mahabharata 2 (Sanskrit), Old Testament (Hebrew) and Greek ἄρχον (Paper Code: 2025-6926-AJP).

Quindi, per comprendere a fondo sia la cultura di un popolo e la sua dimensione sociale, sia l’animo e il sentire di colui che soffre, bisogna partire proprio dal linguaggio che, comunque, rimane il primo passo per una comunicazione a 360 gradi. Ritorneremmo, quindi al concetto vedico dove la dea Vāc (in sanscrito parola), rappresentava la parola vista come forma di aggregazione e sviluppo sociale.

I relatori della conferenza MED hanno varie volte usato l’espressione “noi del Mediterraneo siamo una unica comunità,” e sono rimasta sorpresa, perché, al contrario, mi sembra di constatare che primeggia una divisione abbastanza rilevante tra Occidente e Medio Oriente; una divisione che si fonda su stereotipi scaturiti dall’ignoranza linguistica, sociale e religiosa dei popoli che abitano sull’altra sponda del Mare Nostrum, che così diventa solo nostro e non anche dell’altro.

A parte i vari interessi economici e di espansione territoriale che guidano le tante guerre di questo mondo, sembra che, quella visione del mondo ristretta e condizionata dalle proprie esperienze siano la causa principale che alza un muro verso coloro che ci appaiono diversi. Un approccio fenomenologico, dove i pregiudizi vengano messi da parte e si faccia una analisi che cerchi di cogliere le essenze universali, forse sembrerebbe la strada giusta che potrebbe condurre alla rinascita dell’altro, visto come soggetto singolo, e alla pace con l’altro,visto come popolo che si combatte per allontanarlo da un pezzo di terra dove si potrebbe invece convivere pacificamente.

Certo a parole è sempre più facile, e tutti sembrano andare d’accordo, ma sono i fatti umani che, per portare una pace duratura e non solo una tregua temporanea, dovrebbero eludere gli interessi politici ed assumere un atteggiamento più rispettoso verso “l’inquilino dello stesso mare.” L’altro che ci sta di fronte non deve necessariamente cambiare posizione, questo spetta a noi ponendocelo affianco e non sul lato opposto. Come hanno evidenziato i relatori del tema sulle radici e le identità comuni ai popoli del Mediterraneo (Bridging shores: roots, memories and identities), forse solo l’arte e la letteratura potrebbero riuscire a creare dei ponti tra queste genti. Si rafforzerebbe così il concetto che le differenze, scaturite soprattutto dalle diverse lingue e dalle diverse abitudini, sono solo differenze superficiali, perché, come detto prima, grosso modo, i sentimenti e gli stati d’animo rientrerebbero negli “universali emotivi,” dell’umanità, per dirla alla Chomsky (universali linguistici), e non dal diverso sentire. Guardare all’altro significa: soccorrerlo, dargli cibo sufficiente nella sua casa, farlo studiare nella scuola del suo paese, curarlo nel suo ospedale, farlo pregare nella sua sinagoga, nella sua chiesa, nella sua moschea; offrendogli libertà di culto senza paura di essere ammazzato o rinchiuso in un luogo a lui/lei estraneo. Dobbiamo aprire la nostra mente ad un multilinguismo e multiculturalismo che abbatta tutti i pregiudizi e le ristrettezze mentali. In altre parole, dando all’altro la libertà di scelta senza opprimerlo con le nostre esigenze che rispecchiano solo il nostro egoismo, e la pretesa di innalzare attraverso le nostre esperienze dei muri tra noi e gli altri. Mettere noi sempre al centro, non tiene conto della sospensione del giudizio, non porta alla scoperta di quei principi universali che accomunano l’umanità, ma si basa solo sulla coscienza personale, sull’autorità del nostro percepire i valori del mondo.

Entra qui il concetto del libero arbitrio; quel libero arbitrio che rende l’essere umano responsabile delle proprie azioni e delle proprie scelte che da Jahweh a Dio ad Allah ha offerto all’uomo la dignità della vita. La Torah, nonostante i suoi 613 precetti, ammette il libero arbitrio, quindi il rapporto tra legge (Torah) e libertà è chiaro nella Bibbia, soprattutto nel libro dell’Esodo (Esodo 20, 2): “nell’ottica ebraica, a fondamento della fede, dell’accettazione della Torah e dei suoi precetti vi è il libero arbitrio.” (Luciana Pepi, Fede e Libertà nell’ebraismo, MEDIAEVAL SOPHIA». STUDI E RICERCHE SUI SAPERI MEDIEVALI E-Review semestrale dell’Officina di Studi Medievali 13, gennaio-giugno 2013: 194-203).

Anche nel Sacro Corano (Sura Al-A’raf, 7: 178; Sura An-Nisa, 4: 40; Sura Al-Baqara, 286, si parla di libero arbitrio. In questi versetti, se attentamente analizzati, si riscontra un principio universale; vale a dire che la guida la si dà a tutti, poi sarà ciascuno di noi a decidere se accettarla o rifiutarla. E, quindi, ogni persona è lasciata libera di scegliere.

Sura Al-Baqara, 2: 213, “Allah, con la Sua volontà, guidò coloro che credettero a quella parte di Verità sulla quale gli altri litigavano. Allah guida chi vuole sulla retta Via.”

Sura Al-A’rāf, 7: 178, “Colui che è guidato da Allah è ben guidato, chi da Lui è traviato si perde.”

Sura An-Nisa, 4: 40., “Invero Allah non commette ingiustizie, nemmeno del peso di un solo atomo. Se si tratta di una buona azione, Egli la valuterà il doppio e darà ricompensa enorme.”

Sura Al-Baqara, e, 286, “Allah non impone a nessun’anima un carico al di là delle sue capacità.

Il Cristianesimo nelle figure di Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino pone l’accento sull’importanza del libero arbitrio.

Sant’Agostino nel suo trattato: De libero arbitrio (388, 391, 395), mentre discute sull’esistenza di Dio, approfondisce il problema del male attraverso la lente cristiana, e conclude che la causa la si deve cercare proprio nel libero arbitrio. Se si segue un percorso giusto e sincero, senza far male a nessuno il premio è la felicità; felicità tutta umana di essere sulla giusta strada.

San Tommaso d’Aquino, quando parla del libero arbitrio (Summa Theologiae), non lo lascia solo, ma, essendo una caratteristica della volontà, lo fa interagire con l’intelletto. Il libero arbitrio è quella capacità propria dell’uomo, il quale diventa responsabile delle proprie azioni. Attraverso il giudizio, l’uomo si rende autore delle proprie azioni.

Sembra quasi che Dio (Jahweh, Allah) abbia detto: Io ti ho dato la guida per una vita corretta (10 Comandamenti), ora veditela tu.

Per comprendere il vero significato di comunione tra i popoli vale la pena analizzare sia il pensiero di Sergio Piro che quello di Santo Mazzarino, in quanto combaciano profondamente. Piro partendo dal concetto di disidentità e Mazzarino dalla esigenza isonomica ‹‹scoperta›› dai greci; vale a dire quella “minore sensibilità nazionale che permetteva ai Greci di cercare negli altri popoli la voce profonda di una comune esperienza umana. … L’ellenismo fu, infine, l’incontro di questa esigenza con l’universalismo territoriale del grande re, del ‹‹re dei paesi››. Da questo incontro si formò quella cultura che è la nostra. E che, grosso modo, si può dire greca per la politica, orientale per la religione. Ma la stessa unità di questa nostra cultura è prova, dunque, che nell’anima occidentale non era chiusa avversione all’Oriente, ma aperta ansia di comprensione e di assimilazione. Nella grecità arcaica quest’ansia si coglie distintamente, per la prima volta nella storia mondiale; nell’epoca classica si oscurò quell’ansia, ma non si eliminò dall’anima greca, ed essa rivisse, in altro modo, nella grecità ellenistica e nel mondo romano.”  (Mazzarino S., fra Oriente e Occidente, Intr. Cassola F., Bollati Boringhieri, 2007: 296). Quindi, dalla nostra anima greca, il connubio tra Oriente e Occidente dovrebbe risultare abbastanza semplice, abbattendo quei muri artificiali creati solo dall’odio inconsiderato.

Sergio Piro, esamina la fase della globalizzazione, che con un flusso crescente di popoli e di culture migranti dovrebbe annullare tutte le differenze di razze e culture. “Il transito epocale ha portato una polifonia prepotente e gentile di voci metamorfiche, pluriculturali, policromatiche, … Il miscuglio inarrestabile dei geni, delle lingue, delle culture, delle tradizioni, delle arti, delle espressioni … si fa antitesi potente delle cause economico-strutturali e belliche … avanza con forza la pretesa di una umanità unita in luogo della globalizzazione …diviene l’antitesi diretta e totale di ogni razzismo, di ogni etnismo, di ogni centralità bianca. L’asserimento dell’unitarietà genetica e culturale della specie direttamente implica la necessità della pace. Da questo miscuglio di genti e di culture, da questa disidentità e solo da questa, nasce la speranza di una caduta delle barriere tra i popoli e le culture, la dichiarazione finale di morte della guerra.” (Piro S., Esclusione Sofferenza Guerra. La Città del Sole, 2002: 36).

In sintesi, la pace, non solo quella tra i popoli, ma soprattutto quella con sé stessi, si raggiunge attraverso l’amore, la fratellanza, la comprensione, non con l’isolamento del soggetto sofferente o con la guerra al popolo nemico, perché in ambedue i casi, le famiglie che allontanano l’altro e i popoli che distruggono quelli che ritengono nemici, fanno male a tutti e non risolvono nessun problema. Questi fatti li stiamo toccando con mano con le guerre senza fine alle quali stiamo assistendo, dove anche il popolo di colui che attacca soffre, tanto da scendere in piazza per manifestare la propria gioia, il momento in cui sembra profilarsi una tregua. Speriamo, quindi, che questo convegno, che ha accolto relatori da tutto il mondo con idee e culture diverse, ma con l’unico obiettivo di comunicare e promuovere il benessere del singolo e dei popoli, abbia dato il proprio piccolo contributo per un messaggio universale.

Maria Rosaria D'Acierno

Laurea in lingue e letterature Occidentali (Inglese, francese tedesco); Laurea in Filosofia; Master in Pedagogia Clinica; Antropologa Trasformazionale presso la Scuola di Antropologia Trasformazionale del prof. Sergio Piro; psicoterapeuta; Laurea in lingue e Culture dei Paesi Islamici. Ho pubblicato numerosi saggi in riviste nazionali ed internazionali e partecipato a convegni scientifici in Italia e all'estero su argomenti di linguistica, multilinguismo, musica, scienze motorie e psicologia. Ho pubblicato libri in lingua italiana e in lingua inglese su argomenti che abbracciano sia il mondo occidentale che quello orientale. Come pittrice, ho partecipato a varie mostre.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Back to top button