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Ciao Maria Armezzani: il ricordo di uno psicologo e quello di uno psichiatra

La madrina della psicologia fenomenologica

Col cuore gonfio di dolore scriviamo queste poche righe per ricordare Maria Armezzani, che ieri si è spenta nella sua Padova, lasciando per sempre orfana la psicologia fenomenologica italiana. 

Non vogliamo qui ricordare soltanto l’impegno e la dedizione con cui ha portato avanti il suo lavoro, quello di docente universitaria, perché a questo penseranno i suoi studenti, di cui si è sempre presa cura con profondo rispetto e amore materno. Vogliamo invece ricordare il suo lavoro come ricercatrice, non di numeri, di statistiche o di impact factor, ma come ricercatrice di senso e di significato. 

Di questo suo modo originale, fenomenologico potremmo dire, di incarnare la ricerca può farne esperienza ogni lettore che abbia la fortuna di approcciare i suoi articoli e i suoi libri. Dalle sue parole emerge sempre, a diversi livelli di lettura che vanno continuamente riscoperti, un pensiero critico e vitale, in grado di evitare ogni appiattimento su posizioni di comodo. L’anelito alla verità, che per Maria era sempre una verità intersoggettiva emergente dal dialogo con l’Altro, l’ha spinta a interrogarsi su temi epistemologici e filosofici cruciali per la psicologia, come ne “L’enigma dell’ovvio. La fenomenologia di Husserl come fondamento di un’altra psicologia”. Pubblicato alla fine degli anni ’90, in un momento in cui la psicologia viveva tutto il suo smarrimento spaccata a metà tra le scienze dello spirito e quelle della natura, questo testo ha dimostrato che anche la psicologia può confrontarsi con il filosofo di Friburgo.

Allieva di fenomenologi del calibro di Ferdinando Barison, Giorgio Maria Ferlini e Bruno Callieri, Maria credeva in una “psicologia come scienza dell’esperienza”, come ripeteva spesso e come ha scritto nel suo “Esperienza e significato nelle scienze psicologiche”, un libro che ha fatto avvicinare alla fenomenologia tanti giovani psicologi, attirati da pagine non riduzioniste che a più di vent’anni di distanza profumano ancora di novità e di futuro.

Altrove, in testi come “In prima persona” e “Tecniche costruttiviste per la diagnosi psicologica” ha dimostrato, oltre al bisogno di una riflessione non solitaria ma di gruppo, la possibilità di una fenomenologia che si faccia “scienza rigorosa”. È dal dialogo serrato con Husserl che Maria ha derivato la sua attenzione per l’esperienza vissuta in prima persona. Superando il mero introspezionismo la fenomenologia scopre sé stessa quando rispetta, anche nel campo della ricerca psicologica e dei test di valutazione, un metodo che metta in dialogo la soggettività con la dimensione intersoggettiva dell’esperienza.

Proprio nell’ambito della valutazione psicologica e dei test di personalità Maria ha portato un altro contributo originale. Da un lato, l’avvicinamento al costruttivismo le ha fatto esplorare l’applicazione di strumenti di valutazione complessi quanto rigorosi – appunto – come le griglie di repertorio e l’autocaratterizzazione; mentre dall’altro, la tradizione del Rorschach fenomenologico, trasmessagli direttamente da Barison e da Passi-Tognazzo, le ha consentito di mettere all’opera, sia in ambito clinico che giuridico, uno strumento così fine ed accurato come il metodo Rorschach. Ha sempre sostenuto che se Herman Rorschach avesse avuto altro tempo per sviluppare oltre il suo metodo fondato sulle macchie d’inchiostro sarebbe alla fine approdato a una visione esplicitamente fenomenologica.

Questa integrazione tra la ricerca e la clinica ha costituito agli occhi di molti il miracolo di Maria. Chiunque l’abbia conosciuta sa quanto profonde potessero essere la sua comprensione clinica e la raffinatezza delle sue osservazioni psicopatologiche. Solo da una grande esperienza clinica, questo lo si capiva ascoltandola, poteva derivare una tale capacità di sintonizzazione. Solo da tanto studio e da infinite letture, potevano venir fuori quelle riflessioni a tratti spiazzanti. Ogni incontro, clinico o scientifico, era condotto da Maria con un tono di voce pacato, vivace ma mai aggressivo, in grado di mettere in discussione con la dolcezza di una madre attenta. Le conferenze della Associazione Italiana di Psicologia Fenomenologica sono state l’ultima dimostrazione dell’atmosfera accogliente e insieme stimolante che era in grado di costruire con la sua sola presenza.

La AIPF è nata, solo qualche anno fa, proprio dal suo grande desiderio di lasciare in eredità una casa per quel gregge di pecore nere, come le piaceva chiamarlo, composto dalla schiera di psicologi insoddisfatti dal sapere scientifico tradizionale e attratti dalla fenomenologia. Fino all’ultimo Maria si è spesa per gli altri, per noialtri, che oggi abbiamo il compito di raccogliere la sua eredità di passione e di pensiero per condurla lungo i sentieri del futuro, in cui lei purtroppo non potrà più accompagnarci.

Ciò per cui vogliamo qui ricordarla davvero, però, è in fondo il grande Amore con il quale Maria non ha soltanto innervato il suo pensiero fenomenologico, ma con il quale era anche in grado di coinvolgere chiunque la avvicinasse, sempre disposta a donarsi con grande generosità. È per questo che la sua scomparsa commuove un’intera comunità, quella della fenomenologia clinica italiana, che da Maria tanto ha ricevuto.

Come a volte lei stessa ricordava con una punta d’orgoglio, più di trent’anni fa Bruno Callieri la aveva definita l’unica psicologa fenomenologica in Italia. Se oggi non è più così, se lo stile della fenomenologia si diffonde sempre di più tra gli psicologi e gli psicoterapeuti, lo dobbiamo anche al suo lavoro, alla sua instancabile costanza, che l’ha fatta rialzare e ricominciare sempre da capo, anche quando la vita l’ha messa davanti alle sfide più difficili e dolorose, come quelle degli ultimi anni.

Grazie di tutto Maria e a presto.

Che la terra ti sia lieve.

Giuseppe Salerno

La psicologa che amava la vita

Maria Armezzani: una nuvola di fumo e quegli occhi vivi, mobili, scintillanti, acuti, penetranti. Uno sguardo capace, col suo taglio, di delineare l’orizzonte. Il suo pensiero che si dipanava, limpido, tra una sigaretta e l’altra, come una voluta armonica di fumo. Il posacenere che si riempiva e il calice di vino che lentamente si vuotava, intuizione dopo intuizione. A cena, un boccone dopo l’altro, nella sincerità dell’amicizia. Non mi rimarranno i suoi webinar, i suoi convegni con Galimberti e Resnik, Ferlini e Patarnello, Marhaba e Borgna, gli incontri con Masullo, le aule universitarie gremite di giovanissimi studenti di psicologia appassionati e sognanti, i suoi tesisti. I suoi laureandi che scendevano giù cercando la luce del Sud, in un romantico viaggio in treno verso l’orrore, a volte fatto di sola andata, convinti che la fenomenologia o è un palpito “a deux” con il paziente o è una grande stronzata. Non mi rimarrà la secca e netta espressione “ho incontrato l’ Armezzani…” che in questi dieci anni della Scuola è stata l’unica risposta che avevo alla domanda sistematica “Come mai tu, adesso, sei qui?” che facevo ai numerosi psicologi del primo anno provenienti da Padova. Non è questo. Non è solo questo che non potrò dimenticare. E’ quella sua terrazza antica, sempre aperta, fino a notte fonda, su Piazza delle Erbe, con qualche studente che arrivava sempre all’ultimo minuto, nelle sere fumide tra i canali di una Padova alla mercè dei Goliardi, quando gli ultimi spritz  “tenuti tutti con il mignolo che si allontana dal bicchiere” – “un nuovo manierismo sociale, non credi Gilberto? E’ come il manierismo di Binswanger!” Questa era Maria, -una-, -la- psicologa-che-amava-la-vita. La psicologa per eccellenza.  E che la vita la ha amata fino all’ultimo, al punto da riuscire ad evitarsi l’indignità di una lunga agonia. Anche incontro alla morte si può andare vivendo, col sorriso sulle labbra e lo sguardo all’infinito. Con nel cuore la gioia di aver vissuto ogni giorno come non ci fosse un domani, di aver amato, di aver perduto, di aver bevuto, mangiato, fumato, di aver guardato l’altro negli occhi sul filo di una verità ogni volta dolorosa e luminosa.  Come prima di lei avevano fatto Bruno Callieri, Arnaldo Ballerini, Lorenzo Calvi: il tempo di un discorso, che non avevi capito che era l’ultimo, perché avevano ancora troppo da dire, e poi la scomparsa. Senza nemmeno dirsi addio. Perché con alcuni Maestri “addio” non te lo puoi mai dire. Non te lo riesci a dire. Hai la sensazione che abitino dentro di te, dopo che li hai incontrati, e che il dialogo con loro non si interrompa più, neppure con il silenzio della morte. Non voglio dire adesso che gli psicologi non amino la vita. Ma spesso agli psicologi (e a noi psichiatri), come a chiunque viva, sfugge la vita. Sfugge soprattutto la vita propria. La vita nostra. La vita che se ne va senza essere stata vissuta come la sabbia tra le dita in una folata di vento. Dispersa. A chi vive troppo – come noi- le vite degli altri, la vita che sfugge è la propria. Maria lo aveva capito. Per questo amava la vita, amava essere politicamente scorretta, provocatoria, libera, anarchica, critica, corrosiva, scottante, autentica, irriverente. Come un fenomenologo deve essere. Come solo un fenomenologo può permettersi di essere. Indifferente al potere, all’Accademia, alle mode, all’impact factor, agli indici bibliometrici, alle ricerche futili e guidate, ai quintali di test che non dicono nulla.  In più, Maria era una donna. Maria era la nostra stella. In una tradizione di fenomenologi maschi, tutti psichiatri, psicopatologi, spesso dal carattere pesante, ombroso, solitario, con l’armatura del cavaliere di Durer, caro ad Husserl, che incede nella terra desolata con alle calcagna la morte ed il diavolo, lei era la joie de vivre. Senza risparmio di umanità. Dialogheremo ancora con te, Maria, ad ogni sigaretta accesa, di sera, con la verità che scivola tra i calici ricolmi e le labbra che li accostano, con Bruno, Arnaldo, Lorenzo, Aldo e i tuoi amati psicologi, tutti insieme, in un Simposio di quelli cari a Platone, attendendo, tra il pathos ed il logos, che si faccia un’altra alba. Un’altra volta. Ancora. 

Gilberto Di Petta  

Intervista a Maria Armezzani

Gilberto Di Petta

Psichiatra e psicopatologo di orientamento fenomenologico, è attualmente direttore della Scuola di Psicoterapia Fenomenologico-Dinamica di Firenze e past-president della Società Italiana per la Psicopatologia Fenomenologica. Già Direttore dell’U.O. Doppia Diagnosi-Centro Giano ASL NA 2 Nord, è Dirigente Medico presso il SPDC del P.O. “Santa Maria delle Grazie” di Pozzuoli, DSM ASL NA 2 Nord

Giuseppe Salerno

Psicologo e psicoterapeuta ad orientamento fenomenologico, esperto in psicodiagnostica, diplomato in psicoterapia integrata a Napoli e in psicoterapia fenomenologico-dinamica a Firenze. Coordinatore della Cooperatariva Sociale Agape che si occupa di salute mentale a Salerno, ed editor in chief del blog psicologiafenomenologica.it. Socio fondatore della Associazione Italiana di Psicologia Fenomenologica. Attualmente lavora a Salerno come terapeuta individuale, di coppia e familiare.

2 Comments

  1. Bellissime le vostre parole per Maria, profonde, vere, vive! Due immagini colorate del suo Universo complesso e aperto…agli altri mondi degli altri,sempre.
    Io, la piu’ ” piccola ” e tra le ultime allieve di Barison , e poi di altri grandi fenomenologi dell’ area veneta,ho goduto la dimensione fenomenologica di Maria in tutte le sue sfumature.
    Ed è vero che i grandi Maestri ci restano dentro e non vanno mai via perche’ la sua Voce libera, provocatoria,critica e graffiante, io la porto nel cuore .
    Oggi, uscendo dal suo funerale, ho sentito forte un Vuoto, cosi’ Pieno, da farmi provare vertigine.
    GRAZIE.

    GRAZIE.

  2. Grazie per queste parole così vive e luminose, proprio come era lei. Appassionata, coraggiosa, magica. Trasmetteva un senso che dava senso a tutto. Gratitudine e dolore si mescolano,ma so che aver vissuto l’affetto di una maestra così è qualcosa che rimane per sempre. Un eterno porto sicuro.
    Grazie.

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