Senza categoria

Dialoghi su “Figure della corporeità e coreografie dell’essere-con nella clinica borderline”

Il testo che segue si inserisce in un dialogo scientifico nato sulle pagine del blog di Psicofen a partire dall’articolo di Mario Rossi Monti, “Figure della corporeità e coreografie dell’Essere-Con nella clinica borderline”. Quel contributo ha aperto una riflessione sulla pluralità delle configurazioni corporee e relazionali dell’esperienza borderline, proponendo, tra le altre, l’immagine dell’arcipelago: isole dell’esperienza che possono restare separate, alternarsi, avvicinarsi o trovare progressivamente nuove possibilità di collegamento. Il dialogo è proseguito con commento di Veronica Boniotti, “Commento a Figure della Corporeità”.

Pubblichiamo ora la risposta di Mario Rossi Monti, come ulteriore passaggio di questo confronto. Ci piace pensare che anche il dialogo scientifico possa funzionare così: non come la ricerca di una parola definitiva, ma come la costruzione progressiva di rotte tra isole e visioni differenti, attraverso le quali concetti, esperienze cliniche e prospettive teoriche possano incontrarsi, trasformarsi e generare nuove domande.

La redazione di Psicofen




Gentile Dottoressa,

la ringrazio molto del suo commento, frutto di una lettura attenta e di una conoscenza approfondita del tema. Ritrovo nel suo scritto molte delle domande che mi hanno guidato nella scrittura del testo. Rileggendolo oggi mi accorgo che alcuni aspetti sono riuscito a esprimerli con sufficiente chiarezza, altri sono rimasti in ombra o soltanto accennati; altri ancora li riformulerei in maniera più precisa (come per esempio la questione della clinica della soggettivazione).

Le sue osservazioni, anche alla luce di quanto lei ha già scritto in precedenza con Stanghellini e colleghi (2025), mi sono particolarmente utili perché sviluppano e approfondiscono temi che nel mio contributo ho potuto soltanto attraversare. Dato che ho l’impressione che le nostre posizioni siano molto vicine, mi limiterò a riprendere alcuni passaggi del suo commento, soprattutto quelli formulati in forma interrogativa.

Il primo riguarda una sua domanda: riconoscendo la centralità della simbolizzazione, non si corre il rischio di attribuire all’azione uno statuto secondario, considerandola quasi inevitabilmente come un fallimento del pensiero?

È una questione che mi sono posto anche io e che si muove in parallelo alla revisione di una posizione che ha a lungo dominato in ambito psicoanalitico ma che da tempo è stata profondamente messa in discussione. Nella prospettiva classica l’agire tendeva a essere inteso come il luogo nel quale affiora ciò che non ha potuto trovare accesso alla rappresentazione: ciò che non può essere pensato, ricordato o simbolizzato viene messo in atto (il vecchio concetto di acting-out, carico di connotazioni “negative”).

Nel testo ho cercato di prendere le distanze da questo tipo di lettura troppo unilaterale. In un passaggio critico esplicitamente l’idea del corpo come sorta di “discarica della mente”, cioè come semplice luogo di espulsione di ciò che non riesce ad accedere alla pensabilità. Poco dopo provo a formulare positivamente un’altra possibilità. Mi cito: «Le manifestazioni corporee del paziente borderline possono infatti essere considerate non soltanto come il prodotto di un corpo che scarica, ma anche di un corpo che, in qualche modo, “pensa”. Un corpo che tenta di organizzare l’esperienza, di conferirle una forma, di renderla comunicabile. Le sue messe in atto sembrano talvolta assumere la funzione di un linguaggio».

La sua osservazione mi fa pensare di non essere riuscito a formulare in modo chiaro questo passaggio. Per parte mia avrei qualche cautela in più nel pensare che ogni gesto sia già “colmo di significato”, come lei scrive. Preferirei dire che può essere portatore di una direzione di senso, di una intenzionalità o di una domanda che non sono ancora necessariamente costituite come significato per il soggetto. Talvolta il senso non è semplicemente nascosto nel gesto in attesa di essere decifrato ma prende forma proprio nell’incontro con un interlocutore.

Il secondo punto nasce dalla sua osservazione secondo cui nell’articolo sembrerebbe esserci «un accento molto forte sulla narrazione come approdo privilegiato della cura». È un rilievo che mi interessa particolarmente. Storicamente, lo sviluppo di una funzione narrativa è stato certamente considerato un approdo privilegiato del lavoro terapeutico. Oggi, tuttavia, questo approdo non è sempre praticabile e, soprattutto, non credo possa essere assunto come unica misura dell’avvenuta elaborazione dell’esperienza. Del resto sono sempre stato convinto, con Gabbard e Westen (2003), che quella che loro chiamano “azione terapeutica” non passi per un’unica via. Oggi lavoriamo molto spesso in una dimensione frammentaria, nella quale una narrazione complessiva fatica a costituirsi e, quando viene ricercata troppo precocemente, rischia persino di apparire sovraimposta al materiale o costruita per soddisfare un’esigenza di coerenza che può appartenere più al terapeuta che al paziente.

Proprio questa esperienza ci costringe, credo, a ripensare la natura e la funzione della frammentarietà. È un punto sul quale nel testo sono rimasto forse troppo ellittico e al quale vorrei tornare con maggiore calma. Ho provato ad accennarvi quando ho collocato il frammento lungo una linea che va dalla dispersione alla consistenza. Il frammento, cioè, non necessariamente come semplice espressione di una dispersione, ma anche come tentativo di produrre localmente ed episodicamente delle condensazioni di realtà. Come se la continuità dell’esistere insieme non fosse disponibile una volta per tutte ma dovesse invece essere continuamente ricostruita in specifici segmenti dell’esperienza.

In questa prospettiva, il frammento non rappresenta soltanto ciò che resta dopo una rottura della continuità o come conseguenza del mancato sviluppo di una funzione narrativa. Può essere anche un tentativo locale di produrre consistenza. Una consistenza, in altre parole, cercata nei “picchi”, in esperienze circoscritte ma intensamente vissute che funzionano, almeno temporaneamente, come vere e proprie microprotesi di continuità intersoggettiva. È come se la continuità relazionale dovesse essere continuamente ricreata attraverso condensazioni locali che, sia pure per brevi periodi, sostengono il sentimento di esistere, di essere presenti, di avere una forma e una consistenza.

È forse questo il punto che vorrei oggi sviluppare meglio: provare a pensare i frammenti senza ridurli automaticamente a manifestazioni regressive, incomplete o semplicemente in attesa di essere ricomposte in una narrazione più ampia. Proviamo a pensarli come ”frammenti parlanti”, capaci di produrre presenza, contatto e consistenza anche indipendentemente da una dimensione narrativa diacronica. 

Da questo punto di vista, la sua insistenza sul gesto, sul ritmo, sulla coreografia e sulla possibilità di “attraversare insieme” l’esperienza mi sembra particolarmente feconda. Mi aiuta anzi a rendere più esplicita una direzione che nel testo c’era, ma che probabilmente meritava di essere sviluppata molto di più.

Un carissimo saluto e grazie ancora

Mario Rossi Monti

Specialista in Psichiatra. Ha lavorato come psichiatra per 16 anni nei Servizi della Regione Toscana. In seguito ha insegnato per 25 anni Psicopatologia Clinica presso l’Università di Urbino Carlo Bo presso la quale è attualmente Prof. Emerito. Socio Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana, Socio Fondatore e Docente della Scuola di Psicoterapia Fenomenologico-Dinamica di Firenze.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Back to top button