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Fenomenologia alzo zero per famiglie smarrite

L'inutile ricerca dell'ultimo colpevole

Per la nostra rubrica “Lettere dai Maestri” Corrado Pontalti continua il dialogo epistolare iniziato da Gilberto Di Petta con la lettera della settimana scorsa

Caro Gilberto,

mi riesce meglio scrivere una lettera, come una volta. A parte che restavano, le lettere, nel mondo e potevi andare a leggerle e rileggere. Mi capita, a quasi 82 anni, di leggere lettere di mia mamma e di mio papà che mi inviavano durante il soggiorno in colonia dai 6 anni in su (trenta giorni di nostalgia e avventure). Ma, al di là del romanticismo, le lettere scandivano il tempo di attesa. Sapevi che sarebbe arrivata chissà quando e che la risposta si sarebbe fatta attendere. Il tempo dell’attesa, dell’interrogarsi. Oggi nessuno di noi sa attendere. Mandi una mail; se non ti arriva la risposta entro due ore sei già in paranoia. Figuriamoci con i messaggini. Quindi siamo confrontati con una dimensione patica del tempo completamente altra. E senza tempo che ne è dello spazio? E il tempo per il corpo? Penso che non sia casuale che i filosofi si interroghino sul “tempo”. C’è un bel libro di Francois Hartog “Regimi di temporalità” e uno, più recente, di Pascal Chabot  “Avere tempo”.  Mi turba assai il problema del tempo. Tu hai colto in maniera fulminante, l’essenza del nostro sforzo: ogni nostro interlocutore, in primis i famigliari, sono persone e non funzioni. Devono essere convocati in scena per quel tempo e quella intensità che restituisca loro la dignità di persone e di persone competenti nell’esistere, nella storia, nel futuro dei propri figli. Sai quante volte mi sono sentito dire dai colleghi “molto interessante, verissimo, ma non abbiamo tempo!” È straniante, per me, che la nostra sia l’unica professione che può esprimere, e nascondersi, dietro questo enunciato. Te lo immagini l’ingegnere che dice “non ho tempo per fare i calcoli, per sondare il terreno, etc.” prima di iniziare la costruzione di un ponte? E un chirurgo che dica “non ho tempo per operare ad arte un’ulcera e così la faccio in 20 minuti?”

A questo punto non posso che riferirmi all’insegnamento radicale che permea il tuo libro “Fenomenologia alzo zero”, insegnamento che da molti anni informa e interroga il mio sforzo clinico e concettuale. Hai colto l’essenza ultima di questo mio percorso e la restituisci ad ogni lettore come sfida intellettuale, umana, etica. Non è un libro di psicopatologia fenomenologica (di qui il titolo), non è un libro di tecnica terapeutica, ne un libro sulla relazione che cura, non è un libro sull’empatia ne sui neuroni specchio (nulla contro i neuroni specchio, sia ben chiaro). È un lungo percorso, notte dietro notte, alle radici dell’umanità. Paradossalmente mostri che dedichi più tempo tu, nelle ore della notte, alle anime perse che incontri, rispetto al tempo che viene dedicato a un genitore che accompagna, disperato, il figlio, la figlia al nostro studio o al nostro Servizio. Avevo letto le storie di Cuore di Tenebra e le ho ritrovate con la medesima forza icastica nel mio ricordo, incontrandole nuovamente nel libro. Penso, ma forse è una mia illazione, che la forza di un tempo kairotico stia nella radicale consapevolezza che qualsiasi interlocutore, qualunque sia la sua fenomenica sintomatologica, è “impastato” dalla sua storia, dalle sue appartenenze, dalle sue comunità. E così è per padri, madri, per i nostri interlocutori se accolti e pensati secondo la tua radicalità. Hai scritto un libro di 296 pagine; non vi è un lemma, un costrutto che accusi qualcuno di essere il “responsabile”. Al lettore che leggesse queste riflessioni consiglio di aprire il libro a pag.159, “la madre di Cecilia.”   C’è tutto, tutto quello che cerchiamo e non troviamo. L’oltre è il Mistero. Ecco, ti voglio chiedere: “Perché, noi psy, non tolleriamo il Mistero? L’infinito mistero della mente umana, l’infinito mistero del come siamo quello che siamo, o che crediamo di essere. Dobbiamo conoscere, conoscere, avere un senso. Va bene. Ma costruire sempre “il colpevole ultimo”? Il cromosoma, la madre, la società? Come tu sai, trovo conforto nell’epistemologia della complessità. Amo il titolo di un libro di Edgar Morin “Conoscenza, Ignoranza, Mistero” Più conosciamo, più ci sembra ridursi l’ignoranza, ma il mistero si sposta, non si intacca. È assurdo dire che il nostro lavoro, per tessere tutte le alleanze di cui abbiamo bisogno, ci obbliga a essere i mediatori dolenti al confine tra ignoranza e mistero?

Tollerare, comprendendolo, il mistero di ogni emergente, reggerlo in noi e aiutare a reggerlo nei pazienti e, in primis, nei famigliari, è questo l’orizzonte etico e terapeutico del nostro essere Psy?

Ti lascio quindi con due interrogativi, generati dal tuo scritto sulla mia intervista: il Tempo, il Mistero. Scavando in questi due ordinatori, mi sembra, potremmo consolidare quella speranza che a volte vacilla.

So aspettare. Le lettere devono tardare, ma arriveranno.

Corrado

Corrado Pontalti

Psichiatra e gruppoanalista. Professore a riposo di Psicoterapia presso l’istituto di Psichiatria del Policlinico Gemelli dell’Università Cattolica di Roma. È stato primario del Servizio di Psicoterapia Familiare dello stesso Istituto e Past President della C.O.I.R.A.G. e del Laboratorio di Gruppoanalisi in Italia. Autore di molti articoli scientifici. I suoi campi di interesse spaziano dell’epistemologia della complessità alla terapia della famiglia.

One Comment

  1. Buongiorno Corrado, ho appena letto la lettera che hai scritto a Gilberto. Personalmente ogni volta che ti ascolto e che ti leggo (mi prendo la confidenza del tu) mi da quella carica per continuare questo estenuante lavoro dello psy, ridandomi il tempo, che sembra sempre che manchi, ma che in fondo c’è per permettere di incontrare l’altro con se stesso.
    Accolgo con cura il tuo insegnamento, rispettoso di quel mistero che ci deve dare la possibilità di tollerare l’emergente. In qualsiasi contesto di cura possibile ci possiamo ritrovare.
    Grazie di cuore
    Giuseppe Ceparano

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