Tutti i nostri temi pratici e teoretici, possiamo dire, sono sempre disposti nell’unitarietà normale dell’orizzonte della vita che è il mondo.

Edmund Husserl

Filosofo

Questo articolo parte da una domanda: perché la psicologia non può ignorare la fenomenologia? Per ragioni di spazio darò per scontato che il lettore di questo articolo abbia già una generale idea di cosa sia la fenomenologia e quali siano stati i suoi apporti principali alla psicologia e alla psichiatria. La psicologia di cui parlerò sarà per lo più quella clinica, sottintendendo però un allargamento del discorso alla psicologia in toto.

Perché la psicologia non può ignorare la fenomenologia? Perché la fenomenologia, intesa come movimento fenomenologico, è storicamente quell’orientamento del pensiero occidentale che più di ogni altro ha messo in discussione la possibilità per la psicologia di avere un carattere esclusivamente teoretico, ovvero di avere a che fare con delle res, degli oggetti psichici. Eppure oggi come più di un secolo fa sappiamo come non sia possibile fare scienza empirica quando si rinunci alla teoria (o anche soltanto alle ipotesi). La psicologia che conosciamo, quella che viene insegnata nelle università, è un corpus estremamente eterogeneo di teorie, che spesso risultano essere inconciliabili tra di loro. Sui manuali di psicologia generale leggiamo le teorie sull’argomento “x”, in cui un certo autore parte da un’idea di realtà psichica e, il più delle volte, cerca di vagliarla sperimentalmente. Ora, che cosa muove le teorie? Il genio dell’autore, mi pare chiaro. Ma chi accetterebbe una risposta simile, quando la scienza fa del suo meglio per non lasciarsi sfuggire alcuna variabile dei propri discorsi? Se è vero che la scienza non può sottrarsi dall’avere a che fare con le teorie che ne fanno da fondamento, le parole di Jaspers (1913 trad. it., pp. 572; 592) sull’argomento risultano a questo punto illuminanti:

“Tutte le teorie riguardano qualche cosa che è pensato come fondamento della vita psichica cosciente. […] Si tratta sempre di modelli che tentano di cogliere questo elemento di base mediante similitudini. […] All’origine storica della formazione delle teorie stanno generalmente spunti fecondi. […] Ma in seguito è proprio l’impulso teorico che paralizza questa fecondità, perché crede di avere colto in quegli schemi che ha creato l’autentico essere che ne è il fondamento. E’ un errore fondamentale dello svolgimento teorico che dopo un primo sguardo d’insieme si richiude nel guscio di una costruzione razionale”

Jaspers riconosce che nell’ambito psico(pato)logico sono sempre esistite teorie di diverso tipo (meccanicistiche, energetiche, organiche, psichiche). Il pericolo di fronte a cui è necessario rimanere desti è che queste prendano il posto dell’esperienza che le ha generate. La fenomenologia insegna, fin dai suoi albori, che nessun cogitato è apodittico (dunque nemmeno lo stesso pensiero o cogito), essendo tale semmai  il “mondo della vita, [che] per noi che viviamo desti in esso, è già sempre qui, è già sempre per noi, è sempre terreno di qualsiasi prassi, sia teoretica che extra-teoretica” (Husserl, 1959 trad. it.; pp. 170). Il mondo della vita (Lebenswelt) è l’orizzonte grazie a cui un cogito può darsi. Il che significa che le nostre teorie non sono né mere astrazioni, che senza il vaglio della sperimentazione diventano fini a sé stesse, ma nemmeno realtà prima delle quali non esisterebbe nulla se non una ragione potenzialmente in grado di “trovare” la verità, o detto in altri termini: la teoria (più) vera. Inutile girarci troppo intorno: senza la teoria non c’è controllo sull’oggetto, e il reale ci scappa via nella sua dimensione quantificabile. Le conseguenze di un sapere senza controllabilità, e dunque senza prevedibilità quantificabile, le lascio dedurre al benevolo lettore. Se prima del concetto teorico esiste però un essere-nel-mondo quale dimensione patica della vita, connotata se vogliamo dall’azione, dal movimento, più che dal pensiero, è qui che l’esperienza ci si disvela come tale. La dimensione patica rimanda alla questione del corpo vivo. Il Leib, dice Merleau-Ponty (1945), è una “veduta di mondo”, il point zero il cui linguaggio non è semplicemente un non-verbale, ma un inevitabile bisogno di espressione: secondo la massima gadameriana per cui “l’essere, che può venir compreso, è linguaggio” (Gadamer, 1960). Il corpo parla perché non potrebbe fare altrimenti, il bambino si esprime sin dal grembo materno. Sentiamo prima ancora di pensare:

“L’unità dell’uomo sta in rapporto con un mondo fenomenico in cui non vi è ancora una tale distinzione e che costituisce la realtà dell’umano essere come corporeo essere-nel-mondo” (Buytendijk, Op. cit.; pp. 30 in Longhi, 1969; pp. 33)

Ma se ogni esperienza si genera in una apertura di mondo che precede il momento riflessivo (dunque potenzialmente concettuale), come può lo psicologo non familiarizzare con questo territorio? Lo stretto intreccio che la prima metà del XX secolo vide tra psicologia e fenomenologia non è casuale. Perché la psicologia, ancor più delle altre discipline, fu così coinvolta dalla critica fenomenologica? Scrive Maria Armezzani (1999; pp. 181):

“Husserl si aspettava dalla psicologia l’attenzione maggiore alla sua proposta di rifondazione scientifica, perché il campo dei fenomeni psicologici è il più adatto a mostrare l’evidenza del significato dei modi soggettivi di datità. […] Proprio qui invece […] le ipotesi dell’in sé (e i metodi di conoscenza che ne derivano) hanno esercitato il loro dominio”.

Il problema dell’evidenza manifesta lo scarto a sua volta fin troppo evidente, tra lo psicologo quale scienziato dell’oggetto psichico (costrutto) e lo psicologo quale più comunemente ce lo si immagina: colui il quale ha a che vedere in primis con la relazione con l’altro. Volendo soltanto accennare alla questione, ciò che più frequentemente mi sembra lasci noi psicologi titubanti riguardo al nostro lavoro, senza scendere in questioni pragmatiche legate a domande di mercato sociale ed economico, è proprio l’annoso passaggio dal sapere al saper-fare. Non a caso il territorio più battuto dai venti fenomenologici è stato quello della psicopatologia, della psichiatria e della psicoterapia (ad es. Jaspers, 1913; Binswanger 1928; Minkowski 1933; Blankenburg 1967; Tellenbach 1961), lasciando poco spazio alla psicologia generale. La causa di ciò non è relativa. Il mondo della clinica ha sentito fin da subito l’esigenza di una forma mentis che permettesse di affacciarsi al problema dell’altro-da-me non come mero oggetto da riabilitare funzionalmente bensì come esistenza da comprendere nella propria fatticità: che cosa genera la sofferenza psichica? Scrive Stanghellini (2017; pp. 92):

“La patologia mentale è la crisi del dialogo della persona con l’alterità che la abita e con l’alterità incarnata nelle altre persone”.

Se si sfogliano le pagine di molti tra i pilastri della psichiatria del XX secolo non si può non rimanere colpiti dalla ricorrente presenza della questione più generalmente definibile come “filosofica”, ovvero il costante tentativo di chiarificazione del proprio oggetto di studio. Nessuna tecnica terapeutica e tantomeno nessuna nosografia della psicopatologia è possibile se alla base non ci si intende su quelli che Stanghellini (2017) delinea come i tre punti fondamentali di una cultura psicopatologica: Chi è l’uomo? Che cos’è la malattia? Che cos’è la cura? L’atto clinico, piaccia o meno, costringe lo psicologo, a fare i conti con la presenza dell’altro irriducibile a costrutti di vario genere. Per evitare questo problema egli è di nuovo costretto ad abbandonare l’idea di avere a che fare con l’altro: in pratica a decostruire la professione stessa di psicologo, che finirebbe con il diventare un riabilitatore del comportamento.

Arrivati a questo punto è bene dire alcune cose: la fenomenologia è storicamente il movimento che più ha sollecitato il dialogo intorno a questi temi. Ciò non significa affatto che fare filosofia della psicologia significhi necessariamente essere d’accordo con la fenomenologia. Si può benissimo argomentare a sfavore dell’ontologia fenomenologica e sostenere un altro tipo di fondamento: a patto che se ne sia consapevoli. Il paziente che si presenta al clinico porta con sé una narrazione. Lo psicologo ha due alternative: piegarla alle teorie di riferimento, oppure accorgersi della significatività ad essa intrinseca e poi, dopo ed eventualmente, confrontare questa significatività con una o più teorie di riferimento. Scrive Liccione (2011; pp. 133):

“E’ buona norma iniziare il colloquio partendo dal testo del paziente, che usualmente coincide con la sofferenza e la sintomatologia. […] Naturalmente, è anche in seguito alla teoria clinica che il terapeuta può notare dei punti di rottura identitaria, ma sarebbe un grave errore farsi guidare da questo o quello ideal-tipo di disturbo”.

Questa significatività presente fin da subito può essere chiarita solo e solamente grazie a “strumenti” specificamente umani: l’incontro, il linguaggio, la comprensione, ecc. Si considerino pure queste caratteristiche difficili da definire e poco precise, ma si deve comunque avere la capacità di decostruire la psicologia come disciplina radicata sulla relazionalità, a meno che non si veda in quest’ultima soltanto una coloritura, un plus.

A questo punto qualche parola riguardo alla sperimentazione scientifica: questa ha il privilegio di poter essere letta in molteplici modi. Si pensi alla ben nota scoperta dei neuroni specchio da parte di Rizzolatti e colleghi dell’Università di Parma (Rizzolatti, Sinigaglia, 2006): neuroni la cui esistenza sarebbe collegata alla capacità dell’animale di entrare in contatto con il simile in maniera immediata, “presagendone” in maniera del tutto istintiva, gli intenti. La scoperta, poi estesa all’uomo, ha fatto chiacchierare studiosi dai più differenti campi del sapere: psicologi, neuroscienziati, medici, filosofi, antropologi, e via discorrendo, ognuno dei quali ha “letto” la scoperta a partire dai propri assunti. La scoperta che particolari neuroni si “attivino” in determinate circostanze non potrebbe mai realizzarsi, se non vi fosse qualcuno in grado di cogliere il senso delle circostanze. Ebbene, questo atto non è già una teoria, ma è in principio un movimento dell’esistenza, una necessità di sintonia intorno a ciò che sta accadendo. Ancora, le neuroscienze ci invitano sempre più a fare i conti con la questione incarnata della nostra vita mentale. Ebbene, in che modo è possibile leggere le attivazioni cerebrali che accompagnano i nostri comportamenti? In che modo l’organismo accompagna l’esperienza? Sebbene si riferisca alla percezione e al movimento, può essere utile citare ciò che scrive Longhi (1969; pp. 28):

“[ciò che viene colto] dalla fisiologia e dalla semeiotica neurologica non sono dunque che forme diverse di tali funzioni vitali […] che esprimono la presenza di un sé-stesso (Selbst) in un mondo (Welt), che esprimono le forme della Verfallenheit del Dasein heideggeriano”.

Perché la psicologia non può ignorare la fenomenologia? Perché farlo implicherebbe ignorare il problema che una scienza dell’esperienza quale la psicologia non può, salvo il rischio di diventare altro, non porsi. Ogni “datità” è tale solo a seguito della mia presenza.

Mi limiterò in conclusione a fare una breve e sommaria carrellata di quelli che ritengo essere gli ambiti che in prima fila potrebbero giovare di un tale accorgimento da parte della psicologia.

La clinica: un’apertura di tipo fenomenologico (o in ogni caso pre-oggettivante), conferirebbe all’agire clinico un metodo radicato su quella capacità di essere intersoggettivi, che nel panorama attuale finisce spesso per mancare. Si preferiscono troppo spesso metodi per elimare i sintomi, per la diagnosi, per il comportamento piuttosto che per la relazione stessa, incontro con l’alterità senza il quale nessun sintomo esisterebbe.

La ricerca in ambito clinico: potrebbe dare nuova dignità ai cosiddetti “fattori aspecifici”, che in diverse ricerche intorno all’efficacia della psicoterapia paiono essere così importanti (ad es. Wampold, 2015) e che, inquadrandosi come elementi meramente soggettivi legati alla personalità del clinico, rischiano di portare la psicologia clinica e la psicoterapia a perdere di credibilità.

Ambito scolastico-educativo: in assenza di un’antropologia e di una pedagogia con essa coerente, metodi e tecniche educativi rischiano di inaridirsi e confermare quel ruolo di “scuola spersonalizzante” di cui tanto si sente parlare oggi giorno.

Neuropsicologia e riabilitazione: i disturbi della sfera organica non sono realtà fisiologiche che si ripercuotono sul mondo psichico del paziente. Il corpo è vivo, il corpo è sempre psichico, dunque il superamento di una velata, sebbene a mio avviso ancora molto presente, dicotomia tra corpo e mente consentirebbe oltre tutto una più efficace valutazione e riabilitazione del paziente neurologico.

 

 

Bibliografia

  • Armezzani, M. (1998), L’enigma dell’ovvio: la fenomenologia di Husserl come fondamento di un’altra psicologia, Unipress: Padova.
  • Binswanger, L. (1928), Per un’antropologia fenomenologica, Trad. It. (1984) Feltrinelli: Milano.
  • Blankenburg, W. (1967), La perdita dell’evidenza naturale, Trad. It (1998) Raffaello Cortina: Milano.
  • Gadamer, H.G. (1960), Verità e metodo, Trad. It. (1983) Bompiani: Milano.
  • Husserl, E. (1959), La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Trad. It. (1961) Il saggiatore: Milano.
  • Jaspers, K. (1913), Psicopatologia generale, Trad. It. (1964) Il pensiero scientifico: Roma.
  • Liccione, D. (2011), Psicoterapia cognitiva neuropsicologica, Bollati Boringhieri: Torino.
  • Longhi, L. (1969), Introduzione ad una neurologia fenomenologica, Società editrice universo: Roma.
  • Merleau-Ponty (1945), Fenomenologia della percezione, Trad. It. (2003) Bompiani: Milano.
  • Minkowski, E. (1933), Il tempo vissuto: fenomenologia e psicopatologia, Trad. It. (1971) Einaudi: Torino.
  • Rizzolatti, G., Sinigaglia, C. (2006), So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Raffaello Cortina: Milano.
  • Stanghellini, G. (2017), Noi siamo un dialogo. Antropologia, psicopatologia, cura, Raffaello Cortina: Milano.
  • Wampold, B.E. (2015), How important are the common factors in psychotherapy? An update, World Psychiatry 2015; 14:270-277.