Psicopatologia

Temporalità e corpo vissuto negli autismi

Quando l’esperienza personale abita stanze senza orologi

Immagine di copertina: Giorgio de Chirico, L’enigma dell’ora, 1911


I fenomeni quali il tempo, lo spazio e il corpo vissuto sono centrali nella mia ricerca filosofica e nella mia pratica clinica, poiché si tratta di coordinate esistenziali che muovono comportamenti e intenzioni che possono apparire insensati, e che invece mostrano una loro ragion d’essere se compresi alla luce della dimensione di mondo che li anima.

In ogni mia ricerca lo sguardo del filosofo è sempre un passo avanti rispetto a quello del clinico, che pure io sono, e non potrebbe essere altrimenti. Avviso quindi il lettore che non troverà in questa dissertazione uno studio metodologico, tuttavia potrà apprezzare la mia intenzione di riflettere su aspetti ancora non considerati nella clinica del neurosviluppo, e di ragionare in merito al limite degli approcci teorici attualmente più in uso. 

In questa analisi proverò ad approfondire il tema delle coordinate esistenziali, tra cui troviamo il fenomeno della temporalità [Minkowski, 1923] e il modo della spazializzazione [Binswanger, 1922] come elementi utili per capire la fenomenologia semantica dell’esperienza vissuta negli autismi e nella vulnerabilità neurobiologica. Non si tratta di indagare l’esperienza percettiva o le coordinate geometriche, ma di cogliere quei fenomeni esistenziali in cui si dispiega l’intenzionalità [Brentano, 1874], e con i quali possiamo capire il progetto di mondo [Binswanger, 1921] e i bisogni della persona, per i quali l’esperienza vissuta dei significati molto spesso abita l’incomprensione, il conflitto e la profonda e dolorosa incomunicabilità. 

Un fenomeno originario della vita è vivere nel proprio mondo. Perciò già l’esistere fisico non può essere indagato sufficientemente come il corpo anatomico nelle sue funzioni fisiologiche, ma innanzi tutto deve essere considerato come una vita insieme al suo mondo circostante sul quale essa si struttura e si realizza, adattandosi al mondo che percepisce e nel quale agisce.

Karl Jaspers, Psicopatologia generale, 2013, p. 13

La mia proposta per una fenomenologia clinica, già espressa nel mio lavoro Filosofia e clinica. Un nuovo approccio all’autismo di livello 1 e alla neurodiversità (2022), prende avvio dall’assenza di una riflessione sulla temporalità e sulla semantica negli autismi, che ritengo essere fonte di una grave incomprensione della dimensione di mondo [Husserl, 1913] della soggettività, spesso travisata nelle sue richieste e necessità. Vorrei però avanzare di un passo rispetto al lavoro già iniziato dalla psichiatria fenomenologica, provando a considerare il modo della temporalizzazione e del corpo vissuto [Merleau-Ponty, 1945] negli autismi non come qualcosa che si discosta da ciò che è normale [Foucault, 1961], ma come una specifica forma di esistenza [Van den Berg, 1955] coerente nella sua dimensione di senso e possibilità. 

L’atteggiamento fenomenologico può esserci senz’altro di aiuto perché consente di considerare l’Altroincomprensibile [Jaspers, 1913] non dal punto di vista della deviazione dalla norma ma dalla prospettiva di un’altra norma, offrendo così un intendimento possibile all’ambiguità, alla contraddizione e al non-senso. La disponibilità a mettere tra parentesi la conoscenza (epoché) [Husserl, 1936], e quindi la diagnosi e gli aspetti legati ad una certa disfunzionalità, permette di osservare il comportamento nella sua impossibilità d’essere diversamente, e di scorgere in quella manifestazione atipica una qualità esistenziale che permea tutta la persona [Basaglia, 1955], caratterizzandone il modo di autodirezione, e rispondente ad una logica interna coerente in ogni sua parte. 

Nel particolare fenomeno si manifesta l’insieme della persona. E attraverso il fenomeno vediamo la persona.

Ludwig Binswanger, Aby Warburg, La guarigione infinita, 2005, p. 291

Procedendo ad un’analisi obiettiva del sintomo, come di fatto viene indicato nella clinica, è possibile rilevare la causa più prossima di una criticità, ma difficilmente si riesce a cogliere la dimensione di senso [Sartre, 1943] entro la quale il soggetto abita in modo concreto e irreversibile la sua possibilità d’essere. Credo sia opportuno quindi considerare il fenomeno vivente al di fuori del paradigma biomedico e delle teorie psicologiche usualmente utilizzate, affrancando il pensiero dalla logica di causa ed effetto, e provando a seguire l’espresso nelle sue molteplici ramificazioni di senso e direzioni. A tal fine credo sia importante avviarsi verso un’ermeneutica del sintomo [Di Adamo, 2022] e costruire una grammatica del senso, oggi ancora assente, che sia adeguata alla neuroatipicità e che consenta di cogliere l’essenziale che abita l’assurdo e le sue eccezionalità. 

Il corpo, così inteso, viene ad essere un Erlebnis, un «vissuto», viene a costituirsi cioè come esistenza, viene ad avvicinarsi all’Io diventando veramente il «Mio corpo». 

Franco Basaglia, La coscienza del corpo, 1956 p. 191

La causa di una reazione disfunzionale va infatti compresa nella sua dimensione semantica, a cui possiamo giungere seguendo il ragionamento della persona, o i suoi modi di fare, fino in fondo ai non-sensi. Si tratta dunque di arrivare a cogliere la rappresentazione valoriale e i sentimenti di significato (Bedeutungsgefhüle) [Basaglia, 1956] che guidano l’illogico e che mostrano il sintomo nella sua perspicuità, dunque come una qualità semantica di una specifica forma di vita [Wittgenstein, 1953]. 

Anche se enumeriamo l’intera serie delle caratteristiche dell’autismo, non lo vediamo ancora, per così dire, davanti a noi.

Ludwig Binswanger, Aby Warburg, La guarigione infinita, 2005, p. 294 

Anziché procedere all’elenco e alla spiegazione dei sintomi, che spesso nulla ci rendono del movimento personale, possiamo osservare la qualità del modo di essere-nel-mondo [Binswanger, 1946] della persona prestando attenzione alla tonalità e al ritmo, alla densità e concretezza delle manifestazioni, o alla loro ariosità, oltre che alla disponibilità/indisponibilità dell’individuo verso il già noto e l’estraneo, spesso peculiare nella sua modalità di espressione. Mi riferisco qui alle coordinate che fanno capo al concetto di atmosferico [Tellenbach, 1968], una dimensione di senso che si discosta dallo studio delle percezioni e il cui approfondimento sono certa che in futuro offrirà alla psicologia e alla psichiatria delle opportunità interessanti per la comprensione della neuroatipicità.

Per seguire fino in fondo la mia proposta è importante recuperare la percezione soggettiva del tempo di cui ognuno fa esperienza [Agostino, XI, 14]. Si tratta di portare l’attenzione a quel modo di sentirsi nella durata, che si discosta dal tempo oggettivo [Bergson, 1889] e che è in connessione con la modalità individuale di concepire lo spazio vissuto [Straus, 1930] e di avvertire le cose in un certo modo [Platone, IV sec. a.C.]; esperienza questa ultima che negli autismi mostra spesso la sua cifra più complessa. Gli esistenziali come la temporalità e lo spazio semantico divengono a questo scopo una possibilità d’incontro con l’Altro sul medesimo terreno dell’Esserci, nella condivisa possibilità di riduzione, opposizione, sospensione o indietreggiamento di fronte all’esistenza. 

La nostra visione dell’altro dipende, in sostanza, dalla nostra disposizione a mobilitare le nostre forze per comprendere. Per intendere una persona, dobbiamo, prioritariamente e fondamentalmente, orientarci verso di lei.

Ernesto Venturini, Il sale e gli alberi, 2020, p. 64

Per comprendere a fondo la dimensione di mondo che anima i comportamenti chiedo di provare ad immaginare quale possa essere la forma del giudizio da parte di una soggettività che fa fatica a decifrare i significati sottesi nella comunicazione, e che sente il senso del tempo in modo asincrono rispetto alle espressioni vissute dai suoi interlocutori. Chiedo anche di provare a ipotizzare come possa percepire la realtà un’esistenza spesso rapita dai dettagli, che continuamente richiamano o inducono timore, come accade con le proprie sensazioni spesso estranee o con i rumori che creano un’attivazione incontrollabile. 

Le risposte sono complesse e mai finite, e soprattutto necessitano di un grande impegno, di un’ampia preparazione e di una visione filosofica, mediante cui tenere in piedi la contraddizione, per cui chiedo di seguire il ragionamento senza fare appello alle dicotomie impossibili.

Il fatto di avvalersi del proprio stare da parte dell’individuo, momento dopo momento, senza avanzare di un passo verso l’oltre, oppure altre volte come essendone rapito, può trovare la sua ragion d’essere, come ho già detto, in quei fenomeni esistenziali che dovremmo comprendere nella loro funzione semantica prima di liquidarli come comportamenti problema. Vivere in una sconfinata precipitosità, o in un’eterna sospensione del tempo, incide fortemente sul modo di dirigersi e di dare un senso alle cose, modificando al contempo anche la percezione della minaccia e dell’affidabilità, e condizionando ampiamente la forma del giudizio e la possibilità di cogliere le opportunità nell’ambiente [Minkowski, 1933]. Ogni esperienza di senso può infatti costituire per l’individuo un elemento di allarme, seppur in assenza di una motivazione evidente, come quando gli sguardi senza significato producono un rumore che nessuno sente.

Chi vuol imparare a conoscere l’uomo dovrebbe apprendere il linguaggio parlato delle cose che fanno parte della sua esistenza. Chi vuol descrivere un uomo deve analizzare il «paesaggio» in cui egli manifesta, spiega e rivela se stesso.

J.H. Van den Berg, Fenomenologia e psichiatria, 1955, p. 40

Inoltrandoci in questa dimensione di mondo possiamo comprendere meglio il movimento della tonalità affettiva [Heidegger, 1927], incessantemente sospinta in una fluttuazione continua, ma non costante, di una realtà che si fa presente in alcuni istanti e che magari scompare improvvisamente dietro ad una porta chiusa, e possiamo dunque capire a fondo perché i bisogni e le richieste personali debbano essere visti nella loro dinamicità e impermanenza. L’impossibilità di accesso alle categorie di senso [Binswanger, 1956], come quelle della familiarità, della pericolosità e della causalità,producono una diversa opportunità di adesione alla convenzione e ai valori [Minkowski, 1936], per cui le priorità e le differenze possono annullarsi o aumentare in maniera spropositata. Possiamo immaginare come questo modo si stare al mondo segni in maniera profonda anche la possibilità di una sincronia vissuta [Minkowski, 1931], per cui l’incontro può esplicarsi come un’opportunità mancata o come una sempre nuova presentazione. 

In psichiatria, dietro il sintomo e ancor più dietro alla sindrome per noi esiste sempre la personalità vivente tutta intera.

Eugene Minkowski, Il tempo vissuto, 1933, p. 209

Chiaramente se vogliamo comprendere la complessità della forma di esistenza che si esprime negli autismi, e non la sua sintomatologia, non possiamo affidarci alla logica, ma dobbiamo riuscire a cogliere la forma semantica attraverso cui la soggettività incontra il mondo, e mediante cui si esprime, perlopiù nella contraddizione e nei silenzi [Borgna, 1988], ricercando la ragion d’essere dei comportamenti nella difficoltà di riparazione dell’imprevisto e nella peculiare tonalità affettiva, spesso coerente con l’esperienza vissuta di un istante che non si spazializza e con un accesso non sempre agevole all’esperienza di sé e dell’altro nel ricordo. 

Nel rapporto con l’altro la parola può essere elemento di incomunicabilità se essa non nasce da un intervallo, da uno spazio in cui sia stata fatta propria: dal silenzio.

Franco Basaglia, Corpo, sguardo e silenzio, 1965, p. 306

Ciò vuol dire seguire una progettualità personale, non lineare ma circolare, di un’esistenza sospesa a sentimenti di significato che comportano un’esigenza di rigore e di immodificabilità, e che danno forma ad un’altra possibilità di essere-con l’altro [Heidegger, 1947] che devia nella sua intenzione semantica, e che abita un orizzonte temporale che si estende o si restringe in maniera indefinita. Tuttavia, è essenziale vedere in quelle manifestazioni atipiche un’esperienza di significato che può portarci in molte direzioni contemporaneamente, mantenendo al contempo una congruenza nella progettualità di mondo vissuta. 

La qualità peculiare dello spazio di senso, così come è stata presentata, ritengo rivesta un ruolo centrale negli autismi, e sono certa che potrà permetterci di approssimare l’inconsueto e di giungere ad una comprensione profonda dei bisogni personali, ma è necessario che ci si avvii verso una considerazione dei fenomeni esistenziali pensandoli «al di fuori di qualsiasi relazione temporale, e sotto una specie – per così dire – di eternità (sub specie aeternitatis)» [Spinoza, 1677], penetrando dunque l’esperienza dell’altro [Minkowski, 1935] e osservando quella peculiare forma di vita [Basaglia, 1955] come un modo di abitare [Heidegger, 1976] l’esistenza con un’altra norma del senso del tempo e del corpo vissuto. Ed ecco che il mondo del soggetto ci apparirà come un mondo di esistenza il cui slancio vitale [Minkowski, 1923] viene ad assumere una forma esistenziale peculiare, ma comunque inscritta nella condizione umana, e seguente le sue contraddizioni e le sue proprie eccezioni alla regola. 

A questo punto, sul mondo, sul globo terrestre nella sua materialità, sembra calare un’atmosfera particolare, fatta di mille luci, mille profumi, mille melodie, mille echi profondi e penetranti. Come una nuvola leggera nei deboli raggi di un sole al tramonto, la spiritualità della vita comincia ad aleggiare sulla terra arata. È la poesia della vita. Di più, è la vita stessa. Ed è questa la pace.

Eugene Minkowski, Verso una cosmologia, 1933, p. XXX

Bibliografia

Basaglia, F., Scritti 1953-1980, 2017

Binswanger, L., Per un’antropologia fenomenologica, 1955

Borgna, E., Il tempo e la vita, 2015

Deleuze, G., Logica del senso, 1969

Gadamer, H.G., Verità e metodo, 1960

Heidegger, M., Essere e Tempo, 1927

Husserl, E., La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, 1936

Merleau-Ponty, M., Fenomenologia della percezione, 1945

Minkowski, E., Il tempo vissuto, 1933

Di Adamo, L., Che cos’è il tempo?, Agalma 29, 2015

Di Adamo, L., Filosofia e clinica. Un nuovo approccio all’autismo di livello 1 e alla neurodiversità, 2022

Wittgenstein, L., Ricerche Filosofiche, 1953

Loredana Di Adamo

Filosofia Teoretica e Psicologa Clinica e della riabilitazione. Ha svolto attività di docenza presso gli Istituti per la Formazione professionale della Provincia di Roma e Latina, occupandosi di bisogni educativi ed evolutivi specifici. Si è perfezionata nell’ambito dell’autismo e dello sviluppo atipico con progetti per il sostegno genitoriale e familiare, per l'infanzia, l'adolescenza e l'età adulta. Si occupa di divulgazione di articoli su riviste specialistiche, tra cui Ágalma di Mimesis. E’ impegnata nel miglioramento delle pratiche cliniche per la famiglia e la comunità, nella diffusione dei valori della Riforma Psichiatrica [legge 180, 1978] e nella formazione degli operatori e dei volontari per un orientamento integrato alla cura. È autrice del libro “Filosofia e clinica. Un nuovo approccio all’autismo di livello 1 e alla neurodiversità”, edito nel 2022 da Negretto Editore, con la prefazione del professore Ernesto Venturini.

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