L’approccio epidemico fenomenologico può essere considerato a tutti gli effetti la base concettuale su cui poggiano le recenti innovazioni intersoggettive applicate alla psicologia clinica, sia di natura psicodinamica che di natura cognitivo-costruttivista.

La rottura con il mainstream psichiatrico dell’epoca effettuata da Jaspers ha ripercussioni importanti nel ritrovato interesse per la soggettività da parte della psicologia clinica attuale. Per molti anni il metodo empatico descritto da Jaspers, che mira a entrare in contatto con la sofferenza soggettiva del paziente, non è stato preso in considerazione dai maggiori esponenti della psicologia clinica di natura psicodinamica e cognitivista. Basta pensare in effetti che il metodo psicoanalitico freudiano mirava ad una riduzione naturalistica della psiche del paziente, come ha descritto Binswanger (1978), che ostacolava il riconoscimento del suo statuto soggettivo.

Le attuali tendenze intersoggettive all’interno della corrente psicodinamica rifiutano il naturalismo freudiano, abbracciando un’epistemologia complessa di stampo fenomenologico. Ad esempio, Stolorow e colleghi (1999) considerano la propria teoria come una psicoanalisi basata sul contestualismo fenomenologico, secondo cui il rapporto tra paziente e analista è basato su un campo fenomenico in cui l’analista è chiamato a sospendere i propri pre-concetti per esperire empaticamente la soggettività del paziente. È chiaro in questo caso il nesso con la riduzione husserliana propria del metodo fenomenologico, in cui il terapeuta è chiamato a fare epochè.

L’incontro col paziente si basa su un campo intersoggettivo in cui vigono le regole identificate da Merleau-Ponty (2000) della relazione tra figura e sfondo. La percezione attuale del paziente è collegata allo sfondo intersoggettivo su cui si basa la relazione, uno spazio implicito di cui il terapeuta è chiamato a riflettere attraverso l’epochè.

La comprensione empatica promossa da Jaspers mira alla scoperta del campo intersoggettivo in cui i fenomeni psicopatologici del paziente si contrappongono alla mente del terapeuta.

 

Il metodo empatico di Jaspers

Il contributo teorico di Jaspers (1912) alla psichiatria di inizio novecento mira a provocare una rottura con le tendenze riduzioniste prevalenti in quegli anni. Secondo l’autore solo il metodo fenomenologico descritto da Husserl permette di arrivare a una comprensione dell’ammalato senza ricorrere a riduzionismi. L’obiettivo di Jaspers è quello di fondare una psicologia soggettiva, dove attraverso l’empatia, il clinico riesce a entrare in contatto e a comprendere lo stato soggettivo di sofferenza del paziente, al di là dei suoi sintomi oggettivi descritti dalla psicopatologia descrittiva.

I sintomi soggettivi, che fanno riferimento agli stati interni e ai vissuti emotivi del paziente, come rabbia, gioia e dolore, secondo Jaspers, non possono essere compresi attraverso i processi logici del pensiero o gli organi di senso, come accade per i sintomi oggettivi, ma possono essere colti solo attraverso l’immedesimazione nella psiche dell’altro. Attraverso l’empatia i sintomi soggettivi sono condivisi nell’esperienza vissuta comune tra paziente e terapeuta. La condivisione degli stati affettivi interiori genera un campo intersoggettivo fenomenico che fa da sfondo all’incontro tra paziente e terapeuta.

La psicologia soggettiva di Jaspers (1912) mira alla comprensione dei modi d’essere del paziente nella sua vita quotidiana, ma in particolar modo nella relazione con il terapeuta. Per l’autore, attraverso l’immedesimazione empatica riusciamo a entrare in contatto con gli atteggiamenti e i modi di relazionarsi del paziente, che molto spesso generano in lui tutti quegli stati di sofferenza che l’hanno portato al consulto medico. A differenza della psicologia oggettiva, che mira a quantificare l’esperienza psichica del paziente, la psicologia soggettiva mira a entrare in contatto con l’essere stesso del paziente, con le sue modalità di vivere.

L’esperienza e la condivisione della soggettività dell’altro può per Jaspers avvenire solo attraverso la riduzione fenomenologica introdotta da Husserl, dove attraverso un processo di epochè si arriva alla percezione in sé del fenomeno. La riduzione fenomenologica non accetta pregiudizi, schemi già dati di strutturazione della vita psichica, ma cerca di cogliere l’esperienza per come essa si mostra. Noi comprendiamo l’altro vivendolo appieno senza accostarci a esso attraverso schemi precostruiti o etichette diagnostiche. Con le parole di Jaspers (1912), nell’indagine fenomenologica noi dobbiamo “lasciare da parte tutte le teorie tramandate, le costruzioni psicologiche o le mitologie materialistiche dei processi cerebrali, dobbiamo rivolgerci puramente a ciò che nella sua reale esistenza possiamo comprendere, cogliere, differenziare e descrivere” (p. 33).

L’intuizione (erschauen) è lo strumento utilizzato dallo psicopatologo per arrivare alla comprensione dell’altro, una presentificazione che può essere raggiunta solo attraverso l’immedesimazione empatica.

La psicologia di Jasepers, però, non è soltanto una psicologia soggettiva, ma è una psicologia intersoggettiva in cui la comprensione empatica è ottenuta solo attraverso l’esperienza vissuta comune. Tra paziente e terapeuta si mette in scena uno sfondo emotivo, non consapevole e intersoggettivo, in cui sono espressi gli atteggiamenti e le modalità di relazionarsi del paziente.

Anche in ambito neuroscientifico è stato confermato come tra paziente e terapeuta viene messo in atto uno sfondo intersoggettivo reso possibile secondo Rizzolatti (2019) dai neuroni specchio che vanno a costituire il substrato neurologico su cui si fonda il processo di empatia. Rizzolatti parla di simulazione incarnata, un processo che permette l’immedesimazione alla soggettività dell’altro in modo automatico e inconsapevole. La teoria della simulazione incarnata ha dato ulteriore impulso alla Neurofenomenologia.

Anche Allan Schore (2012), attraverso la sua teoria neuropsicoanalitica, ha osservato come vi sia una comunicazione emotiva inconscia (non in senso freudiano) e automatica tra cervello destro del paziente e cervello destro del terapeuta. La comunicazione tra cervelli destri va a costituire il campo intersoggettivo su cui si basa la relazione tra psicoterapeuta e paziente. Schore nei suoi scritti ha mostrato come diverse ricerche neuropsicologiche sembrano dimostrare la centralità dell’emisfero destro nella condivisione e nell’espressione degli stati affettivi.

Il metodo empatico descritto da Jaspers anni fa anticipa le attuali considerazioni sulla natura intersoggettiva della comprensione emotiva del clinico.

 

Il campo fenomenico intersoggettivo

Merleau-Ponty (2000) descrive l’atto percettivo come un rapporto tra figura-sfondo, la percezione di un oggetto si basa sempre su un campo, su una zona d’ombra. Per l’autore il mondo non si riduce alla sua connotazione visibile e concreta, ogni oggetto appartenente alla realtà non ha solo una dimensione visibile ma contemporaneamente anche una dimensione invisibile, uno sfondo che avvolge l’oggetto percepito. Merleau-Ponty definisce il rapporto tra visibilità e invisibilità “chiasma” indicando la loro complementarietà, ma soprattutto l’impossibilità di districare l’uno dall’altro.

Allo stesso modo Stolorow e colleghi (1999) definiscono il processo terapeutico come un continuo chiarimento dei fenomeni che emergono all’interno di uno specifico campo psicologico formato dall’interazione di due soggettività, quella del paziente e quella dell’analista. Ciò che va osservato è la complementarietà del rapporto figura-sfondo nell’emersione dei fenomeni psichici. Gli autori considerano l’empatia come elemento fondante dell’osservazione.

La relazione tra paziente e terapeuta si stabilisce su uno sfondo che molto spesso è invisibile, campo che può essere reso esplicito e analizzato attraverso il metodo empatico, che secondo Jaspers permette la genesi di un’esperienza vissuta comune. Il campo sui cui si basa la relazione terapeutica è determinato dall’incontro delle due soggettività.

Per Stolorow e colleghi, affinché si possa comprendere il campo intersoggettivo su cui si inscrive il processo terapeutico, l’analista deve approcciarsi al paziente senza alcun pregiudizio, effettuando quel lavoro di riduzione fenomenologica auspicata da Husserl. L’analista, nell’attuare tale riduzione, deve domandarsi costantemente in che modo la propria soggettività contribuisce alla formazione del campo intersoggettivo.

A differenza di Freud e della psicoanalisi classica, il cui metodo era legato soprattutto alla ricerca della verità oggettiva del paziente, la psicoanalisi intersoggettiva di Stolorow e colleghi basa il proprio agire sul metodo empatico, poiché l’unica verità che l’analista può comprendere è quella soggettiva del paziente. Secondo gli autori (1999) infatti “l’unica realtà rilevante e accessibile alla ricerca psicoanalitica, cioè all’empatia, è la realtà soggettiva: quella del paziente, quella dell’analista e il campo psicologico creato dall’interazione tra i due” (p. 33).

Secondo Stolorow e colleghi il processo psicoanalitico si basa essenzialmente su un campo fenomenico intersoggettivo in cui ogni atto percettivo deve essere inteso come relazione tra i soggetti e il campo creato, con le parole di Merleau-Ponty tra figura e sfondo. Stolorow considera compito dell’analisi quello di riuscire a creare uno spazio di riflessione in cui il paziente riesce a riflettere sulle modalità implicite soggettive di creare il campo, modalità implicite di essere nel mondo. Con le sue stesse parole “in assenza di riflessone, una persona è inconsapevole del suo ruolo di soggetto costitutivo che elabora la propria realtà personale. […] La terapia psicoanalitica può essere vista come un procedimento attraverso il quale un paziente acquisisce la conoscenza riflessiva di questa attività strutturante inconscia” (p. 39-40).

Allo stesso modo Donnel Stern (2017), uno psicoanalista interpersonale, utilizza le intuizioni fenomenologiche di Merleau-Ponty per esporre la sua teoria sul campo interpersonale. Per l’autore tra paziente e terapeuta si forma un campo, uno sfondo invisibile, su cui emergono determinate percezioni dell’uno e dell’altro. Ciò che il terapeuta comprende del paziente dipende dal rapporto figura-sfondo, altresì dal rapporto tra ciò che è visibile e ciò che è invisibile nel campo. Il terapeuta, ma anche lo stesso paziente, si trova così a vivere stati di “emergenza”, si tratta di vere e proprie intuizioni, come descritte dal metodo fenomenologico, che permettono al paziente e al terapeuta di ottenere una nuova visione dei fenomeni clinici, un cambio di prospettiva che permette alla coppia paziente-terapeuta di perseguire un cambiamento, una trasformazione del campo.

Per l’autore l’obiettivo principale del terapeuta è quello di riuscire a stare nel campo, permettere che esso emerga da sé attraverso un ascolto empatico e profondo della soggettività del paziente. Per far ciò l’analista non deve “inquinarlo” attraverso sue pre-costruzioni, aspettative o credenze teoriche, una concezione che ricorda molo l’applicazione clinica della riduzione fenomenologica.

Stern considera una relazione terapeutica ottimale quella in cui c’è la possibilità di sorprendersi, di permettere all’invisibile di emergere, così l’inconscio viene formulato come ciò che non è ancora esperito, il modo di essere del paziente e del terapeuta che non è ancora staro articolato, è uno spazio potenziale. Nel ridefinire il concetto stesso di inconscio e di terapia psicoanalitica, Stern cita esplicitamente autori fenomenologi-esistenziali come Merleau-Ponty e Gadamer. Per questi autori l’essere non è mai pienamente manifesto, è sempre più della coscienza, ma un più che non ha ancora assunto un significato esplicito. Gadamer definisce l’essere “l’infinito del non detto” e scrive che la forma del non detto riveste un ruolo importante nello stabilire il significato di ciò che è detto.

Anche in questo caso c’è una considerazione di ciò che è inconscio e della terapia psicoanalitica totalmente opposta alle considerazioni della psicoanalisi freudiana. Per Donnel Stern la definizione classica di inconscio come contenitore di contenuti tenuti nascosti nella mente è sempre meno convincente, egli preferisce pensare alla dimensione inconscia come esperienza potenziale. L’attenzione rivolta al rapporto figura-sfondo permette la genesi di quella intuizione in cui l’emergente può trovare una sua articolazione, elevandosi dall’invisibilità dello sfondo. Ovviamente l’articolazione di ciò che emerge è sempre vincolata dal campo intersoggettivo che si forma tra paziente e terapeuta.

 

Conclusioni

Il metodo empatico, descritto da Jaspers a inizio Novecento, è stato una vera e propria rivoluzione in ambito psichiatrico. Infatti l’autore, attraverso l’applicazione del metodo fenomenologico all’ambito psicopatologico, è riuscito ad andare oltre i riduzionismi biologici e psicologici che erano prevalenti in quegli anni. Nell’ottica di Jaspers la psicopatologia si declina in un incontro tra due soggettività in cui lo psicopatologo attraverso il proprio sentire emotivo cerca di comprendere ed esperire lo stato di sofferenza soggettiva del paziente.

La comprensione empatica si iscrive così su di un campo fenomenico-intersoggettivo, reso possibile dal punto di vista neurobiologico dalle strutture neuronali implicate nell’esperienza corporea degli stati emotivi dell’altro.

L’interscambio affettivo invisibile è lo sfondo della relazione terapeutica dove ogni percezione psichica nasce, o, come afferma Donnel Stern “emerge”, da questa comunicazione intersoggettiva per lo più implicita, legata a un sentire corporeo preverbale.

L’incontro terapeutico permette allora la genesi di un processo riflessivo che mette in luce l’invisibile moto emotivo che è alla base dell’incontro stesso, offrendo attraverso ciò che in fenomenologia si definisce “intuizione” una trasformazione della percezione della propria soggettività, sia nel terapeuta che nel paziente. Una trasformazione che mette in discussione le modalità di comprensione che si erano strutturate fino ad allora.

Come osserva Donnel Stern, il terapeuta ha il compito di facilitare il processo dell’emergenza, ossia la nascita dell’intuizione che trasforma il campo intersoggettivo attraverso un atteggiamento che potremmo definire fenomenologico in quanto deve rapportarsi all’incontro senza pregiudizi o schemi precostruiti sull’interazione in atto affinché il flusso emotivo emerga da sé per così come è. L’epochè fenomenologica allora porta all’emersione dell’invisibile, dei moti affettivi che caratterizzano lo sfondo del campo intersoggettivo che si è instaurato tra paziente e terapeuta.

L’atteggiamento fenomenologico di apertura alla novità del campo, al suo invisibile, è molto vicino alla posizione assunta da Safran (2003) secondo cui il terapeuta deve rivolgersi al paziente con la mente del principiante, rimanendo sempre recettivo alle nuove possibilità del campo cercando di evitare di cadere nell’atteggiamento dell’esperto, di colui che detiene la verità del processo terapeutico e della condizione di sofferenza del paziente. Coltivando un atteggiamento da principiante il terapeuta è portato ad esperire il campo creato con il paziente come se fosse sempre la prima volta. L’autore, riprendendo un detto appartenente al buddismo, postula che nella mente del principiante ci sono molte possibilità, qualcuno direbbe tutte, mentre nella mente dell’esperto ce ne sono solo alcune.

La mente del principiante è propriamente un’apertura fenomenologica alle possibilità del campo, nell’approcciarsi al paziente attraverso un processo di riduzione che permetta di mettere tra parentesi il già conosciuto, affinché l’invisibile, ossia il nuovo, possa emergere, come sorpresa, come qualcosa di inaspettato. Solo un’apertura empatica permette al terapeuta di comprendere i fenomeni emotivi soggettivi che interessano il campo terapeutico.

Come osserva Schore, il terapeuta agisce e ascolta su un livello soggettivo dell’esperienza, che implicitamente elabora informazioni socio-emotive momentanee al di sotto della coscienza, l’invisibile del campo.

Il rapporto tra visibile e invisibile elaborato da Merleau-Ponty trova conferma negli studi neuroscientifici della doppia via di comunicazione, una legata all’esperienza esplicita e verbale, determinata secondo Schore dal lato sinistro del cervello, l’altra legata all’esperienza implicita non verbale determinata dal lato destro del cervello.

La comprensione empatica sottolineata da Jaspers è rivolta alla conoscenza e all’espressione condivisa dello spazio affettivo intersoggettivo che fa da sfondo al campo formato da paziente e terapeuta, modalità di comunicazione e comprensione che sarebbe mediata dal punto di vista neuroscientifico dal lato destro del cervello.

 

Bibliografia

  • Binswanger, L. (1978). Essere nel mondo. Roma: Astrolabio Ubaldini.
  • Jaspers, K. (1912). L’indirizzo fenomenologico in psicopatologia. In Scritti Psicopatologici, S. Achella, A. Donise (a cura di), Napoli: Guida, 2004.
  • Merleau-Ponty, M. (2000). Il visibile e l’invisibile. Milano: Bompiani.
  • Rizzolatti, G., & Sinigaglia, C. (2019). Specchi nel cervello. Come comprendiamo gli altri dall’interno. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Safran, J.D., & Muran, J.C. (2003). Teoria e pratica dell’alleanza terapeutica. Roma: Editori Laterza.
  • Schore, A.N. (2012). The science of the art of psychotherapy. New York: Norton e Company
  • Stern, D.B. (2017). Libertà relazionale. Caratteristiche del campo interpersonale. Sesto San Giovanni: Mimesis Edizioni.
  • Stolorow, R., Brandchaft, B., Atwood, G.E., Fosshage, J., & Lachmann, F. (1999). Psicopatologia intersoggettiva. Urbino: QuattroVenti Editore.