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Corrado Pontalti: l’ultimo dei Mohicani

Lettera di Gilberto Di Petta

Ho ascoltato diverse volte l’intervista a Corrado Pontalti condotta di recente da Giuseppe Salerno e Micaela Abbonizio, in occasione del prossimo convegno sull’adolescenza che si terrà a Firenze nel nome della Scuola di cui mi onoro di essere Direttore. Il senso di meraviglia e di stupore che ho provato nell’ascoltare il discorso di Pontalti non si sono attenuati, nonostante la ripetizione dell’esperienza. Come quando uno si stropiccia gli occhi e guarda, e guarda ancora qualcosa,  quasi per convincersi che ciò che sta guardando non è un’illusione, ma è proprio così, come la sta vedendo. Conosco Corrado da anni, e ogni volta che lo sento parlare mi irretisce e mi spiazza l’assoluta originalità di quello che egli va dicendo. Questa volta in più ci sta il coraggio. Il coraggio di una verità non facile da pensare. Il 2023 si è chiuso per il mio reparto, un SPDC adulti, ovvero un reparto di emergenza adulti attivo su un’area di un milione di abitanti più le isole di Ischia a Procida, con all’attivo 22 ricoveri di minori. Negli anni precedenti non si erano mai superate le 4 o 5 o, al massimo, 6 unità. I dati sono stati trasmessi. Come trasmettere un segnale verso lo spazio infinito. Nessuna risposta. Nessun provvedimento. Nessun allarme. Il dato a me sembra catastrofico: autolesionisti, esplosivo-dirompenti, eremiti, digiunatori, abusatori di sostanze. Occhi malinconici e sognanti, per me, psichiatra aduso agli orizzonti dell’assurdo, indimenticabili. Da case, da strade, da comunità, da “oltremare”. Di nessuno ho saputo fare una “diagnosi”. Ho incontrato padri, madri, quando esistenti, tutori legali, operatori di comunità, neuropsichiatri infantili. Mi sono sentito, con loro, un personaggio in cerca di autore. Lo sguardo, lo sguardo profondo come una notte senza stelle di una bellissima ragazza somala che si impietrisce e si rifiuta di tornare nella Comunità da cui era evasa, preferendo l’SPDC, è stata per me l’ultima lezione di umanità. Qualcuno di loro è stato con noi molto tempo, in attesa di un altrove, o di rientrare nel “familiare”. Di tutti mi è rimasta la malinconia di un futuro rubato, ridotto alla stregua di un’illusione perduta. Perché Corrado Pontalti è l’ultimo dei Mohicani? Egli in un affondo continuo lacera una serie di luoghi comuni stratificati nel mainstream, dei quali, francamente, non se ne può più. Il primo è il dogma del trauma. Tutto comincia dal trauma. Tutto si risolve nel trattamento del trauma. Addirittura Corrado individua, se ho capito bene, per converso, in una certa “cultura tradizionale traumatica”, un dolore necessario all’acquisizione di una identità minimamente solida. E dunque individua, nella dominante vulgata traumatofobica, una delle vie di annichilimento della costruzione dell’identità personale. Sine trauma nulla identitas, potremmo dire. O, meglio, sine dolore nulla identitas. Potremmo dire che le cicatrici di ognuno testimoniano che ha vissuto, che ha amato, che si è separato, che è stato lasciato, che si è ritrovato solo, che ha fallito, che è caduto, che si è rialzato. Il secondo squarcio Corrado lo porta nel cuore del dogma del neuro-sviluppo, un mito sostenuto sia dai riduzionisti biologisti che dagli psicologi ansiosi di avere una base organica e dunque scientifica alle patologie dell’adolescenza. Una sorta di unione perversa che decomplessifica la vita umana e rende l’uomo al pari delle bestie che si sviluppano con un programma genetico-situazionale. A corredo del neuro-sviluppo deficitario (che non è altro, direbbe il compianto Del Pistoia, la riedizione del demenzialismo, cioè della demenza come destino) ci sta la prescrizione farmacologica a pioggia, ormai richiesta dagli stessi psicoterapeuti in continua, evidente difficoltà. Il neuro-sviluppo riporta la mente dentro il cervello, come la carne macinata in un budello, contro tutti i tentativi di riallocazione esterna della mente, cioè nel mondo (il sapore di una salsiccia e la sua cottura, il suo aroma e chi la mangia ne sono l’essenza). Corrado, lungi dall’apparire come un laudator temporis acti, apre la questione della caduta di ogni organizzatore socioculturale e spirituale in grado di contribuire a formare l’identità umana, e dell’isolamento del “familiare” in un compito impossibile, da cui deriva la delega agli psicoterapeuti di vicariare il perduto “stato etico”. Ovvero in un orizzonte dove tutto è caduto lo psicoterapeuta, last man standing, diventa l’acchiappadeleghe di tutto. E, povero illuso onnipotente, risponde tirando fuori i modellini dell’intrapsichico e del neuro-sviluppo. Dopo l’ultima curva del nichilismo preconizzato da Nietzsche all’alba del Novecento, di fatto, oggi il soggetto è nudo, ovvero smette di esistere. E’ una ipseità pura senza con-sistenza. Perché il soggetto è i suoi ruoli, i ruoli che incarna, e questi ruoli, semplicemente, non ci sono più. O meglio, non sono più acquisibili nella prospettiva di un legame socioculturale che li prescrive, di cui la famiglia è esecutrice. Dopo il crollo dell’Io assoluto idealistico, dello Stato etico, del principio di Autorità tutto è divenuto liquido, anzi gassoso. E la famiglia nucleare è un coacervo di tensioni che troveranno il loro cratere di esplosione, tensioni non “normate” e “regolate” più da nulla, se non da un principio edonistico: la fata morgana, la musica del pifferaio di Hamelin che guida i piccoli nel cratere della montagna. Quale il ruolo del terapeuta? Per Corrado è ridicolo sia immaginare un ritorno alla tradizione arcaico-rituale, sia ad un ingegneristico colpo di cacciavite che risistemi le cose dentro gli umani, secondo il libretto di istruzione dell’ultimo modello riduttivistico-psicologistico-intoiezionistico. Il terapeuta pontaltiano, questo last man standing, questo ultimo Mohicano, è un eroico funambolo, lirico, tragico, ludico, che lavora sui confini, sulle rotture, negli interstizi tra le macerie di sistemi de-connessi, e cerca di ripristinare contatti, continuità, rimandi, scambi. E’ un con-duttore di senso, e quindi di umanità. E’ un Mit-mensch, direbbero i nostri Vecchi, ovvero un Con-umano, un Daseinspartner. La sua azione, mi si consenta qui il colpo fenomenologico, è trascendentale, ovvero è un’azione a scomparsa. Il suo lavoro tesse le invisibili condizioni di possibilità dell’altro, rimette insieme, in una sintesi apriorica, ciò che sul piano ontico è, ormai, irrimediabilmente scompaginato. Funge, il terapeuta pontaltiano, quella soggettività trascendentale che prima era superflua, in quanto un diktat morale esterno, un principio archimedeo, che oggi non è sopperito da alcun principio etico interno, tesseva le fila dei destini. Un ruolo difficile, o, come diceva Laing, una “posizione intenibile”, se non in un equilibrio fatto di squilibrio continuo, l’ardimento tra “scommessa e rischio dell’incontro”, diceva Bruno Callieri: un’etica, questa, direbbe Aldo Masullo, che ha a che fare con la salvezza, oltre che con la cura. E che richiede al terapeuta una prospettiva sull’umano non bagatellare, cioè posticcia di modelli ridicoli che lasciano il tempo che trovano. E’, questa, una terapia della libertà. Portata avanti da clinici che sanno essere uomini liberi, uomini di mondo, uomini per il mondo, capaci di sentire e di vedere oltre il mondo. Grazie Corrado di essere arrivato, per noi, così oltre. E scusaci per tutte quelle volte che ci mancherà il cuore di seguirti. 

Gilberto Di Petta

Guarda il video dell’intervista a Corrado Pontalti:

Gilberto Di Petta

Psichiatra e psicopatologo di orientamento fenomenologico, è attualmente direttore della Scuola di Psicoterapia Fenomenologico-Dinamica di Firenze e past-president della Società Italiana per la Psicopatologia Fenomenologica. Già Direttore dell’U.O. Doppia Diagnosi-Centro Giano ASL NA 2 Nord, è Dirigente Medico presso il SPDC del P.O. “Santa Maria delle Grazie” di Pozzuoli, DSM ASL NA 2 Nord

One Comment

  1. Caro Gilberto,
    La tua lettera a Corrado mi emoziona perché ci ritrovo quella tensione etica che caratterizzava, ai tempi della specializzazione, gli incontri con lui. Lo stesso slancio che si respirava frequentando Bruno Callieri, incontrato sempre in quei fondamentali anni. La perdita dei garanti sociali e metapsichici che da anni contraddistingue le nostre società, ci obbliga a ripensare il nostro ruolo, soprattutto in relazione alle famiglie. E mi piace il tuo richiamo, per essere davvero liberi e riuscire ad essere per il mondo e magari traguardare oltre, alla necessità di essere uomini di mondo.
    Anche con le associazioni che la definizione comporta; un pizzico di ironia aiuta.
    Grazie e cari saluti

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