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Dire l'intrinseca violenza dell'istituzione totale

Mi chiamo Mia e sono matta, non lo sono da sempre ma a un certo punto della mia vita il mio cervello si è rotto e io non me ne sono accorta. Se ne sono accorte però le persone attorno a me che, senza mai dirmelo, mi hanno denunciata più e più volte, non perché facessi loro del male ma perché urlavo, urlavo contro di loro perché pensavo ce l’avessero con me e volessero farmi del male.


Insomma, io mi difendevo.

È iniziato così il mio calvario nelle istituzioni totali di nuova generazione – di quelle di prima generazione rimangono le galere che io essendo matta non ho mai conosciuto, ma ho avuto il dispiacere di conoscere la cugina REMS – ossia le comunità psichiatriche. Le chiamo di nuova generazione perché rispetto al manicomio mi dicono essersi abbellite, sembrano più aperte ecc ma poi la sostanza non cambia: sono luoghi in cui siamo reclusi e controllati, lontani da voi normali.

Abito questi luoghi a parte da ormai dieci anni e sono stanca, per questo scrivo per sopravvivere alla stanchezza e alla noia dell’eterno ritorno di giorni identici l’uno all’altro: 3650 giorni identici l’uno all’altro sono tanti, per chiunque, io credo. La burocrazia è la mia catena, mi tiene imprigionata in questo luogo pena il ripartire dal via, come nel giro dell’oca. Non è mai divertente quando ti capita lì, figuriamoci nella vita reale.

Alle otto mi sveglio, mi vesto e se ho voglia mi lavo, altrimenti dico di averlo fatto anche se non è vero, tanto nessuno mi guarda davvero, a nessuno importa realmente, me lo chiedono solo per compilare le loro scartoffie che poi gli garantiscono le sovvenzioni. “Puoi segnare che ho fatto la doccia? Altrimenti mi dicono che sono giorni che non la faccio ma invece oggi l’ho fatta.”

Ma io posso essere obbligata a lavarmi, come se fossi una bambina capricciosa di quattro anni? Io sono una donna adulta, cazzo! E faccio come mi pare, non fate così anche voi? Tu ti fai la doccia tutti i giorni oppure quando cazzo non c’hai voglia ti metti lo shampoo secco o ti fai la coda per fare meno schifo? Ecco, forse io sono più onesta e esco con i capelli che fanno schifo, esattamente così come sono. Ma perché se tu non ti lavi non se ne frega nessuno, ma se non lo faccio io allora questo diventa un dato clinico della mia regressione e/o della mia scarsa compliance terapeutica, come dicono loro?

Non sono così tanto convinta che i matti siano quelli reclusi.

Comunque, superata l’igiene personale, terapia e finalmente colazione e CAFFE’: il caffè il cibo e le sigarette mi tengono in vita, mi danno soddisfazione. Il resto è noia. Poi in mattinata c’è sempre qualche attività poi si cucina poi terapia ancora riposino, che con tutto quello che mi danno è d’obbligo, e poi qualche passeggiata poi cena terapia e nanna.

3650 giorni così.

Le uniche variazioni sono i turni degli operatori. Alcuni sono odiosi e irrispettosi, meglio stargli alla larga, infatti quando ci sono questi non vedi nessuno in giro, dormono tutti, che è un’alternativa più dolce rispetto ad avere a che fare con certi soggetti; altri invece sono gentili, ti guardano negli occhi e ti ascoltano per davvero.

Per noi matti non è mai scontato essere presi sul serio, figuriamoci ascoltati, ma questa è una cosa a cui non ci si abitua mai: sai che mentre gli parli quell’operatore non alzerà mai lo sguardo dalle scartoffie burocratiche che sta compilando o dal suo inseparabile telefono cellulare però tu stai lì, davanti e gli ripeti la tua domanda tre cinque volte pretendendo attenzione più che ciò che stai chiedendo. Alla fine vieni liquidato malamente perché hai rotto, sei insistente, richiestivo e molte altre cose che poi finiscono nella tua cartella.

I matti sono davvero quelli reclusi oppure c’è un pregiudizio legato all’etichetta che una persona si porta dietro?

Fortunatamente non tutti gli operatori sono così, qualcuno umano ancora c’è e con questi ci puoi parlare e puoi anche chiedere ciò che hai bisogno: “posso un secondo caffè?” Ora ci razionano persino l’acqua perché hanno scoperto che uno di noi se ne beveva sei litri in un giorno, o forse anche di più. Insomma, devo chiedere per qualsiasi cosa: il caffè, l’acqua, il detersivo dei pavimenti, le sigarette, il telefono, i miei soldi…….già, i miei soldi. O meglio, quelli che sarebbero i miei soldi ma che sono gestiti da un amministratore di sostegno che non vedo mai e che una volta mi ha lasciata senza soldi per sei mesi – i MIEI soldi – quando ero fuori e sono dovuta andare alla mensa dei poveri a mangiare, come quando vivevo per strada. È stato umiliante. Come lo è dover elemosinare ogni mese la quota pattuita, insieme agli operatori, mica l’ho decisa io che sono matta, per il mio sostentamento più qualche extra, come un cappuccino e una brioches la domenica mattina quando mi va bene e non mi mettono a dieta. Mia madre quando mi lasciava la paghetta a quindici anni mi lasciava più margine di manovra.

Non posso fare praticamente nulla fuori di qui, a meno che io non lo abbia concordato con tutte le autorità competenti. Mi serve un permesso, scritto e approvato persino per andare a prendere il pane in autonomia. Permesso che così come viene concesso può essere revocato, ovviamente in base a come mi comporto io: il ripartire dal via è sempre potenzialmente in agguato. Comunque, nemmeno dentro è una gran pacchia.

Io sono una donna e sono ancora piuttosto giovane, è normale che io abbia delle pulsioni sessuali, no? Che in dieci anni di astinenza qualcosa si risvegli dentro di me e mi faccia venire voglia di baci abbracci e di sesso. Mi piace lui, un matto come me ma anche diverso da me, non abbiamo la stessa storia alle spalle. Lui ha un carattere più introverso, più timido e insicuro. È come se fosse più piccolo, mi fa tenerezza e anche questo mi piace.

Ma NO!

“Le regole della struttura dicono che……..” bla bla bla

Sì, lo so cosa dicono le regole della struttura, quelle che non tengono conto del fatto che siamo anche fatti di carne e istinti, come tutti. Guardate a noi matti come a dei personaggi strani, curiosi, ma anche innocenti come i bambini, ma noi non siamo bambini siamo adulti. Io ho avuto un compagno con cui ho convissuto, ho avuto una vita sessuale, ho avuto un lavoro fuori di qui. Io ho avuto una vita.

Mi sento stanca. Dormo. Mi hanno aumentato la terapia, per farmi stare calma, insomma per farmi passare questa ondata ormonale e a lui per non farglielo alzare. Almeno così sono sicuri che non scopiamo.

Noi ci guardiamo e parliamo sottovoce.

Ci divideranno, lo sappiamo. Uno di noi se ne dovrà andare.

Noi ci guardiamo e parliamo sottovoce, finchè possiamo.

Non ci è consentita nemmeno un po’ di intimità, esattamente come a quelli che stanno in galera –
sempre di istituzioni totali parliamo. Alla fine devo sempre fare come vogliono loro, come si aspettano, devo scimmiottare un comportamento sano, perché questo è ciò che vogliono vedere, e allora io lo faccio. Deliro poi per conto mio, quando loro si voltano, quando sono in corridoio, mentre salgo le scale, al buio. Deliro nell’ombra.

Nessuno mi ha mai chiesto perché delirassi o cosa pensassi, non è questo che vi interessa vero? Vi interessa solo vedere dei corpi addomesticati: alzati, lavati, mangia, svolgi i turni riabilitativi, ricordati la terapia, fai il bucato. Volete obbligarci a comportarci come voi, questo volete vedere perché così è normale, diversamente no.

Ma chi l’ha deciso?

Elisa Mauri

Sono Elisa Mauri, psicologa clinica e psicoterapeuta specializzata in psicosomatica presso l’Istituto ANEB. La mia passione per la psicologia è nata al liceo e ha preso forma attraverso il percorso di studi universitari, ma è anche sempre stata legata ad un forte interesse per la marginalità sociale e all’istituzione totale, in particolare per l’ambito penitenziario e psichiatrico. Cerco quindi di coniugare l’attività privata, rivolta verso le singole persone, con una parte lavorativa che incida maggiormente nelle dinamiche di gruppo, come nel caso dei percorsi con persone adulte detenute, e/o sociali. Un altro aspetto per me molto importante è poter contribuire in prima persona a veicolare buona informazione e sensibilizzazione riguardo temi di carattere psicologico e sociologico. Cerco di perseguire questo obiettivo attraverso l’organizzazione di eventi preposti e/o la diffusione di scritti pubblicati su riviste specialistiche e non e attraverso i miei canali social. In tutti questi settori cerco di portare uno sguardo che tenga presente la globalità della persona, come unione di mente e corpo, la sua unicità e che sia in grado di dare peso anche alle caratteristiche dei sistemi che le persone abitano: una visione ecobiopsicologica.

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