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Operatori e cose: confessioni di una schizofrenica

Recensione del testo Operatori e Cose: confessioni di una schizofrenica, di Barbara O’Brien (Adelphi edizioni, 2021)

 


 

Il mondo di Barbara O’Brien diventa gradualmente inabitabile, insopportabile, non adatto alla sopravvivenza. I segnali di questa inabitabilità sono, per l’autrice, il desiderio di una vita conforme e di successo e il terrore che questo desiderio possa rovesciarsi in trappola, la trappola dell’Uncino. La schizofrenia è la possibilità che l’autrice si concede per gestire il terrore, né fuggendolo e né combattendolo ma, piuttosto, allontanandosene in attesa della sensazione di poterlo fronteggiare, di riconquistare una parvenza di controllo su una vita lanciata a tutta velocità sui binari dell’arrivismo della performance e del terrore della lotta tra pari.

Nelle parole dell’autrice:

Io avevo appena iniziato a lavorare e la mia preoccupazione, come quella di tantissime giovani donne agli inizi della carriera, era scoprire la risposta alla domanda – come faccio ad avere un aumento? (…) –  A quell’epoca ero alla Knox da sette anni, guadagnavo molto bene e avevo una reale opportunità di guadagnare ancora meglio nel giro di poco tempo. Queste sono le cose con cui ti uncini da sola (…) avevo ormai sviluppato un’intensa paura per un contesto che vedevo lucidamente e capivo benissimo. Avevo esplorato ogni cunicolo in cerca di una via di fuga dalla paura crescente, ma senza successo.

 Conosciamo il mondo nell’atto di agire, e nell’atto di agire costruiamo ipotesi su quel mondo; e da questa conoscenza in azione ricaviamo, a secondo dei contesti, un certo senso di prevedibilità, controllo, sicurezza, tranquillità. Facciamo ipotesi e, contrariamente a quello che farebbe uno scienziato rigoroso, ci affidiamo a quelle ipotesi che, fino a quel momento, hanno più o meno funzionato. Non ci conviene (sarebbe troppo dispendioso anche emotivamente), quindi, metterle costantemente in dubbio (con buona pace di Popper).

Si tratta di quello che potremmo pensare come il bisogno e il desiderio di senso, di direzione, di controllo; il desiderio di percepire ed effettivamente possedere una quota di potere sulla propria vita. Agency, in psicoterapia; potere, nel mondo-della-vita.

Cosa succede a questo sistema predittivo dell’esperienza (un sistema in cui gli eventi del mondo tutto sommato hanno un senso condiviso e in cui, tutto sommato, sentiamo e pensiamo che questi eventi del mondo continueranno ad andare come sono sempre andate) nell’età della competizione a tutti i costi, nei contesti lavorativi che ci espongono brutalmente alla performance e alla lotta per le risorse?

Succede che, in un contesto lavorativo di lotta selvaggia per il potere e di estrema competizione, Barbara O’Brien ha paura. Fiuta il terrore, ma sente anche l’odore del potere, il desiderio del successo personale e mastica quel senso di piena ma sfuggente gratificazione professionale che deriva dall’aver lottato con tutte le forze e dall’aver sconfitto e sottomesso i proprio rivali, costi quel che costi.  Da una parte il brivido adrenalinico della sfida e della lotta per la sottomissione, dall’altra la paura strisciante di uscirne a pezzi, di soccombere sotto il peso della potenza dei nostri avversari.

Fui colpita dalla schizofrenia all’improvviso (…). Una mattina, in un periodo di grande tensione e di conflitto interiore, svegliandomi trovai accanto al letto tre figure grigie e quasi evanescenti. Ne rimasi, come è facile immaginare, totalmente rapita. Nel giro di pochi minuti avevano esiliato dalla mia mente il mio misero problema sostituendolo con un altro, ben più interessante (…). Buttai qualcosa in valigia, salii su un pullman Greyhound, come da loro indicazioni, e li seguii. Partendo mi mettevo al sicuro, lasciandomi alle spalle una realtà disastrosa che ero assolutamente incapace di gestire.

Gli schizofrenici non comunicano, gli schizofrenici dicono e fanno cose strane, gli schizofrenici vedono e sentono cose che noi normali non vediamo e sentiamo. Ad assecondare il senso comune la schizofrenia è un difetto, una mancanza, una malattia così totalizzante da rendere le persone incapaci di partecipare alla vita sociale. Pericolosi per sé e per gli altri, recitava la legge che regolamentava i manicomi prima della legge Basaglia. Difettosi e pericolosi, questi gli schizofrenici. Viene da sé come la soluzione più ragionevole sia allontanarli, per il loro bene e per quello di noi normali. I manicomi, le cliniche, le istituzioni totali: questi i luoghi dove custodire il grande scandalo della schizofrenia, l’urlo impossibile di queste persone che non comunicano, che fissano i muri, che cacano per terra, che combattono nemici invisibili, che mostrano il cazzo e via dicendo.

La O’Brian si definisce, nel corso del testo, una schizofrenica del tipo paranoide. Tra lo schizofrenico semplice, l’ebefrenico, il catatonico e il paranoide Barbara si sente di poter stare a buon diritto nell’ultimo gruppo. Gli schizofrenici, ci siamo detti, non comunicano e non collaborano, ma da un certo punto di vista questo significava che gli schizofrenici erano riusciti a procurarsi qualche specie di àncora, a cui si potevano aggrappare serenamente: ancora impenetrabili, inamovibili, volutamente incagliate per essere impenetrabili e inamovibili.

Il mondo dell’autrice è un mondo prima e dopo la schizofrenia. C’è il terrore prima della schizofrenia: il successo, le gratificazioni professionali, la competizione sfrenata e la corsa al potere e tutto questo dal punto di vista di una donna che sente, legittimamente, il desiderio di ritagliarsi uno spazio in questo labirinto i cui corridoi sono l’ansia da prestazione, il fallimento e la depressione. Barbara lotta ma sente il terrore-prima-della-schizofrenia. E poi, però, c’è il terrore dopo la schizofrenia: c’è sempre un nemico minaccioso, orribile, ma un nemico orribile che era facile da capire. Quel mondo immediatamente leggibile, gravato da un unico problema, inondava la spiaggia arida, andando a rimpiazzare una moltitudine di problemi di insostenibile e nebulosa complessità cui non si riesce più a far fronte. In questo mondo di vividi e sgargianti e attraenti mostri e fantasmi, il paranoide ritorna a vivere con la sensazione di possederne un controllo, di questo piccolo mondo. Ci sono io, schizofrenico paranoide, e ci sono i mostri, i nemici; e per sopravvivere devo misurare la mia astuzia e la mia intelligenza con quella dei mostri e dei nemici. Nessuna sfumatura, nessuna alba e nessun tramonto emotivo e relazionale; solo il solleone e la chiarezza tipica di un mondo diviso tra buoni e cattivi, tra vittime e carnefici. Il mondo di Barbara assume, dopo l’esordio psicotico, sfumature e atmosfere nette e colorate, come in un film qualsiasi di Wes Anderson (ma senza la ricerca della bellezza fine a se stessa di questi ultimi): aveva una trama di una chiarezza cristallina, un irresistibile film su grande schermo in cui l’azione era semplice, i personaggi vividi.

Barbara, ripetiamolo per chi se lo fosse perso, ha paura. E di questa paura qualcosa deve farsene. Potrebbe utilizzarla come la spinta al compito; al compito della performance, dell’arrivismo e della gratificazione professionale. Percorso pericoloso, accidentato, pieno di curve e buche, ma ben conosciuto nella sua complessità e imprevedibilità. Per quale motivo non dovremmo dare per scontata la lotta di tutti contro tutti, l’homo homini lupus che poi ci porta a guadagnare meglio, comprare una casa più grande, vestire vestiti firmati e guidare automobili inutilmente grandi e lussuose? Per quale motivo, dicevamo. Per il terrore che Barbara sente tuonare dal suolo dove cammina e riverberare nelle sue ossa e nella sua carne. Il terrore non spinge al compito; il terrore, nel caso dell’autrice, costruisce una cesura, un taglio netto. Se proprio devo aver paura, avrò paura di quel che voglio, questo sembra dire la O’Brien al mondo intero e ai suoi lettori. Costruisce un mondo su misura delle proprie possibilità emotive e cognitive ed è solo un caso che questo mondo sia il mondo di uno schizofrenico. Barbara si riappropria del proprio terrore capitalistico; la schizofrenia della O’Brien è un grosso dito medio al There is No Alternative di thatcheriana memoria. L’alternativa c’è, e si chiama schizofrenia.

 

 

 

 

 

Gianluca D'Amico

Psicologo, psicoterapeuta cognitivo-evoluzionista. Vive e lavora a Torino. Si occupa di sostenibilità delle cure in salute mentale, di storia ed epistemologia della psicoterapia e della psichiatria.

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